FRANCO PROSPERI.
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MATEA MORA. IL SIGNORE DEI PESCECANI.
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1953. Aldo Garzanti Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Franco Prosperi (Roma, 1928)  un regista italiano ideatore, insieme a Paolo Cavara e Gualtiero Jacopetti del genere cinematografico dei Mondo movie, il cui capostipite fu Mondo cane.
Laureatosi in scienze naturalistiche e agrarie, inizi la sua carriera scientifica di ricercatore etnologico ed etologico presso l'Istituto di Zoologia dell'Universit di Roma come allievo di Edoardo Zavattari. Pi tardi si specializz in ittiologia. Fu uno dei pionieri della ricerca subacquea e collabor con il C.I.R.S. (Centro Italiani Ricercatori Subacquei). Diresse la prima spedizione scientifica subacquea italiana in Oceano Indiano presso le isole di Ceylon e Maldive dove comp i primi esperimenti al mondo sugli squali (attaccato da uno squalo fu salvato dal giornalista Carlo Gregoretti che per questo atto ricevette al Campidoglio la medaglia al valore civile). Fu premiato con L'Arpione D'oro per la ricerca subacquea.
Nel 1953 diresse una successiva spedizione zoologica e geografica sotto l'egida della Societ Geografica Italiana, della Presidenza del Consiglio dei ministri e per lo Zoo di Roma. Alla spedizione si accompagn una troupe cinematografica della societ di produzione Phoenix che realizz il film Gran Comora in cui figurano le riprese subacquee realizzate da lui.  
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Negli anni 1954-55 realizz vari documentari naturalistici (23, molti dei quali vennero premiati nelle rassegne cinematografiche FEDIC e di Lisbona) tra i quali la serie I viaggi meravigliosi per la Documento Film. 
Scrisse articoli naturalistici e fece pubblicare resoconti di viaggi.
Pubblic diversi libri in Italia e all'estero.
L'incontro con Gualtiero Jacopetti costitu la svolta della sua carriera cinematografica anche se lo allontan, temporaneamente, dalla ricerca scientifica. I due, nel 1962, girarono (insieme a Paolo Cavara) Mondo cane, documentario premiato con il David di Donatello e con una candidatura al premio Oscar per il commento musicale. Il film rappresent ufficialmente l'Italia al Festival di Cannes. Ottenne uno straordinario successo di pubblico anche all'estero, dette il via ad un genere definito Mondo movie.
Vive nei pressi di Formia e del Parco regionale di Gianola e Monte di Scauri.
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Capitolo 1.
NATALE A COLOMBO.
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Apersi svogliatamente gli occhi e i particolari noti della cabina mi apparvero nella luce dell'alba. Qualcosa mi aveva svegliato; mi sforzavo di ricordare.
Ecco, trovato! Nell'eccitazione del momento balzai a sedere sulla cuccetta, andando a sbattere la testa contro quella superiore, cosa che si ripeteva regolarmente da venticinque giorni ed alla quale ormai non facevo pi caso.
Il silenzio. Proprio l'assenza completa di rumore e di vibrazioni era stata la causa del mio risveglio. Dopo un viaggio di quasi un mese per mare, dopo che il pulsare sordo delle macchine  divenuto un pane quotidiano, e dopo che l'ondeggiare ritmico di tutto ci che ti circonda si  trasformato in un'abitudine, anche il silenzio pu essere causa di disturbo.
Eravamo dunque fermi: avevamo attraccato in un porto che per noi rappresentava l'ultimo della serie. Dopo questa rapida deduzione mi lanciai fuori dal letto e mi arrampicai su quello di Paolo, che sovrastava il mio, per avvicinarmi all'obl.
Ci siamo, ci siamo, gridai. Sveglia! Siamo a Colombo!
Ero appena riuscito a portare la faccia presso l'angusta apertura circolare che quattro mani, afferrandosi al mio corpo, mi tirarono rapidamente indietro; distinsi appena una confusione di pigiama, lenzuola ed altra biancheria, schiacciato sotto il peso di due tipi agitati che lottavano per l'onore del primo sguardo alla citt. Cessato il parapiglia, tornai a cacciare la testa nell'obl, rimanendovi, questa volta, saldamente abbrancato.
La nave si trovava nel centro del porto, a breve distanza dalle prime abitazioni del quartiere pi moderno della citt. Ai lati, oltre le sagome vicine delle altre navi, si notava a prima vista la principale caratteristica di Ceylon: il verde, visibile in cento sfumature, di una vegetazione fantastica.
Questa  la nota che ci fece distinguere l'isola e Colombo dai porti che avevamo precedentemente toccato. Non il paesaggio arido e disordinato di Karachi o di Bombay, non quello nudo e roccioso della piccola Aden, o quello sabbioso e basso di Alessandria, ma solo la lussureggiante visione di fogliame che sovrasta e circonda il bianco della citt. Le alte cime dei cocchi da copra dietro la striscia delle spiagge infinite, il verde chiaro delle piantagioni di banane, il serrarsi disordinato della selva tropicale, l'intrico di cespugli, liane e piante della jungla premono alle porte di Colombo.
Era pi di quanto sperassi di ottenere dalla prima impressione. Eccitatissimo saltai dal mio posto di osservazione per correre a lavarmi ed a vestirmi.
Le poche ore che precedettero lo sbarco trascorsero velocemente, occupate nelle innumerevoli necessit che sogliono presentarsi in simili occasioni. Si concludevano in un sorriso, un augurio, con un abbraccio
od una stretta di mano le amicizie allacciate in venticinque giorni di vita comune.
Addio, Elsie, piccola tedesca dai capelli dorati. Good-by, Mrs. Enoch, caritatevole dama di compagnia di venticinque gatti soriani. Addio ancora Padre Ranelli, di ritorno alla sua missione dopo l'ultima visita all'Italia; buon viaggio a lei, professor Eicks, che non smette neppure all'ultimo momento di ammannirci il racconto di un capitolo del suo libro cominciato appena vent'anni fa. Addio a tutti, buona continuazione, auguri, auguri. Ci trovammo senza accorgercene su di una lancia sconquassata, carica dei nostri bagagli, a salutare gli amici riuniti a poppa dell'Ugolino Vivaldi che si allontanava.
Quando agitammo per l'ultima volta le braccia, un senso di vuoto, un leggero disagio, ci avvert di aver spezzato ogni legame con tutto ci che aveva riempito i giorni e le settimane prima.
Eravamo a Colombo: ecco la citt che avevamo cos ardentemente desiderato raggiungere, ecco il principio di quelle avventure che volevamo affrontare, ecco i primi soldi che se ne andavano col compenso ai facchini della dogana. Ed eccoci quindi l, negli uffici della moderna stazione marittima, seduti sul mucchio enorme dei nostri bagagli e fieramente adorni di tre splendidi caschi coloniali, ad attendere il nostro turno ed a riflettere sulla relativit delle cose.
La data di quel giorno segnava: venticinque dicembre 1951. Natale.
Ma se provassi ad affermare che la dolce e tradizionale atmosfera che compete a tale avvenimento si manifestava anche in quello sperduto paese, sarei un emerito bugiardo. In quei medesimi istanti, gli allegri conoscenti, pesantemente incappottati, si scambiavano gli augri; mi sembrava di vederli, nelle strade della mia citt, mentre noi, qui, zuppi di sudore, stavamo spiegando con accanimento ad un impiegato di colore che non potevamo permettere l'esame dei bagagli prima dell'arrivo di un addetto alla nostra legazione.
Un gruppo folto d'indigeni si era radunato in circolo attorno a noi e ci fissava insistentemente senza una parola. Facchini, guide, vetturini delle originali carrozze trainate a braccia, sfaccendati e cambiavalute, non si lasciavano scappare il meraviglioso spettacolo di tre bianchi fermi in attesa in una sala della dogana.
Fissavo quelle facce scure, piatte od angolose, quegli occhi, rossi per le droghe, che non sostenevano il nostro sguardo, quei denti intaccati dal bethel che si scoprivano in un sorriso imbarazzato ogni qualvolta chiedevamo con un gesto la ragione di quella insistente contemplazione. Guardavo quei capelli lisci e neri, quei torsi nudi, quelle gonnelle, quei piedi scalzi, e mi rendevo conto a fatica della realt delle mie impressioni.
Mi tornavano a mente le innumerevoli difficolt, quegli ostacoli che erano sembrati allora insormontabili e che si erano frapposti alla realizzazione del viaggio, quei mesi lontani, quei periodi di lotta trascorsi in Italia fra incertezze e sconforti. Gli inconvenienti maggiori erano stati dunque eliminati: eravamo riusciti ad ottenere gli aiuti e a superare le difficolt dell'organizzazione.
Il problema finanziario, per, era stato risolto solo per modo di dire. Se infatti si ritiene che con centomila lire scarse tre persone possono sostenersi per cinque o sei mesi in un paese dove le mance, ad esempio, sembrano una necessit logica e normale come respirare; e che con questa somma sia possibile affrontare le spese di viaggio e di materiale per una spedizione che, definendosi scientifica, ha come scopo
la raccolta di esemplari ittiologici e la realizzazione di riprese foto-cinematografiche dei fondi marini, bene, in tal caso potevamo considerarci a posto, perch a tanto ammontava la somma che gelosamente conservavo nel mio portafoglio.
L'incaricato che la nostra legazione aveva promesso di farci trovare all'arrivo tardava a giungere e non era difficile sospettare che per quel giorno non lo avremmo visto. Pi tardi avremmo saputo che per una serie di sfortunate circostanze non eravamo riusciti ad incontrarci, pur essendo l'ottimo Pino Formenti presente all'arrivo della motonave.
Fumata nervosamente l'ultima sigaretta uscii su una delle maggiori strade della citt, la Church Street, per cercare qualcosa da mangiare.
I miei amici restarono presso i bagagli riprendendo a discutere con gli impiegati dell'ufficio i quali, basandosi su di una nostra lista di ci che contenevano le casse sbarcate, ci volevano assolutamente caricare di un dazio, per alcuni oggetti, che noi non intendevamo pagare.
Appena uscito fui circondato da una piccola folla urlante ed eterogenea di venditori ambulanti che mi offrirono la loro merce. Noci di cocco, manghi, banane, e papaie venivano agitati insistentemente a pochi centimetri dal mio naso.
Tentai di dire che avrei gradito acquistare qualche banana, ma compreso evidentemente al volo dal venditore di queste mi trovai con una decina di frutti tra le braccia, in cambio di una rupia sfilata abilmente dalle mie dita.
Una rupia per dieci banane! Un'enormit. Come spendere da noi cinquecento lire per un solo limone. Ma questo  il prezzo che il povero turista deve pagare per la sua inesperienza. Comunque quelle banane avrebbero costituito il nostro pranzo natalizio.
Rientrato alla dogana, trovai i miei amici che tentavano invano di far capire agli impiegati diffidenti che i fucili da pesca sono piuttosto differenti da quelli da caccia e che non occorre assolutamente polvere o palle per farli funzionare.
Visto che l'incaricato della legazione non arrivava, pensammo di andarlo a trovare noi. Paolo ed io partimmo alla ricerca della legazione italiana, e non dovemmo faticar molto per rintracciarla. Proprio nella Church Street, ad un centinaio di metri dal porto, il nostro tricolore sventolava allegramente al soffio del ponentino pomeridiano. Ma giunti pieni di speranza e bussato alla porta della palazzina, ce ne dovemmo ritornare via tristi e sconsolati, senza aver ottenuto risposta.
Ci accorgemmo di essere proprio soli, in quel giorno di festa, a quell'ora, a passeggiare, sia pure col casco coloniale, sotto un sole da spaccare le pietre.
Decidemmo di depositare i bagagli nei magazzini della dogana e di cercarci un posto dove alloggiare.
I signori desiderano un albergo? Un ristorante? Un tass?... cominci a proporre un tipetto elegante in completino bianco che, come i venditori di banane, sembrava possedere il dono della divinazione.
S, certo, rispondemmo. Ma desidereremmo un albergo non molto... continuammo con un sorriso d'intesa.
Non molto caro? Economico ma decoroso? Questo  ci che vogliono? c'interruppe il tipo sveglio, con il tono meravigliato di chi, concessa una grazia ad un supplicante, si vede chiedere un fiammifero.
S, economico ma pulito, mi raccomando. Per bianchi, insistette Paolo, gettando uno sguardo esplicativo al gruppetto di indigeni, che in poco tempo erano riusciti a rendere rosso l'intero pavimento l attorno con i loro sputi di bethel.
Ma niente di pi facile, ci venne assicurato. Non dovevamo preoccuparci, avremmo trovato vitto ed alloggio in uno dei migliori alberghi, il Grand Hotel Victoria, nientedimeno, per un prezzo assolutamente irrisorio, disse il tizio vestito di bianco. Che lo seguissimo. Ecco, questo tass ci avrebbe condotto in un batter d'occhio a destinazione. No, no, lui non sarebbe venuto con noi, alcuni affari importanti esigevano la sua presenza. E, poi, in fondo non ce n'era bisogno, l'autista era un suo amico e ci avrebbe affidato a lui. Oh! Grazie, mille grazie signori, ed arrivederci. Tanti auguri.
Spinti, impacchettati, spediti da quella ossequiosa macchinetta parlante, ci trovammo, su uno dei pi vecchi tass del mondo, a rotolare sull'asfalto liquefatto della deserta Colombo.
Procedendo a una discreta andatura, tanto da riuscire a superare anche una vacca sacra, che passeggiava sconsolatamente sotto il sole, percorremmo l'intera Church Street, alberata e fiancheggiata dai palazzi e dai grandi magazzini che generosamente offrivano i loro portici ombrosi ai disgraziati che in quell'ora si trovavano nella necessit di girare per le strade.
Ba', in fondo, anche se sui marciapiedi vagavano zeb cornuti, uomini in gonnella e donne velate, l'aspetto era quello confortante di una citt moderna, europea. E presto, in un buon albergo, avremmo ristorato le nostre membra arrostite.
Ma non pass molto che queste povere speranze svanirono di colpo. Ancora due o tre traverse, poi la citt moderna scomparve; come per incanto ci trovammo trasportati nel cuore del pi sporco e pittoresco dei quartieri indigeni.
Con la stessa rapidit, gli spaziosi e deserti viali
asfaltati si erano trasformati in viuzze fangose e maleodoranti, in una bolgia popolata e rumorosa, dove uomini, cani, capre e corvi si mescolavano disordinatamente nel centro della strada o nelle casupole traballanti e puzzolenti. Ci sporgemmo preoccupati dai finestrini.
Un codazzo foltissimo di bambini nudi o quasi ci seguiva gridando a perdifiato ed avendo buon gioco sulla nostra velocit, che, per i numerosi e svariati ingombri, si era ridotta ad una sussultante marcia tra una buca e l'altra. Ai ragazzini si era aggiunto uno stuolo ancora pi insistente di rivenditori, che dalla frutta alle scarpe, dai gioielli alle sigarette, ci offrivano il solito ricco repertorio degli oggetti pi impensati. Come se la merce di tutte le bancarelle del Campo dei Fiori si fosse concentrata su ciascuno di quegli ometti ululanti.
Ma se quella sorta di capanne attaccate l'una all'altra e fungenti da negozio-abitazione assomigliavano pi a delle stalle che a delle case, invece non mancavano dei modernissimi altoparlanti collegati con uno dei meno recenti grammofoni a manovella, che regolati al massimo del volume diffondevano, accavallandosi in un frastuono indescrivibile, la nenia cacofonica di canzonette locali che nessuno, assolutamente nessuno, ascoltava ma che venivano ripetute all'infinito solo per il gusto di far baccano.
Dopo aver passato una buona mezz'ora in quell'inferno, attendendo pazientemente che un carretto si spostasse o passasse una vacca, o che il nostro autista terminasse di litigare con qualcuno - del che approfittavano felicemente gli spettatori, giovani o vecchi, per saltare al posto di guida e far suonare a tutto spiano il clakson - sbucammo in una strada pi larga delle altre.
Su questo importante corso, chiamiamolo cos, si affacciava la stazione ferroviaria, sorta al tempo glorioso della regina Vittoria. Era l'unica costruzione che si distingueva dalle catapecchie allineate li intorno.
Con un vero senso di raccapriccio vedemmo la macchina fermarsi presso una casetta un poco pi elevata delle altre, sulla cui facciata, resistendo valorosamente all'ingiuria del tempo, alla caduta dell'intonaco e all'annerimento per il fumo delle locomotive, spiccava la meravigliosa insegna del Grand Hotel Victoria.
Eravamo tuttavia troppo stanchi, accaldati ed intontiti per poter rilevare con chiarezza dove mai fossimo andati a capitare.
Fummo accolti con calore dal maitre e dai suoi boys e travolti da un'ondata di omettini che ci circond per varie ragioni, come per indicarci il bureau, che costituito da una cassa verniciata non sarebbe stato molto riconoscibile, o dove fossero le nostre camere, o per portarci il bagaglio ed il cappello. Esaurimmo l'ultimo residuo di energia in una specie di ruggito che ci liber dalle pretese dell'autista, il quale continuava a implorare: Per piacere, signore, per piacere, ancora un poco. Grazie, ma  veramente poco. Ancora, ancora, ancora...
L'edificio era composto di due interi piani. Il primo veniva completamente occupato da una grande sala dove il maitre, dietro la cassa verniciata, eseguiva orgogliosamente le sue operazioni tra la corte dei boys sfaccendati. In fondo a questa si alzava una povera scala di legno tarlato: occorreva superarla per portarsi al piano superiore, dove finalmente si aprivano gli alloggi.
In un salone, non molto dissimile dall'inferiore, un'infinit di traballanti paraventi di cartone divideva irregolarmente lo spazio in tante squallide camere.
La direzione, che ci teneva per ospiti di favore, ce ne assegn una, la migliore, che godeva anche di una modernissima innovazione, cio di una finestra.
Scacciati a viva forza gli occupanti che vi si intrattenevano abusivamente, i boys ci lasciarono finalmente soli, non prima per di averci sapientemente privato di qualche altra rupia.
Questa rappresentava dunque la nostra prima sistemazione nell'isola di Ceylon. E non sapevamo allora, disgraziati, che tale sarebbe rimasta per altri dieci giorni almeno. Infatti, quantunque il Victoria non fosse uno dei migliori, gli altri hotels non si presentavano molto diversamente, se si eccettuano quelli di lusso, come il Galle Face o il Mount Lavinia, vere cittadelle bianche in mezzo alle catapecchie dei quartieri indigeni.
Durante la notte le strade di Colombo si trasformano in vasti dormitori. Lungo i marciapiedi delle principali vie, nei quartieri neri, e anche sotto la pensilina della stazione, una fila ininterrotta di uomini riposa comodamente: su delle luride stuoie i pi facoltosi, sul nudo terreno gli altri.
Questi interminabili tappeti umani non si arrestavano alla soglia del nostro albergo, ma i loro componenti, per pochi centesimi, ottenevano il privilegio di definirsi clienti del Victoria e di riposare sotto il suo tetto. Occupavano cos, densamente, l'intero pavimento della hall, ogni singolo gradino della scala, i corridoi irregolari che i paraventi dei vari appartamenti suddividevano.
Altri habitus della democratica istituzione venivano rappresentati dagli appartenenti ai differenti gruppi della sistematica zoologica.
Non mancavano le onnipresenti blatte, che qui si presentano con la gradita variante di due ali ben formate, e che non si staccavano da noi neppure quando eravamo accovacciati sulle stuoie delle nostre brandine. Gechi enormi rallegravano nel buio della notte i nostri sogni con il loro armonioso squitto. Cento-piedi di incredibili dimensioni correvano simpaticamente sulle pareti e sul soffitto, continuamente e inutilmente bersagliati da Carlo a colpi di scarpe che finivano regolarmente sul naso degli altri avventori, con i quali era in corso una lite ininterrotta.
A questo riguardo devo spiegare come la chiave di volta, il metodo sicuro per stabilire dei buoni rapporti con la gente di colore, sia di urlare pi forte di loro e di terrorizzarli con appariscenti manifestazioni di furore.
Chi urla  potente e rispettato; comanda chi grida pi sonoramente; vince chi sovrasta con i suoi vocalizzi gli argomenti dell'avversario. In ultimo, ha sempre ragione chi picchia pi sodo.
Scoperto il trucco, praticammo da maestri quel metodo, e non passava momento che una delle nostre voci aggraziate non si elevasse stentorea in qualche angolo dell'albergo, o qualche boy irrispettoso non si guadagnasse una pedata nel fondo dei pantaloni.
Topi grigi e neri, piccoli e grandi, sfrecciavano abilmente al di sotto dei paraventi rincorrendosi e lottando, apaticamente osservati dai clienti che ben sapevano come, cacciati quelli, ce ne sarebbero stati sempre degli altri. C'erano infine mosche, zanzare e, assidua clientela dalle abitudini notturne, gruppi di cimici striscianti.
Chiamammo un boy nel pieno della notte natalizia per indicargli i piccoli insetti. Ehi! Qui  pieno di cimici!
L'inserviente, ancora intontito dal sonno interrotto, ci fiss interrogativamente, con un'aria meravigliata, come per dire:
E con questo? Non avrebbe manifestata diversa espressione se
lo avessimo destato per comunicargli che l'acqua bagna chi la tocca.
Muoviti! Fa' qualcosa, lo incitammo, mentre fissavamo con orrore il brulicare degli insetti.
Il boy, dopo averci osservato stupidamente un'altra volta, si avvicin tranquillamente alle brande coperte da un lenzuolo. Alz un cuscino, spazz via con la mano gli insetti che vi si erano addensati, ripet l'operazione sui restanti letti e, ossequiandoci, si ritir dal paravento lasciandoci troppo sbigottiti per dire una parola. Le cimici intanto, piuttosto seccate, riprendevano testardamente a risalire dal pavimento sulle posizioni temporaneamente perdute.
Non occorre grande fantasia per immaginare come trascorremmo quella prima notte.
Mentre mi grattavo freneticamente, mi schiaffeggiavo per controbattere l'offensiva delle zanzare, mentre sussultavo ad ogni rumore, ad ogni scricchiolo vicino, pensavo che quando, da ragazzo, divoravo i fantastici libri di Salgari, ero ben lontano dal pensare a questi incontri del mondo asiatico. Quali tempre di uomini dovevano essere i vari Yanez, i Sandokan o i Tremalnaik per resistere al succedersi infinito di simili notti! Ecco un altro lato sconosciuto ed eroico di quei valorosi avventurieri.
All'alba del giorno dopo mi svegliai dolorosamente dal breve assopimento in cui ero caduto, certo con grande sollievo degli insetti, i quali dovevano avermi trovato un paziente piuttosto irrequieto.
Ancora mezzo addormentato imprecai contro uno dei miei amici che russava cos rumorosamente e stranamente vicino alla mia testa. Ma divenuto pi lucido mi accorsi che quell'inconsueto buon giorno veniva offerto dai corvi, ai quali com' noto  affidata la nettezza urbana nelle citt orientali. Un gruppo dei funerei pennuti gracchiava sul davanzale della
nostra finestra, assai meravigliato di trovare alcuni dormienti dalla pelle bianca.
Ci alzammo con un coro di sospiri e maledizioni, e dopo esserci lavati alla meglio e vestiti, ordinammo la colazione.
In poco meno di un'ora la trovammo sul nostro tavolino. Dopo averla contemplata a lungo comprendemmo tristemente in che consistesse il breakfast per quella gente.
Riso, questo era quanto vedevamo troneggiare nella grande ciotola al centro del portavivande. Un riso leggero, asciutto, semplicemente cotto. E tutt'in-torno un buon numero di vassoi minori contenenti intingoli di vario colore e consistenza. Pane e banane completavano le portate.
Questo  il curry, riconobbe Paolo in un tono che non capii se soddisfatto od allarmato. Non sapevo che si mangiasse anche di mattina.
Dopo uno studio attento comprendemmo come le ciotole minori servissero per le diverse salse con le quali si doveva condire il riso.
Avevo mangiato il curry in Italia od almeno quello che in alcuni ristoranti cos veniva denominato: un risotto leggermente piccante.
Lasciate fare a me, ingiunse Paolo, che sembrava assai pratico. Ve lo preparo io. Ne ho mangiato di curry, a Venezia!
Espressi i miei dubbi sulla somiglianza delle due cucine, un poco diverse per ragioni geografiche, ma Paolo mi fece tacere rimandando la discussione a dopo l'assaggio.
Prudentemente attesi che fosse Carlo ad iniziare il festino. L'amico attacc con energia. Ingoi la prima cucchiaiata, si mise in bocca la seconda, poi si irrigid, arrest la masticazione, spalanc gli occhi in uno sguardo vago ed allucinato e per qualche secondo
costitu l'oggetto delle nostre occhiate interrogative e meravigliate.
Acquaaa! articol infine con voce rauca, lanciandosi sull'indispensabile elemento. Dio! Sto bruciando, alit sul viso di Paolo che lo fissava, freddo e disgustato. C' il fuoco l dentro!
Sciocchezze! decret l'altro, accingendosi a mangiare.
E provalo, allora, lo sfid Carlo che ansimava ancora a bocca aperta.
Ritenni accettabile il suggerimento e attaccai anch'io parte della porzione. In breve, fedelmente, ripetei l'esperienza poco piacevole di Carlo, lieto, da parte sua, che qualcun altro provasse la sua pena. Ma presto ci arrestammo, lui ed io, mentre stavamo elencando le sensazioni infernali provocate dalla vivanda, e fissammo, completamente esterrefatti il contegno del nostro compagno, il quale, calmo e compassato, stava gustando con appetito quel materiale da tortura.
Non capisco cosa ci troviate di strano, borbott, poi, accorgendosi delle nostre occhiate, mi sembra un curry normalissimo.
Ma tu sei matto! stabil Carlo. Fanciulli, siete, ribatt Paolo con superiorit, bambini delicati, dalle manifestazioni isteriche.
Tolsi il piatto ricolmo di mano a Carlo, che sembrava incantato davanti a quello straordinario mangiatore: non potevamo convincerci come per alcune persone, rare certo, ma esistenti, il curry riuscisse gradito. Noi ci nutrimmo di pane e banane.
Queste discussioni sul piatto nazionale singalese per non terminarono l. Mentre in seguito Carlo ed io tentammo invano di abituarci a quella pietanza cos piccante, Paolo continu a nutrirsene con grande soddisfazione. Noi che sul principio, indispettiti dallo stoicismo di quel mangiatore di fuoco, lo accusammo
di giocare di puntiglio e di recitare un'ignobile farsa per farci arrabbiare, dovemmo in seguito convincerci della sua sincerit. Comunque la cosa ci riusc sempre incomprensibile, e tuttora cerchiamo invano di farci rivelare da Paolo il segreto della sua refrattariet al fuoco del curry.
Dopo qualche tempo eravamo in strada, diretti con un tass alla nostra legazione, sperando di trovarla aperta. Ripetuto il percorso del giorno precedente, arrivammo come Dio volle a destinazione ed entrammo finalmente nella palazzina del tricolore.
Qui, come se una mano caritatevole avesse spezzato il succedersi delle nostre disavventure, le cose cominciarono ad andare per il loro verso.
Incontrammo la rappresentanza italiana pi simpatica, cordiale ed accogliente che mai avessimo rinvenuto nei nostri viaggi.
Da parte di S. E. il ministro G. B. Cuneo e della sua signora, che avemmo la fortuna di conoscere pi tardi, dei suoi valenti collaboratori, quali la graziosa signora Montagna, il signor Formenti, il signor Gobbo, ricevemmo manifestazioni di amichevole collaborazione, di utilissimo interessamento, di indispensabile aiuto. Se queste povere frasi di riconoscimento possono valere come ringraziamento per la centesima parte di quanto venne fatto per noi, ben siano destinate a questo scopo.
Con il morale ormai sollevato, in compagnia di Formenti, il factotum della legazione, tornammo alla dogana per svincolare i nostri bagagli.
Tutto ci che prima ci era sembrato cos ostile ed irto di difficolt, ad un tratto cambi incredibilmente: ogni cassa venne vistata senza obiezioni. Lasciato comunque tutto il materiale nei depositi di quell'ufficio, rientrammo nella vicina legazione, dove concedemmo la prima intervista ai giornalisti locali.
Studenti di Roma? Quali sono le vostre intenzioni? Volete girare qualche pellicola di argomento ittiologico dunque? Come, sott'acqua? (Prima occhiata curiosa.) Impressionerete una pellicola cinematografica proprio dentro il mare? (Seconda serie di sguardi sospettosi.) Dovete anche provare che lo squalo non  pericoloso per l'uomo? Abbiamo capito bene? Volete affrontare proprio i pescecani? (Convincimento della nostra seminfermit mentale e finale, imbarazzato commiato degli increduli giornalisti.)
Ricevuto un cortese invito per la sera presso il suo albergo, ci separammo da S. E. Cuneo e finalmente soddisfatti, ci avviammo a piedi, verso il Grand Hotel Victoria.
Osservammo cos pi da vicino la colorita animazione che movimentava le strade della citt.
Giocolieri, venditori di frutta, preti buddisti che questuavano, mendicanti, ciarlatani gesticolanti: c'era tutto il folklore che caratterizza una citt orientale.
Le donne, delicatamente avvolte nei variopinti sari, leggeri indumenti velati, dai colori delicati, attiravano maggiormente la nostra curiosit. Normalmente ben fatte, dal corpo aggraziato e flessuoso, tenevano raccolti i loro lunghi e fini capelli neri dietro la nuca, mentre due occhi brillanti abbellivano i lineamenti del viso.
Eccettuati i bianchi e la minoranza musulmana, la popolazione dell'isola appare distinta in tre differenti strati. La maggioranza autoctona  costituita dai singalesi, gli isolani propriamente detti. Seguono i tamil, gl'immigrati indiani, e quindi i burga, i meticci originati dalla mescolanza di sangue locale ed europeo.
Corrispondentemente vari sono dunque i profili, le figure femminili. Le singalesi, oltre al tipo cittadino precedentemente descritto, ne presentano uno pi rozzo, il pi diffuso nell'interno e lungo la costa settentrionale. Il loro costume consta di un corpetto che protegge il seno e lascia scoperta la vita, mentre una lunga gonna cade dai fianchi fin presso le caviglie. Cinque o sei anni fa il corpetto non veniva ancora usato, ma dopo un'ordinanza dei padri cattolici ora viene adottato quasi all'unanimit, se si eccettuano alcune zone nell'interno. La solita scalogna, commentammo, seccati, alla notizia.
Le tamil, invece, mostrano nel colore pi bruno della pelle l'origine della loro razza. Coperte da un drappo porporino orlato d'oro, avvolto destramente intorno al corpo, sono, anch'esse ben formate, cariche di piccoli ornamenti che non rispettano il naso o la fronte; si dedicano ai lavori pi umili e ai pi equivoci:
Classe osteggiata sia dai singalesi che dai bianchi, sono i burga, che pur rappresentano la maggioranza, nella partecipazione alla vita moderna della nazione. Evidentemente diversi sono i tipi femminili ibridi di questa razza, e non raramente di vera bellezza.
Dopo aver girovagato per oltre un'ora riuscimmo ad imboccare la strada buona e dopo poco salivamo le scale del Victoria. Ordinato il lunch, ci venne riportato il solito curry, accolto dalle irritanti manifestazioni di piacere del nostro amico e dalla indignazione di Carlo e mia.
Invano protestammo e chiedemmo qualcosa di diverso: il curry rappresentava l'unico prodotto delle cucine del Grand Hotel. Il boy, un tipetto sveglio, ci chiese se per la notte seguente i sahibs avessero bisogno di compagnia femminile. Convintolo che eravamo ancora in et e condizioni di procurarci da soli relazioni con l'altro sesso, lo spedimmo ad acquistarci un po' di frutta.
Il pomeriggio venne dedicato ad un meritato riposo, assai facilitato dalla scorta di D.D.T. che avevamo prelevato quella mattina dalle nostre casse. La sera quindi, sbarbati, freschi e ben vestiti ci presentammo al Galle Face, il pi grande ed attrezzato albergo cittadino, dove S. E. Cuneo ci attendeva in compagnia della sua gentilissima signora.
Dato il periodo di feste che si attraversava, l'hotel era gremitissimo. Dalle piantagioni di t, di caff e di gomma dell'interno, e dalle localit minori dell'isola erano giunti i residenti europei, per trascorrere nella capitale il Natale. Nei grandi saloni dell'albergo si respirava un'aria spensierata, ricca; c'era un grande desiderio di svago, un'atmosfera carnevalesca.
Riuscitissima fu la serata, e con animo leggero tornammo verso il nostro hotel a notte inoltrata. Tra l'altro, avevamo stretto amicizia con una simpatica coppia di fanciulle inglesi. Per celare i loro veri nomi, come ci impone la nostra compitezza, le chiameremo Mary e Nelly. Mentre tornavamo nella Buick che S. E. ci aveva messo a disposizione, ci scambiavamo amichevolmente le impressioni riportate.
In una commovente identicit di vedute, ciascuno di noi pensava, nell'animo suo, che uno dei tre era di troppo, dopo quell'ultima conoscenza.
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Capitolo 2.
IL GRAND HOTEL VICTORIA.
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Una mattina, uscendo dalla doccia dove mi ero recato per ultimo, udii qualche cosa che attir la mia attenzione. Dal piano inferiore, precisamente dal locale cucine, arrivavano grida e rumori allarmanti, tra i quali si sentiva la voce dell'amico Carlo. Pareva proprio trattarsi di una rissa.
Mi lanciai vestito succintamente com'ero verso il luogo di provenienza delle grida ed arrivato presso il cortile dove, sotto una tettoia, si trovava la cucina, fui raggiunto anche da Paolo.
Allarmati ci accostammo alla porta che ci divideva dal campo di battaglia. Ora si era fatto silenzio e solo una specie di muggito, di rantolo, di farfugliare, accompagnava la voce di Carlo. Spalancammo con irruenza i battenti e subito ci arrestammo interdetti davanti allo spettacolo che ci si presentava dinanzi.
Facendo circolo attorno al gruppo principale anche cinque o sei boys scapigliati, con le vesti scomposte, fissavano con occhi spalancati e timorosi la scena.
Al centro, in piedi, Carlo teneva per la gola un
indigeno inginocchiato, mentre con l'altra mano, lorda sino al gomito di qualcosa d'indefinibile, spalmava accuratamente il viso del poveretto.
Salve! ci salut cordialmente appena ci vide.
Che stai facendo? chiese Paolo avvicinandosi al vivace quadretto.
Venite, venite avanti, continu Carlo, sto dando da mangiare il curry al cuoco. Datemi una mano.
Pi tardi venimmo a conoscenza dei particolari. Il nostro amico, vistosi presentare anche quella mattina il rituale riso al curry, non lo aveva sopportato. Interpretando la mossa come una offesa personale, aveva divisato di vendicarsi.
Preso il recipiente e condito il curry accuratamente, si era diretto in cucina. Qui, quantunque i boys cercassero blandamente di arrestare la sua azione, troppo curiosi per non volerne vedere la fine, si era dato alla pia operazione di nutrire il cuoco cos privo di fantasia.
In questa circostanza facemmo la conoscenza del proprietario dell'albergo. Era questi un tedesco, ma non so con quale percentuale di sangue europeo nelle vene, dall'aspetto trasandato, untuoso, scostante.
Egli cerc sul principio d'intimorirci con le minacce di un prossimo inevitabile sfratto. Poi, accortosi subito come stessimo progettando di trattare anche lui con il suo curry, pens bene di limitare le sue esigenze e facendo buon viso a cattiva sorte dette ordine di prepararci da quel giorno in poi un men speciale. Il che dimostra come protestando con la dovuta urbanit, ma fermamente, si possa ottenere sempre ci che si desidera.
Il nostro famoso men speciale si compose eminentemente di uova e di indefinibili minestroni che per qualit non erano molto migliori di gusto del
curry, ma che accettavamo rassegnatamente, giacch  giusto premiare le volonterose intenzioni.
Alle dieci, com'era stato convenuto, ci recammo ad un appuntamento preso con il signor Formenti. Accompagnati da lui, dovevamo recarci presso il ministro rappresentante diretto a Colombo di S. M. graziosissima il Sultano delle isole Maledive.
A questo riguardo debbo chiarire che le Maledive avrebbero potuto costituire una delle mete del nostro viaggio. Questo gruppo di isole ed atolli di origine zoologica, del numero enorme di dodicimila, si allunga da Nord a Sud per mille e cinquecento chilometri, a circa quattrocento miglia dalla costa singalese.
Antico protettorato inglese  oggi dipendente dal governo repubblicano di Ceylon, cui il sultano paga annualmente un tributo rappresentativo.
Il bungalow-ambasciata del minuscolo regno, si trovava verso la periferia della citt, in una zona rallegrata da abitazioni eleganti, circondate di verde, appartenenti ad alcuni europei o ad alti funzionari locali.
La caratteristica costruzione in legno, ad un solo piano, si componeva di due ali. In una di queste, appena giungemmo, dietro le inferriate di larghe finestre, si assieparono le figure di moltissime donne, una trentina circa, dagli sguardi pieni di curiosit. Maliziose, ridevano, parlottavano a voce bassa, scambiandosi evidentemente le impressioni destate dalla nostra apparizione.
Divertiti, ci fermammo presso di loro, e sorridendo cordialmente salutammo l'aggruppamento di scure signore con un perfetto inchino, togliendoci il casco con una grazia che avrebbe reso verde di invidia un cavaliere del Seicento.
Ma l'atto non fu evidentemente gradito dalle belle, che scoppiando in una sequela di gridolini e risa soffocate sparirono dai loro posti di osservazione.
Formenti, che sopraggiungeva dopo aver sistemato la macchina, mi afferr rapidamente per un braccio:
Cosa fate? esclam. Siete matti? Quello  l'harem del ministro.
Quest'ultimo intanto ci veniva incontro dalla veranda ombrosa del bungalow. Ci presentammo col dovuto rispetto al piccolo signore. Sbirciammo con attenzione quella personcina dal viso sorridente e dalle proporzioni ridotte che possedeva comunque l'energia necessaria per tener testa a ben trenta mogli.
Venimmo introdotti in un originale salotto, dove faceva bella mostra di s un'attrezzata radiotrasmittente con cui sembrava, da alcune spiegazioni, che il ministro trovasse il tempo di dilettarsi nonostante il suo incarico e le numerosissime mogli.
Presto affrontammo l'argomento che c'interessava.
I mezzi di comunicazione con le isole, spiegava gentilmente il nostro ospite, sono costituiti dai numerosi velieri che fanno la spola tra Colombo e Mal, la capitale del sultanato, per commerciare pesce contro altri generi d'importazione.
Qual  il tempo necessario per arrivare sulle prime isole? m'informai.
Non si pu stabilire, certo, con precisione, sembr scusarsi il ministro, con un sorriso. Tutto dipende dal vento e dalle condizioni del mare. Grosso modo si pu calcolare intorno ai quindici o venti giorni.
Continuammo cos per un pezzo ad esaminare le condizioni ed i mezzi necessari per raggiungere quelle zone.
La vita vi scorre assai semplice e le industrie della pesca e del copra sono le principali occupazioni della popolazione, continu il nostro interlocutore. Purtroppo un terribile flagello vi  diffuso, grazie
anche alla primitiva situazione dei mezzi sanitari, e preoccupa assai il nostro governo. Il dieci per cento della popolazione  affetto da lebbra e si sta lottando per limitarne la diffusione.
Da una occhiata dei miei amici compresi che non reputavano molto igieniche le attrattive turistiche di quelle isole.
Oh! Ma c' scarso pericolo, si affrett ad aggiungere il maldiviano, accorgendosi del pessimo effetto suscitato da quella notizia. Basta non aver contatti con i lebbrosi che, se non vivono isolati, sono peraltro ben riconoscibili da un bastone a campanelli che annuncia da lontano il loro arrivo.
Comunque, campanelli o no, ci accomiatammo piuttosto depressi, ponendo fine al colloquio con quest'ultima spiacevole impressione.
Da quanto avevamo saputo si rendeva assolutamente impossibile un nostro spostamento nelle Maledive. Ci prescindendo dalla lebbra. Il viaggio di andata e ritorno, infatti, se svolto nelle condizioni pi favorevoli sarebbe durato oltre un mese, e calcolando a tre mesi il periodo utile tra i due monsoni in quel versante - da novembre ai primi di febbraio - non sarebbero rimasti che circa trenta giorni per lo svolgimento del nostro programma: un margine di tempo assolutamente insufficiente. Urgeva quindi cercare un'altra sistemazione lungo le coste di Ceylon e preferibilmente su qualche isoletta vicina.
Era per noi della massima importanza la limpidezza delle acque, che aumentava con l'allontanarsi dai litorali, disseminati di troppe foci fluviali recanti fango e detriti.
Cos discutendo, ci avviammo verso il luogo di un secondo appuntamento, estraneo, diremo cos, al lato professionale della nostra attivit. Si trattava delle due fanciulle conosciute la sera precedente, che
tanta favorevole impressione avevano destato nei nostri animi sensibili.
Il ministro Cuneo ci aveva cortesemente prestato la sua auto e cos, splendidamente motorizzati, ci recammo a prelevare Mary e Nelly.
Guidati dalle graziose guide prendemmo conoscenza degli angoli pi caratteristici e dei locali meglio frequentati della citt. Ci si prospettava un magnifico soggiorno.
Ma due inconvenienti piuttosto gravi vennero a turbare il benessere di quelle piacevoli giornate, e se uno venne presto eliminato, l'altro contribu al rapido accorciamento di questo periodo ozioso.
Il primo inconveniente era costituito dal fatto che eravamo in tre: uno di noi era di troppo, nell'amicizia che si era stabilita con Mary e Nelly. Come riuscire a conquistarci i loro favori, come utilizzare quelle splendide, tiepide notti lunari, come profittare di quelle strisce dorate che le stelle a sera accendevano nel mare, se c'era sempre qualcuno di noi che preoccupato dei successi degli altri saltava fuori puntualmente nei momenti meno opportuni?
Nel rapido svolgersi di due giorni le condizioni si erano notevolmente aggravate, ed insostenibili erano divenuti i nostri rapporti, nel continuo tentativo di stroncare le iniziative degli altri. Se fossi tanto abile da descrivere in poche righe le divine grazie delle due fanciulle si comprenderebbero meglio le ragioni di una tale guerra fredda.
Tutto venne tentato. Si fecero sparire pantaloni, scarpe, intere valigie per costringere al chiuso la vittima, in qualche modo questa riusc sempre a cavarsela. E la vittima era ora uno ora l'altro di noi. Ci chiudemmo a vicenda nelle docce, ci sfuggimmo inventando mille pretesti, sussurrammo all'orecchio delle due misses tremende confidenze ai danni degli altri. Niente:
dopo due giorni ci dibattevamo nelle medesime condizioni della prima sera.
A questo punto si realizz un insidioso colpo mancino che per poco non mi gett fuori della lotta. Era la sera del 28 dicembre e nulla lasciava prevedere la calamit che doveva aver ragione di tutti i miei sforzi precedenti.
Devo premettere che quella mattina avevamo invano tentato di metterci in comunicazione col dipartimento di pesca singalese ed attendevamo per quella sera una telefonata onde fissare un appuntamento per il giorno dopo. Sempre per la medesima serata eravamo invitati da S. E. Cuneo ad una festa da ballo al Galle Face, alla quale avrebbero partecipato le due inglesine.
Pochi minuti prima di uscire, ricevemmo l'attesa comunicazione ed io stesso ascoltai la presunta voce di un ministro singalese pregarmi di raggiungerlo presso la sua abitazione, ove avremmo discusso i nostri problemi.
Ipocritamente, i miei innocenti amici si reputarono addolorati dell'inatteso contrattempo: Tu capisci, Franco, diceva Paolo, quasi commosso, nessuno potrebbe sostituirti in questa visita, giacch solo tu potrai informarti su quei particolari tecnici che c'interessano.
 vero, aggiunse Carlo con convinzione, tu sei il pi adatto. D'altra parte sarebbe inutile che uno di noi ti accompagnasse, ti pare? Soprattutto per non recare sgarbo a S. E. Cuneo, che cos gentilmente ci ha invitato.
E in questo modo, una parola l'uno, una frase l'altro, mi convinsero a lasciarli andare soli alla festa.
Cos, come si potr facilmente immaginare, si verific quella sera lo strano caso di un giovane europeo che buss ad ora insolita alla porta del ministro S.
Dietro le mie insistenze venni fatto parlare direttamente con l'alta personalit che, gentilmente, si reput felice di fare la mia conoscenza, dimostrandosi per del tutto all'oscuro dell'appuntamento e dei nostri particolari problemi.
Con pensieri assassini che mi turbinavano per la testa tornai tristemente all'albergo. Qui posi in atto il piano di vendetta che ero venuto costruendo durante il tragitto.
Come ho gi accennato, appena calava la notte, il salone inferiore dell'albergo si riempiva di un buon numero di dormienti che, pigiandosi l'uno presso l'altro, occupavano tutto lo spazio sino alle pareti. Onde permettere il ritorno dei clienti ritardatari che dovevano salire al piano superiore si lasciava libero uno stretto corridoio che passava tra le ali di quei notturni frequentatori dell'hotel.
Munitomi di alcune sedie ed altri ingombri, sbarrai silenziosamente il sottile camminamento e sedutomi alla sommit della scala attesi pazientemente il rientro dei colpevoli.
Verso l'una, tanto era durata l'attesa, la macchina del ministro si ferm davanti all'ingresso e ne scesero Paolo e Carlo.
Ridacchiavano, i due sciagurati, felici certo per il buon esito della burla e per la riuscita della festa.
S'introdussero senza parlare nella hall ed allontanandosi dalla luce della strada scomparvero nella pi completa oscurit.
Lenti trascorsero alcuni secondi, poi la trappola funzion. Il rumore di un urto violento contro una sedia, un'imprecazione, il tonfo delle cadute, le grida maledicenti degli indigeni assopiti, che si erano sentiti piombare qualcosa di inatteso addosso, tutto and per il suo verso.
Si sa come vanno a finire queste cose. La completa oscurit, le voci allarmate di molte persone che chiedendo spiegazioni confondono il senso delle loro parole in una gazzarra indescrivibile, domande che interpretate come paurose notizie provocano un panico generale, una spinta involontaria che viene scambiata per una provocazione ed i primi pugni cominciarono a volare: tutta quella gente cominci ad azzuffarsi in una rissa clamorosa.
In mezzo alla baraonda udivo le bestemmie sonore dei miei amici, e assaporandone il tono eccitato attendevo beatamente la conclusione del combattimento.
Questa venne dalle mani di Mr. Holley, il proprietario, che allarmato era uscito dalla sua camera e girando un interruttore aveva fatto luce.
La scena, illuminata, era tale che vale la pena di descriverla.
Contemplandosi idiotamente nelle pose pi impensate, gruppi di indigeni laceri e scapigliati cercavano nel viso dei vicini la ragione delle percosse date e ricevute; presso l'entrata si era radunata una folla discreta attratta dal rumore della zuffa.
Quasi al centro, con gli abiti letteralmente a pezzi, Paolo e Carlo agitavano ancora sulle loro teste una sedia ed uno sgabello con cui erano riusciti a fare un grande largo intorno a s senza per evitare gli scambievoli colpi che si erano abbondantemente somministrati.
Alzando lo sguardo irato verso il proprietario che presso di me chiedeva ansiosamente qualche chiarimento, si accorsero anche della mia presenza.
Piacevolmente composto nel mio abito candido sorrisi, con un grazioso cenno di saluto:
Salve, amici, dissi, vi occorre una mano?
Come si  visto, quella lotta incontrollata per la conquista di un sorriso avrebbe potuto condurre a
qualche burla esagerata se le due stesse fanciulle, comprendendo finalmente l'irregolarit della situazione, non avessero risolto tutto per il meglio. Presentataci improvvisamente una terza miss dai capelli rossi e dai modi intraprendenti, portarono al numero perfetto l'eifettivo delle loro forze.
Paolo, colpito dal classico colpo di fulmine, si assunse l'incarico di scortare la nuova venuta e la vita riprese a scorrere piacevolmente.
Vi era tuttavia un secondo inconveniente, il pi grave, costituito dalle deplorevoli condizioni delle nostre finanze. Sbarcati con una somma esigua, l'avevamo vista diminuire paurosamente in pochi giorni, non solo a causa di Mary, Nelly e della rossa scozzese, ma principalmente a causa dei visti e delle pellicole, che avevano assorbito oltre la met delle nostre sostanze.
In patria eravamo riusciti a formarci un buon equipaggiamento con gli aiuti di diverse importanti case italiane, come la Pirelli, la Cirio, la Moretti, la S.A.L.V.A.S., la Siama, la Humo, ecc.; ma quanto a danaro liquido, eccettuata qualche modesta elargizione del nostro circolo subacqueo di Napoli, o della Pesca Sportiva, non se n'era visto neppure l'ombra.
Quindi tutto l'onere dello spostamento e del mantenimento della spedizione ricadeva sulle nostre spalle. Il che voleva dire, in parole povere, riuscire a tirar fuori a malapena i soldi per il viaggio e partire perci praticamente senza fondi; oppure non partire affatto. Senza soffermarci troppo su questo dubbio amletico c'imbarcammo con puntualit sul Vivaldi, baldanzosamente sicuri di cavarcela in qualche modo.
Cos, quando, morto il vecchio 1951, apparve sulla scena il nuovo anno, si poteva affermare senza alcuna probabilit di errore e di smentita che la nostra societ
per la riabilitazione dei pescecani e per le osservazioni subacquee si trovava sull'orlo del fallimento.
Difendendo gelosamente ed avaramente le ultime risorse, avevamo contrattato con un burga amico e proprietario di una moto Indian con side-car, l'affitto della macchina. Con questa avremmo ispezionato le coste intorno a Colombo, cercando un luogo idoneo ai nostri esperimenti.
Senonch, trattenuti dal pensiero della tetra solitudine in cui sarebbero piombate le nostre tre gentili amiche durante la nostra assenza, cominciammo a rimandare la data di partenza, facendo degli abili giuochi di equilibrio per mantenerci a galla tra le burrasche economiche che ci minacciavano.
Cos erano trascorsi circa tre giorni dalla fine dell'anno, quando seduti comodamente sulla veranda dell'appartamento di Judy, la scozzese, contemplavamo un tramonto che si ammantava dei suoi migliori effetti.
La veranda, per amore di chiarezza, sporgeva dalla facciata a mare del Mount Lavinia, uno degli alberghi pi eleganti dopo il Galle Face, ma isolato a differenza di questo, a circa trenta chilometri da Colombo, tra la selvaggia vegetazione che attornia la citt.
Carlo ed io, all'aperto, ci trovavamo sdraiati sulle chaises longues a contemplare l'orizzonte, mentre le tre fanciulle si divertivano, non so come, ai racconti di Paolo.
Sorseggiando in perfetto silenzio le nostre bibite avevamo visto lentamente illanguidire le tinte accese dei colori in cielo e diminuire la visibilit con l'avanzarsi rapido della notte.
Dopo aver atteso pazientemente la scomparsa del sole, scorgemmo la luna, ormai vicina alla sua completezza, apparire timidamente quasi dalla parte opposta a quella che aveva inghiottito l'astro diurno. Debellando facilmente le velleit luminose di alcune stelle intraprendenti aveva aperto nel mare un'ampia strada d'argento che veniva a morire proprio ai nostri piedi, su un tratto di rena che le onde, bagnandola a tratti, lisciavano a specchio.
Gli arenili, che dalla punta dove si trovava l'albergo si allargavano in una spiaggia interminabile e deserta avevano assunto una tinta azzurrina che fungeva da contrasto contro il nero della densa vegetazione.
Era una di quelle visioni che avevamo tanto sperato di ammirare nell'attesa del nostro viaggio. Questo panorama, una buona giornata di lavoro alle spalle, il silenzio d'intorno rotto periodicamente dal fruscio del mare lambente con calma le coste di un'isoletta: proprio questo era stato il nostro sogno.
Ma se lo spettacolo era tanto rispondente a quello immaginato, non cos la vita che conducevamo.
Ci pensi, Franco? Udii la voce di Carlo:  passata ormai una settimana dall'arrivo ed ancora non siamo scesi in acqua.
Evidentemente il romantico scenario influenzava anche i pensieri del mio amico.
Gi, risposi, sembra impossibile che dopo aver desiderato per tanto tempo un'esplorazione tra i coralli, quando questi sono ormai davanti a noi, restiamo impalati a guardarli da lontano.
Domani bisogna assolutamente iniziare il lavoro, decise Carlo improvvisamente.
 quel che dico io, approvai, gettandogli una occhiata.
Soddisfatti della risoluzione, pensammo che fosse necessario informarne il terzo socio, Paolo, che pur amando parecchio il genere di vita condotto in quei
giorni, divideva con noi la irresistibile attrazione per il mare.
Alzatici ed entrati in salotto, lo informammo brevemente della decisione.
In condizioni di spirito certo differenti dalle nostre, l'annuncio gli giunse inatteso e ci fiss sconcertato al di sopra delle bianche spalle di Judy che gli sedeva a fianco.
Cosa hanno detto? chiese questa che non comprendeva l'italiano.
Che c'? s'informarono Mary e Nelly, osservando l'espressione di Paolo.
Domani, rispose questi tetro, inizia la quaresima: cominceremo la giusta espiazione dei nostri peccati.
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Capitolo 3.
INCONTRO CON GLI SQUALI.
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Ferma, ferma! gridai a Carlo, indicandogli la piccola baia, apparsa all'improvviso attraverso uno squarcio della vegetazione. Mi sembra un buon punto, questo.
Carlo rallent l'andatura e percorremmo ancora due o trecento metri prima di arrestarci cigolando sul margine della strada.
Che te ne pare? chiesi ancora.
Si gir a guardare lo scenario seguendo rapidamente i contorni della piccola insenatura. S, non c' male, disse, per io andrei a cercare un poco pi avanti, tanto potremo sempre ritornare, se non troveremo niente di meglio.
Paolo, che aveva viaggiato quasi tutto il tempo sul parafango posteriore, senza niente di morbido che gli proteggesse il fondo della schiena dai sobbalzi del trabiccolo, annunci recisamente che il posto gli sembrava adatto e bellissimo e scendendo a terra si piazz deciso a ragguardevole distanza, visibilmente disgustato dal nostro mezzo di trasporto.
Stavamo per decidere quale fosse il punto migliore della costa per tentare la nostra prima immersione dopo l'arrivo a Ceylon. Eravamo riusciti a sbrigare solo nelle prime ore del pomeriggio alcune faccende e le ultime pratiche per visti e documenti, e si era fatto tardi per lasciare la citt. Pure, decisi a non rimandare ancora quel lavoro per noi cos importante, che era la prima visita ai fondali di corallo, eravamo ugualmente partiti.
Nei giorni precedenti, girando qua e l in Buick con quelle tre meravigliose figliole al fianco, ed oziando nei migliori alberghi, avevamo dimenticato un poco l'ansia ed il desiderio del mare.
Ma ogni qualvolta ci capitava di vederlo, pur cos mosso ed ostile in quelle giornate instabili, ci sembrava di andar commettendo un tradimento, come se respingessimo un vecchio amico; l'invito irresistibile di quelle acque non ci aveva, alla fine, permesso di indugiare oltre.
Perci, cavalcando la vecchia Indian, con i lunghi fucili subacquei emergenti bellicosamente dal side-car e le maschere sul viso per proteggerci dal vento, abbandonammo la periferia e sfrecciammo rombando lungo i sentieri tra la jungla, fantastica apparizione per i placidi abitanti dei villaggi costieri. E quando il fango sulla strada non ci obbligava a scendere per dare una mano al motore, o l'addensarsi della vegetazione non ci obbligava a fermarci davanti a una muraglia verde, studiavamo con attenzione i contorni della costa alla ricerca del punto migliore.
Cos, evitando per miracolo un numero incalcolabile di vacche sacre placidamente accucciate a ruminare in mezzo alla via, e sterminando tra le maledizioni dei proprietari un intero esercito di galli e galline, tra il gemere delle gomme nelle brusche frenate ed il guaire dei cani spaventati, percorremmo una quarantina di chilometri in direzione di Ambalangoda.
Qui, dopo una violenta lite con un carrettiere che ci aveva fatto balzare dentro un cespuglio di cactus sul margine della strada, ci fermammo presso quella piccola baia, un posto incantevole, che in una giornata di sole doveva certo diventare qualcosa di paradisiaco. In quel pomeriggio, invece, il tempo era decisamente ostile. In quei giorni infatti stava terminando il periodo di transizione tra i due monsoni e l'atmosfera era ancora scossa dagli ultimi sussulti di tale perturbazione, prima di acquietarsi nelle belle giornate di gennaio e di febbraio.
Avevamo lasciato Colombo con un ventaccio di levante che, preannunciatosi in sordina durante la mattinata, era via via aumentato in violenza battendo furioso il mare e l'alta vegetazione. Ululando e sibilando tra le foglie, trascinava in alto una massa di nembi disordinati sempre pi scuri e minacciosi. Il mare ribolliva sotto, cacciando via le poche vele purpuree dei kathamarana pi arditi che fin dalla mattina erano stati tirati in secco sull'alto della spiaggia.
Ma, tempesta o non tempesta, non ci sentivamo di attendere ancora.
La piccola insenatura piegava verso il largo due sponde esili e rocciose, che cingendola a ferro di cavallo la riparavano un poco dalla forza del vento. Sulla destra, nascoste all'ombra dei fusti di cocco, si vedevano sparse le barcollanti capanne di un piccolo villaggio di pescatori.
Da quegli oscuri tuguri con le pareti di fango e il tetto di paglia uscirono in frotta gli abitanti eccitati, correndo verso di noi a godere della novit. I bambini, subito accorsi come se fossero sbucati da sotto terra, precedettero i grandi. Timide, le donne soffrivano da lontano per non poter partecipare con i loro uomini all'eccezionale avvenimento.
Tra gli estremi delle due punte correva la chiara
striscia del litorale, che la foce di un fiumicello divideva in due parti.
Dinanzi a questa spiaggia, oltre la barriera di corallo, ad un chilometro circa da noi, due isolotti spogli spezzavano le onde. Verso questi, a ridosso del corso del piccolo fiume, si spingeva in mare una lingua di terra, rigonfiandosi all'estremit in una sorta di promontorio tondeggiante, su cui poche palme incolte si piegavano all'impeto del vento.
Non pi di tre o quattrocento metri correvano tra la punta di questa penisola e quei due scogli.
Il mare, pur cos protetto dalla baia, battuto dal vento insistente e tutto increspato in un'infinit di piccoli marosi aguzzi, urtava incessantemente col peso dei suoi cavalloni sui coralli della barriera; la massa disordinata delle nuvole grige sfilava bassa, in mille forme impensate, procedendo veloce da oriente ad occidente. Quella non era davvero giornata propizia!
Sostammo un poco osservando il cielo e cercando ansiosamente un segno, uno squarcio tra le nubi, che ci facesse sperare nella comparsa del sole.
 inutile, convenimmo poi.  meglio sbrigarci, tanto, pi tempo passa e pi si rannuvola.
Meno male che qui, a gennaio, il tempo  sempre bello ed il mare giace in calma perfetta, disse Paolo, parafrasando le informazioni che un istituto climatolgico ci aveva fornito, ancora in Italia. Se no, chi sa che giornatacce avremmo incontrato.
Pensa invece alle onde che devono alzarsi quando arriva il monsone, cercai di consolarlo, mentre districavo il mio fucile tra le sagole ingarbugliate degli altri.
Perch questo non  il monsone? chiese Paolo osservando il mare dubbiosamente.
 tempo bello, non lo vedi? ribatt Carlo, avviandosi verso la spiaggia, mentre l'altro si lasciava
andare ad espressioni prive di simpatia, a quanto si poteva capire, per gli istituti geografici in genere.
Presi anch'io la mia roba e lo seguii.
Scortati da un codazzo di indigeni fuori di s per l'entusiasmo di poter assistere ad un avvenimento cos straordinario, prendemmo a camminare sulla sabbia grossolana e cristallina della piccola penisola. Paolo era ancora indietro, ad armeggiare attorno alla sua attrezzatura.
Poco pi in l posammo i fucili sugli scogli e ci separammo.
Mentre m'infilavo le pinne, cercavo con lo sguardo un possibile passaggio tra la catena di onde che si susseguiva senza interruzione. Lungo la punta rocciosa su cui ci trovavamo, il rompersi pi rado e meno impetuoso dei cavalloni tradiva una maggiore profondit: probabilmente era quello il luogo pi adatto per tentare di raggiungere il largo.
Scesi in mare a sciacquare la maschera, e Carlo mi indic il cielo con un gesto significativo.
Da oriente la nuvolaglia si era strettamente infittita e la luminosit del giorno andava rapidamente diminuendo.
Accelerammo le nostre operazioni, caricammo i fucili, ci assestammo le maschere, ci guardammo. Tra poco ci saremmo trovati nel mondo dei coralli: solo pochi attimi, qualche metro, ci separavano dalla meta del nostro lungo viaggio.
Be'! Io vado, disse Carlo, semplicemente.
Ecco sono pronto, ribattei.
Paolo, presso la moto, urlava invano contro il gruppo degli indigeni che gli si stringevano troppo addosso.
Puzzano come appestati, ci spieg da lontano.
Piantala e sbrigati, gli gridammo di rimando, spazientiti.
Carlo ed io c'immergemmo insieme ed appena in acqua avvertimmo subito la forza di quelle correnti che dovevano costituire, in seguito, la maggiore difficolt. Prendemmo a spinnare con energia.
L'acqua non era molto chiara e la scarsa luce esterna non permetteva di distinguere i particolari del fondo. Nuotavo vigorosamente, puntando verso la barriera corallina ed alzando spesso la testa per non perdere di vista Carlo ed il punto pi adatto al passaggio.
Non mi sentivo a mio agio e provavo un vago senso di apprensione. L'ambiente nuovo e il tempo minaccioso mi rendevano quelle acque estranee, ostili.
Quantunque cercassi attentamente, non riuscivo a vedere, sotto, un pesce che venisse a vivificare la tonalit bigia di quel fondo sabbioso.
Giungemmo abbastanza velocemente nella zona dove, cominciando le formazioni coralline ad accavallarsi e ad elevarsi dal fondo, le onde vi urtavano, disseminando l'acqua di milioni di bollicine di aria che impedivano del tutto la visibilit. Mi assestai la maschera, presi fiato e cominciai a nuotare, con quanta forza avevo, in quel candore di schiuma.
Non avevo dato che poche bracciate quando vidi corrermi incontro, con la sua criniera ribollente, altissimo a vederlo dal basso, un enorme cavallone.
Spaurito da quella valanga d'acqua che mi si precipitava contro, rimasi indeciso, guardandone affascinato l'avanzarsi veloce. Era la prima volta che mi trovavo a lottare con onde cos alte e furiose: non dovevano essere meno alte di quattro o cinque metri, a osservarle serenamente.
Stetti l ad aspettarla, raggomitolandomi, finch l'ondata mi rovin disastrosamente addosso. Sbattuto da ogni lato, voltato e rivoltato senza possibilit di resistenza, con la maschera a sghimbescio, mi ritrovai ancora pi indietro del punto di partenza.
Senza lasciarmi intimidire da questi primi approcci, mi rimisi in sesto la maschera, sputai l'acqua del respiratore, controllai la posizione di Carlo, che era nelle mie stesse condizioni, e andai ostinatamente avanti.
Appena arrivato nel punto critico una nuova massa d'acqua mi si fece addosso.
Questa volta ti vinco io, pensai, ed appena l'onda mi fu vicina m'immersi vigorosamente, con l'intenzione di superarla alla base.
Come ho gi detto, sott'acqua non si vedeva niente, e la prima cosa che avvertii tangibilmente fu un pesante urto alla testa che mi dimostr senza incertezza che avevo raggiunto il fondo.
Mi allontanai istintivamente dal basso e divenni preda facile delle acque sconvolte, che dopo avermi coscienziosamente sbattuto contro le punte dei coralli mi lasciarono mezzo intontito nella posizione di prima.
Ce la passiamo male, eh? mi sogghign vicino la voce di Carlo.
Non voglio mica passare, ribattei tastandomi il capo, stavo solo cercando il punto migliore.
Ci ributtammo con decisione in quel caos indescrivibile. Mandando gi pi acqua che aria, perdendo a volte completamente il senso d'orientamento e trovandoci a nuotare verso terra invece che verso il largo, passammo cos non so quanto tempo, mezzo asfissiati, ma sempre agitandoci cocciutamente in quel turbinio salato.
Per farla breve, dopo altri inutili tentativi, profittando di un fugace momento di pace, riuscimmo a raggiungere l'altro versante, dove una calma relativa ci permise di respirare.
Spinsi lo sguardo sul fondo, ricercai avidamente quelle visioni che avevo tanto desiderato ammirare. Ricordavo le parole di William Beebe, di Hans Hass,
lette e rilette, ma sotto di me non vi era nulla di festoso, niente che somigliasse a foreste incantate, non vi si scorgevano colori vivaci e brillanti, proprio nulla
di bello e di piacevole.
Ad una decina di metri dalla superficie, affondato nell'ombra, il paesaggio corallino appariva oltremodo scialbo. Le terrazze embricate dei madreporari, dei ventagli di Venere, le cuspidi ardite, le sterminate foreste di corallo a corna d'alce, tutto aveva perduto il proprio colore nella malinconia di quell'ambiente senza luce.
Le ombre cupe dei canali, l'oscurit impenetrabile degli antri, i movimenti privi di contorni di una vita dalle forme nuove ed inaspettate per noi, ci riempivano di disagio, di sospetto.
Gli antichi racconti incredibili di mostri orrendi, di insidie nascoste, della ferocia implacabile degli squali, dei corpi viscidi di piovre flessuose, mi ritornarono in mente, e non era facile, ora, sorriderne come quando si era a terra.
Levai il capo dall'acqua per cercare Paolo che non si vedeva ancora: il cielo, plumbeo dietro i due isolotti, sembrava confuso col mare, la pioggia sarebbe certo arrivata a momenti.
Tutti gli abitanti del villaggio si erano accalcati sul promontorio, alla fine della penisola e ci fissavano in silenzio, accosciati, con i dooti candidi sulla pelle oscura.
Visto che Paolo non si decideva ad arrivare, e pensando che avesse rinunciato al passaggio, prendemmo a nuotare verso i due scogli. Favoriti dalla corrente, ci allontanammo senza fatica. Sotto di noi, intanto, il fondo cambiava aspetto: pi radi divenivano i coralli, mentre si vedevano grossi scogli coperti di molluschi, con qua e l qualche spazio libero, pavimentato con sabbia grossa ed azzurrastra. Contro
lo sfondo chiaro di uno di questi spiazzi scorsi improvvisamente la forma oscura di un animale immobile, sospeso a mezz'acqua.
La scarsa luminosit dell'acqua e la scarsa limpidezza non mi davano modo di individuare precisamente quell'ombra.
Vagando placidamente con movimenti appena percettibili della coda, quel grosso pesce si manteneva alla stessa altezza dal fondo, a pochi metri da noi.
Era il primo pesce che vedevamo, forse la nostra prima preda, nelle acque di Ceylon.
Emozionatissimo, rimasi a carezzarlo con lo sguardo, spalancando gli occhi per vedere meglio. Richiamai Carlo che indugiava a pochi metri da me, per renderlo partecipe della scoperta. Nel frattempo vidi il pesce inclinarsi ed avviarsi verso il fondo.
Temendo mi sfuggisse, non attesi di pi: strinsi
il fucile, respirai profondamente e mi immersi, nuotandogli incontro.
Lo avvicinai con mosse leggere, caute, ma non sembrava spaventato: non procedeva che lentamente senza darsi pensiero della mia presenza. Ne distinguevo ora chiaramente la forma e le caratteristiche, rallentai ancor di pi, meravigliato.
Piatto, largo quanto una ruota di automobile, con il corpo liscio e brillante traversato da due strisce brune presso il capo e a met del corpo, gir su se stesso per osservarmi meglio.
Esitai un poco, mi dispiaceva coglierlo in quell'atteggiamento di completa fiducia: poi mi decisi, lo colpii proprio nel mezzo, e l'arpione lo attravers con facilit.
Sbigottito, travolto dalla rapidit dell'azione il pesce si pieg su di un lato per la spinta ricevuta, poi si riprese ed a strattoni tent di liberarsi dalla freccia; ma la reazione fu breve, si abbandon presto sull'asta,
col corpo argenteo scosso da lunghi brividi di agonia, senza pi alcuna resistenza.
Riaffiorando alla superficie tirai a me la sagola, Carlo si accost per aiutarmi a staccare la preda dall'arpione.
Proprio in quell'istante, dalla folla d'indigeni accalcata sul promontorio vicino si lev un forte clamore, impressionante.
Ci voltammo di scatto: erano tutti in piedi e urlando verso di noi ci facevano rapidi segni per indicarci qualcosa verso il largo. Dal villaggio, muovendo sulla corta penisola verso il promontorio altra gente accorreva eccitata.
Mora, mora. Il grido arrivava distinto, contrastando col vento. Mora, mora. I gesti venivano tracciati concitatamente e le urla davano l'impressione che qualcosa ci stesse per piombare addosso. Ma cosa?
Tutta quell'agitazione, di cui non riuscivamo a farci ragione, c'innervosiva insopportabilmente.
Che diavolo volete? urlai irritato, ed il mio grido sollev un pandemonio strepitoso di risposte: i gesti si moltiplicarono. Ci stringemmo vicino fino a toccarci e mentre lavoravo febbrilmente per staccare il pesce dall'arpione fissavo il fondo sotto di noi senza distinguere niente.
Hai capito perch gridano? mi chiese infine Carlo con voce inquieta.
Non lo so, forse perch abbiamo preso questo animale. Ed entrambi fissammo interrogativamente il largo pesce agonizzante.
Ma non possono distinguerlo a tale distanza, aggiunsi subito.
Prova un po' a farlo vedere, sugger Carlo, alzando la voce per coprire il frastuono di tante grida.
Sollevai cos la bestia sopra di me, cercando di
mostrarla bene fuori dall'acqua ma, d'improvviso, come obbedendo ad un segnale convenuto, le grida cessarono del tutto ed un assoluto silenzio cadde sulla folla raccolta.
Scorgevamo la gente immobile, guardarci senza fiatare con una fissit inspiegabile; e quel silenzio profondo, dopo lo strepito di prima, aument spasmodicamente la nostra tensione nervosa.
D'un tratto mi sentii stringere con forza il braccio: Guarda! mi grid Carlo, e rituff subito il capo nell'acqua.
Provenienti dal largo, tre forme grige ci muovevano incontro: erano tre grossi squali, impressionanti nella loro velocit.
In un attimo ci furono sotto, rallentarono l'andatura e presero a tessere eleganti evoluzioni a pochi metri da noi, incrociandosi fra di loro.
Li seguivo con gli occhi sbarrati, quasi senza respirare. Per quanto fossimo preparati a questi incontri e per quanto avessimo a lungo ragionato sul modo di comportarci in simili evenienze, in quel momento avevamo tutto dimenticato e come due ebeti rimanevamo l, a fissarli a bocca aperta.
Non mi era difficile riconoscere la specie a cui appartenevano: l'ampia coda eterocerca, le larghe fessure branchiali, il classico colore li tradivano per pescecani, per grossi maneaters di circa tre metri di lunghezza.
Nuotavano con mosse brusche, nervose, incrociando sempre nello stesso punto come alla ricerca di qualcosa.
Con rapide virate guizzavano a perpendicolo sotto di noi senza peraltro dar segno di accorgersi delle nostre figure in superficie. Evidentemente avevano rinvenuto tracce del sangue della nostra preda e ora ne bramavano avidamente le spoglie.
Guardavo emozionato le evoluzioni di quei grandi corpi e in seguito mi rammaricai molto di non aver avuto il Robot tra le mani per scattare qualche fotografia.
Inaspettatamente, senza apparente ragione, due di quegli squali si allontanarono rapidi com'erano venuti, scomparendo dalla nostra vista con veloci colpi di coda.
L'altro rimase a ripetere per un poco le manovre dei compagni, poi dette segno di avvertire la nostra presenza e cominci a tracciare dei larghi "giri intorno a noi, mantenendosi per sempre ad una certa profondit. Si era leggermente inclinato su di un lato e ci fissava con curiosa espressione maligna dei suoi occhietti piccoli e brillanti. D'un tratto ci punt diritto contro, ma senza sveltezza, indolentemente, mostrando una certa esitazione.
Giunse cos a pochi metri da noi: ci mettemmo ad urlare ambedue, con l'intento di allontanarlo. Guizz automaticamente lontano e si arrest, stupito di quanto era accaduto.
Ristette per pochi istanti, poi, forse attirato dalle ultime convulsioni del pesce catturato, ripart all'attacco e ci piomb addosso.
Non si ha idea di quanta velocit possano sviluppare in uno scatto solo quegli animali: non c' possibilit di difesa contro simili puntate, non si riesce neppure ad abbozzare un tentativo di fuga, e non  possibile scansarli: irruentemente arrivano addosso e ben poco pu fare un uomo disarmato.
Carlo, che lo seguiva in tutte le sue evoluzioni col fucile puntato, ebbe tempo di scaricarglielo addosso, in pieno muso. Lo squalo rincul alla botta, poi fugg precipitosamente mentre l'arpione, che era riuscito solo a scalfirlo, si staccava senza sforzo.
Ci guardammo senza parlare.
Scorsi sul viso del mio amico, come in uno specchio, l'immagine della mia espressione stravolta.
Hai visto? mi fece notare Carlo. Quando abbiamo gridato la seconda volta non si  spaventato per niente.
S,  vero, risposi, per il colpo lo ha sentito.
Quell'episodio ci fu di utilissima lezione: nelle immersioni dei giorni seguenti uno di noi manteneva sempre pronto ad ogni evenienza il fucile carico quando gli altri avevano sparato.
Che facciamo, vogliamo continuare? mi chiese poi Carlo. Il tempo peggiora sempre di pi.
Be', ormai ci siamo, proposi, facendomi animo. Diamo soltanto un'occhiata intorno ai due isolotti e torniamo subito.
Non potr mai dimenticare quella giornata di pesca.
Non avremmo potuto trovare condizioni pi disastrose per la nostra prima perlustrazione subacquea a Ceylon.
Nelle ore felici che trascorrevamo nei preparativi o nel far progetti, quando immaginavamo con la fantasia le scene che avremmo vissuto dopo giunti a destinazione, eravamo mille miglia lontani dall'immaginare quanto realmente ci doveva accadere quella sera.
Avevamo sempre immaginato la nostra prima immersione nel mondo incantato dei coralli come qualcosa di luminoso, di coreografico, come uno spettacolo ricco di colore e di creature vivaci, in cui perfino i pescecani assumevano un aspetto interessante. Il sole dei tropici avrebbe dovuto, naturalmente, brillare sulle nostre teste e ci avrebbe dovuto riscaldare salutarmente quando, dopo ore di estatica contemplazione, ci saremmo staccati a malincuore da quelle meraviglie.
Invece niente di tutto questo.
Crepitando violentemente sulla superficie del mare, era sopraggiunta una pioggia torrenziale, cogliendoci ancora al largo dei due scogli, mentre la gi scarsa luce del cielo si era dileguata del tutto. Per completare la scena, una intera batteria di tuoni si esibiva gratuitamente senza economie di colpi. Ma ancora qualcosa si aggiungeva ad aumentare l'atmosfera di tragicit diffusa nell'ambiente ed a fornire un sinistro significato all'imperversare del maltempo.
Sulla superficie agitata del mare, infatti, presso i due isolotti quasi sommersi dall'impeto delle onde, balzavano in alto, ricadendo piatte sul mare con grandi colpi, enormi mante cornute dalla lunga coda filamentosa. Intraviste cos, fra gli scrosci fitti di pioggia, apparivano come enormi pipistrelli caudati, con svolazzanti mantelli, simili a cavalieri infernali, fantastici animali di una scena apocalittica.
Nel bel mezzo di quel pandemonio, nuotando con tutte le forze, cercammo di vincere la corrente contraria che via via si irrobustiva. A complicare le cose, una grossa manta, arpionata presso gli scogli, cercava con poderosi svolazzamenti di riportarci indietro, mentre ci trovavamo nell'impossibilit di darle il colpo di grazia, perch non ci colpisse con la sua pericolosissima coda.
Col fiato grosso, in un'acqua torbida e priva di visibilit da metterci i brividi, dopo quell'incontro con i pescecani, con la nuca bersagliata da una violenta doccia inattesa, cominciavamo piuttosto a dubitare della buona idea di essere venuti a pescare nei meravigliosi recessi del mondo corallino.
Penso che sarei mezzo affogato per la rabbia se avessi saputo allora, in quelle critiche condizioni, del comportamento di un'avvenente fanciulla romana al mio ritorno in Patria.
Infatti, mentre andavo raccontandole gli avvenimenti di quel giorno, infervorandomi, mostrandole vivamente tutta la tragicit della situazione nella quale ci dibattevamo, e sottolineandole l'epicit della scena nel contrasto della nostra impari lotta contro la furia scatenata degli elementi, se ne usc con un'arietta ingenua ed innocente: Oh! Poveri diavoli! Ma chi ve lo faceva fare?
E pensare che avevo tutta l'intenzione di destare la sua ammirazione, di farle colpo.
Dopo un'ora di energiche bracciate, battendo un crawl continuato da perderci il fiato, ci accorgemmo di rimanere sempre pi o meno nel medesimo punto. Solo dopo due ore arrivammo dritti sulla barriera, ed a guisa di due rottami, punzecchiati e tagliuzzati dai ricci e dai coralli, venimmo deposti in malo modo nelle acque pi tranquille del canale, presso la costa. Finalmente dopo dieci minuti mettemmo piede a terra tutti intontiti e doloranti.
Ma dove vi siete cacciati? ci accolse Paolo urlando da lontano. Mi avete fatto stare in pensiero. Poi, uscendo da sotto le palme dove si era rifugiato, ci giunse vicino, tutto avvolto in un telo da tenda per proteggersi dalla pioggia; sembrava un prete buddista con la tonaca mimetizzata.
Perch siete stati tanto in acqua? Non doveva esserci molto a giudicare da quello che avete preso. Mentre non ci degnavamo di rispondergli ci aiut a tirare all'asciutto la preda.
Cspita se  grande! ammir poi, avvicinandosi cautamente. Ma sar buono da mangiare, poi?  il pesce pi buono che io conosca, ribatt Carlo secco secco.
Mai quanto quello che ho preso io, ammicc furbescamente il nostro amico da sotto la tonaca. Mentre voi due perdevate tempo a sciacquarvi al largo, io, rinunciando a quegli inutili giochetti fra i cavalloni, ho pensato di pescare davvero. Ecco: le ho prese tutte ai margini della barriera, in tanto d'acqua cos. E ci indic con gesto largo il voluminoso mucchio di dodici enormi aragoste che giacevano alle nostre spalle. E se vi interessa, le ho gi vendute ad un vecchio per dieci rupie, capito? Dieci suonanti rupie! concluse, avvolgendosi maestosamente nel suo drappeggio.
Con i capelli appiccicati sul viso percorso da abbondanti rivoletti d'acqua, con lo sguardo smorto per la fatica, a bocca aperta, lo guardammo per un poco; poi, in silenzio, ci avviammo verso la moto, tra gli alberi. Sulla spiaggia, presso le aragoste, lasciammo il pesce ed i fucili.
Ehi! Che vi piglia? ci grid dietro Paolo. Be'! Senza scherzi, riprese con altro tono, mi avete fatto passare un brutto quarto d'ora. Anzi, a proposito, come ve la siete cavata con i pescecani? Ah! Lo sai che noi abbiamo visto i pescecani, si vendic Carlo animosamente. Ed erano dieci, capisci? Grandi quanto sottomarini, dieci come le tue sonanti rupie.
Tutta invidia, borbott Paolo, aprendoci la strada tra la folla ancora foltissima degli indigeni, rimasti in attesa del nostro ritorno malgrado la pioggia che picchiava accanita sulle loro teste.
Poi, presso la moto, ci spieg come aveva seguito la nostra avventura con gli squali.
Infatti, mentre stava inutilmente pensando di superare i marosi, aveva udito gridare gli indigeni raccolti sul promontorio. Sul principio non si era allarmato eccessivamente, preso com'era dallo sforzo di vincere la corrente; ma dopo un poco, osservando che quella gente gesticolava indicando il punto ove pi o meno pensava fossimo arrivati, si precipit a riva. Raggiunse velocemente la folla sopra gli scogli.
L assistette ad una scena che lo riemp di terrore, ed un la sua voce a quella degli altri tentando di attirare la nostra attenzione.
Provenendo dal largo, comparendo e scomparendo sulla cresta delle onde, sfrecciavano verso di noi le pinne di due pescecani: Almeno tante ne ho visto io, disse. Mentre vi divertivate ad immergervi a turno, vi stavano piombando addosso, e non potevo avvertirvi. Ho passato davvero un momento terribile, urlavo come un ossesso, ma voi non capivate e forse nemmeno vi siete accorti dei miei segnali disperati. Poi quando erano giunti ad una trentina di metri da voi, gli squali si sono immersi... e non vi ho pi visti! Ho atteso cinque, dieci, quindici minuti poi, capito che tutto si era risolto bene, sono rientrato in acqua.
Gli indigeni, pigiandosi attorno, ci fissavano con gli occhi bianchi sulla faccia riverente, ammirando estasiati quei tre bianchi, quei tre matea che avevano sfidato, proprio davanti a loro, i leggendari signori del mare, i terribili mora, gli sharks divoratori di uomini.
Coperto anch'io da un telo, tornai indietro a raccogliere i fucili sulla riva. Quando tornai, Carlo stava raccontando a Paolo della sua prima immersione.
... E non ti dico che spettacolo fantastico presso quegli isolotti! In un'acqua tersa come il cristallo nuotavano centinaia, ma che dico, migliaia di pesci dai colori pi strani e svariati e lo scenario, il paesaggio intorno, era tanto seducente che ci siamo perfino dimenticati di cacciare e di tornare. Non dimenticher mai le visioni paradisiache di oggi. Quei colori, quelle tonalit. Oh! se avessi visto, Paolo, che sfumature leggere, delicate, erano diffuse tra i boschi di corallo! Peccato, peccato davvero che tu abbia perduto tutto ci, non avresti potuto scordare facilmente quella visione completa di pace e di bellezza. E soddisfatto, mi ammicc sorridendo, mentre mi aiutava ad avvolgere la sagola sui fucili.
Poco dopo, rombando e traballando sulla vecchia Indian ci allontanavamo alla volta di Colombo.
Nelle nostre tasche venti nuove rupie tintinnavano allegramente: quasi tremila lire.
Mica male, per un pomeriggio cos sfortunato.
...
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...
Capitolo 4.
CORALLI E SERRANI.
...
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...
La mattina dopo, al sorgere del sole, partimmo ancora, diretti verso sud.
Dopo aver svegliato i boys ed averli insultati a dovere perch si rifiutavano di portarci la colazione a causa dell'ora, destammo conseguentemente anche l'albergatore. Litigammo anche con lui, e dopo aver fatto un'irruzione in cucina, col prelevamento di qualche ananas a titolo di risarcimento danni, ci separammo per l'ultima volta dal Victoria, dalle sue cimici, dai suoi centopiedi e dai suoi boys ladri.
Il vento della corsa che ci rinfrescava dopo il caldo notturno, il piacere di una splendida giornata innanzi a noi, il sapore gustoso degli ananas che il panciuto Mr. Holley ci aveva tanto cordialmente offerto, ci misero di buon umore e cantando a squarciagola superammo la periferia della citt.
La moto filava allegramente e, data l'esperienza del giorno precedente, pi limitate furono le proporzioni dell'ecatombe di volatili che c'ingombravano il passo.
Con uno di quei rapidi cambiamenti di tempo che sembra caratterizzino il clima di quelle regioni, nuvole, vento e pioggia della sera erano svaniti come per incanto.
Raggiungemmo l'insenatura dove avevamo pescato la sera avanti e che il sole ed il mare, appena mosso, rendevano oltremodo accogliente. Ma non ci fermammo al suo richiamo. Decisi a trovare un'isoletta rispondente alle nostre esigenze, e che ci permettesse di piantare le tende, sfrecciammo via diretti a Welligama, dove terminava la strada lungo la costa, e che rappresentava la localit pi vicina ad un gruppetto di isolotti indicatici come molto interessanti.
Dopo due ore di rapida corsa passammo sotto il gigantesco baobab che annuncia la vicinanza di Galle.  questo un gigantesco esemplare di quella specie di alberi sacri che i botanici ascrivono al genere ficus e che i locali recingono con rudimentali staccionate e circondano di lumini ad olio in segno di venerazione. Poggiato solidamente su quattro branche del tronco, che altrettanti archi separano geometricamente a quadrato, permette il passaggio della strada sotto di s, elevandosi sopra come una fronzuta torre Eiffel naturale.
Senza rendersene conto, il gigante costituisce il pomo della discordia per due grandi partiti locali. Gli amanti del progresso infatti, i modernisti, hanno chiaramente fatto presente al governo che il retrogrado baobab, non permettendo, data l'angusta apertura del sottopassaggio, il transito ai camion ed ai grossi veicoli, impedendo cos a Galle lo svolgersi di quel notevole commercio che le compete, dovrebbe essere abbattuto.
I conservatori, i religiosi d'altro canto, minacciano ogni sorta di contromisure, la rivoluzione addirittura, nel caso che l'alberone, caro alle divinit, dovesse soffrire anche il minimo danno.
Non siamo riusciti ancora a capire per quale
ragione non si devii la strada attorno a quella specie di monumento e non si risolva con una decisione salomonica tale controversia che appassiona i giornali della capitale.
Il passaggio sotto l'albero, comunque, non riusc propizio alla nostra moto che di l a poco prese a singhiozzare e a sussultare in preda all'attacco di un male non ben definito.
Arrivammo stentatamente a Galle dove, ricercata un'officina, abbandonammo la moto nelle mani dei meccanici: c'era un guasto alla trasmissione. Appreso che la riparazione prendeva tempo, e solo verso sera la macchina sarebbe stata pronta, decidemmo di dare un'occhiata ai fondali marini delle vicine scogliere.
Con il solito, spiccato senso di opportunit, chiedemmo ai meccanici se conoscessero nei dintorni un luogo con delle rocks nel mare, e dove vi fosse dell'acqua sufficientemente clear. Rispondendoci tutti insieme, riuscirono a farci capire come il posto che cercavamo doveva trovarsi davanti ad una certa fortezza olandese situata proprio innanzi a noi.
Sfilammo i fucili ed il restante equipaggiamento dal sidecar, convincemmo i meccanici, che volevano assolutamente seguirci, come fosse pi opportuno che aggiustassero l'Indian e c'incamminammo verso il punto indicatoci.
Non facemmo che pochi passi e gi un bel gruppetto di curiosi prese a seguirci finch, dopo cinquecento metri, ci accorgemmo di formare la testa di un intero battaglione di gallesi che marciava serratamente alle nostre spalle.
Ci divertimmo a far compiere al nostro seguito alcune eleganti evoluzioni intorno ad un monumento ed alcune case del luogo girandoci intorno e poi, rassegnatamente, guidammo l'esercito in continuo aumento all'assalto della fortezza olandese.
I bastioni di questa, veramente imponenti, cingono robustamente la punta orientale della baia che racchiude l'antico porto della citt. Dalla sommit delle mura, ancora ben conservate, volgendo lo sguardo a sinistra, si gode un bellissimo panorama.
L'altro lato della baia  costituito da un promontorio roccioso, che una foltissima vegetazione ricopre di verde. Dai costoni pietrosi di quella punta, alla base di essa, si estende sino alla cittadina bianca alle nostre spalle, un'ampia spiaggia che un fiume divide giusto nel mezzo. Su di essa si adagiano in riposo gli scafi di molti kathamarana, mentre nel centro dell'insenatura due isolette incappucciate graziosamente dalle palme costituiscono un allettante invito.
Dietro le piantagioni di cocco che limitano la spiaggia nell'entroterra, si nascondono le casupole dell'antica citt, molto pi antica e gloriosa della stessa Colombo, come orgogliosamente ci spieg un bruno nativo.
Ai nostri piedi, invece, una specie di atollo corallino si allungava nel mare davanti alla penisola.
L'acqua cos limitata, da tre lati, dalle formazioni di madreporari, ed al quarto dai bastioni della fortezza, era calmissima.
Paolo, che dopo il successo della sera prima sentiva un'irresistibile attrazione verso le aragoste, riconosciuto nel luogo un ottimo paese per quei crostacei, non indugi oltre e fu il primo a toccare le onde dopo essersi calato dalle mura.
Mentre i nostri accompagnatori si allineavano sugli spalti, ci spogliammo, e tuffatici nel caldo abbraccio del mare iniziammo la caccia.
L'acqua, riparata dalla laguna, aveva risentito poco dell'intorbidimento della precedente mareggiata e quantunque non fosse molto chiara permetteva una buona visibilit.
Ecco finalmente le visioni che attendevamo, lo spettacolo che sognavamo di vedere da tanto tempo.
Coralli. Una fantastica distesa di guglie, di punte, di ramificazioni irreali, si stendeva sotto di noi, fin dove ci era possibile vedere. Coralli: una meraviglia indescrivibile di colori, di forme, di vita si mostrava ai nostri occhi attoniti.
Ci siamo, ci siamo! gridai, alzando il capo dall'acqua verso i miei compagni, e presi dall'entusiasmo ci abbracciammo innanzi alla folla meravigliata dei singalesi.
L, dove il fondo si elevava fin quasi a sfiorare la superficie delle acque, la massa azzurra di un vastissimo madreporario celava tra l'intrico dei suoi rami il guizzare di mille inverosimili pesci. Pi avanti, in una specie di valle pi profonda, tra l'erbetta muschiata del suo prato, fiorivano il verde, il giallo, il marrone di altre formazioni.
Sulla sinistra, dominava il color viola, chiaro, scuro, di cento tonalit che sembravano accendersi di bagliori infuocati sotto il gioco di luce dei raggi del sole con le increspature della superficie.
In gara fantastica con lo splendore dei colori, il corallo modellava la gamma svariatissima delle sue forme. L'intricato groviglio di un madreporario a corna d'alce, l vicino, i larghi petali delicati di gigantesche corolle sottomarine, le une presso le altre, le formazioni globose simili al cervello di un animale, e tanti piccoli tappeti vellutati di corallo molle richiamavano subito lo sguardo con le loro tinte accesissime.
Lo strano si mescolava, s'identificava con il bello, il vistoso con il delicato, il nuovo con l'immagine pi consueta.
Ecco danzare sinuosamente, seguendo il ritmo del moto ondoso, i ventagli delicati delle gorgonie flessibili, sipario traforato di uno spettacolo surrealista, astrale,
mostrante strane appendici digitiformi di un nero opaco, e lamine sovrapposte sino a comporre una cupola emergente dalle acque in bassa marea.
Ma le graziose creature che si muovevano a pochi centimetri dalle nostre membra distraevano l'attenzione da questo sfondo originale che pur vivo  condannato all'immobilit. Se la farfalla costituisce ci che di pi delicato, di vivace, di immateriale sorvola i nostri prati primaverili, cos gli adorabili squami-pinni i pesci farfalla, come appunto sono chiamati, ripetono quella graziosa animazione tra i paesaggi sottomarini.
Contro il giallo acceso dei coralli-fiore svolazzavano, n altro termine meglio risponderebbe a quell'irresoluto movimento, alcuni pesciolini ad onde hertziane, come li avremmo poi battezzati per lo strano celeste disegno evanescente sul corpo color blu cupo.
Accanto a questi non si spaventavano per la nostra intrusione quelle graziose creature vestite a festa, sottili come un'ostia e non pi grandi di una mano, che portavano in giro le loro livree rosse, dorate, argentate, macchiate o rigate, sempre di una delicatezza unica. Ciascuna di esse meriterebbe una descrizione a parte, non solo per il colore, ma per le abitudini, le movenze; ma parlando solo di esse non si arrecherebbe grave torto alle altre numerose famiglie per le quali l'attributo di meraviglioso non appare eccessivo?
Mano mano che prendemmo confidenza con quei fondi imparammo a distinguere tutte le figure di codesti nuovi amici. Alcune ne straziammo con i nostri arnesi ma sempre per necessit, a malincuore, altre rispettammo ed ammirammo ogni giorno di pi senza poter assuefarci alla bellezza di cui si adornavano.
Mentre intanto ci avvicinavamo, sfiorando le singole masse dei polipai separate da strisce abbaglianti
di sabbia o dal verde di piccole fosse erbose, piccoli acanturi e grassocci bericidi a strisce verticali si nascondevano nei loro ombrosi rifugi e restavano l ad occhieggiare finch non fosse passato il pericolo, animando le oscurit di strani baleni.
Improvvisamente Paolo si abbass: tra i rami sovrapposti di un corallo a lamine embricate spuntavano le vistose appendici di una famiglia di aragoste.
Lo lasciammo a quel lavoro di sua competenza specifica e continuammo ad inoltrarci. Tutta la zona compresa in quell'atollo non raggiungeva mai grande profondit ed in conseguenza apparivano ridotte le proporzioni dei suoi abitanti.
Bench gruppi fiduciosi di sergeant-fishes o di argentei snappers ci offrissero un facile bersaglio, li trascurammo e procedemmo nella ricerca di qualcosa di grosso.
Giungemmo cos al limite estremo dell'atollo e superatolo stentatamente, utilizzando un passaggio delle acque mosse per il frangersi delle onde provenienti dal largo, ci trovammo su di un fondale pi profondo.
Le rocce vi affondavano perpendicolarmente, poggiandosi con netto stacco su di un vasto pianoro fangoso, a quindici metri dalla superficie. In corrispondenza quindi dell'anello dell'atollo e a sostegno di questo, si elevava dal basso una cinta rocciosa che quasi ripeteva, sotto le acque, l'architettura dei bastioni del forte.
Entro queste mura subacquee, tra l'accavallarsi dei massi, si scorgeva l'apertura irregolare di oscure cavit.
Affacciata ad una di esse, a non pi di cinque metri da noi, una cernia adiposa ci osservava curiosamente, agitando con pigra sonnolenza le vaste pinne pettorali. Se la forma e le movenze non ci facevano esitare nel riconoscerla come una cernia, non cos si poteva dire del colore. Era la prima volta che osservavamo un simile habitus in un individuo appartenente alla famiglia. Rossiccia superiormente e giallo-avana nelle parti ventrali, era irregolarmente coperta di macchie marrone, che infittendosi sul muso affilato e sulle pinne li rendevano pi scuri del resto del corpo.
Non tardammo ad immergerci ed a muoverle incontro.
Evidentemente assai poco scaltra, non prese ad indietreggiare n spar bruscamente entro la sua tana; anzi, piuttosto interessata dalle nostre originali figure, ci mosse incontro con confidenza.
Ma quando la mia asta le si conficc saldamente nella fronte convessa si volt con violenza e scomparve nel buio, mentre le si perdeva dietro la sagola del mio fucile. Seguendola nell'apertura cercai di scorgerla nell'ombra, utilizzando la corda come guida.
Gi prevedevo la consueta lotta per strappare quel corpaccio dal suo rifugio, come nelle vecchie catture
fatte lungo le coste e le isole del lontano Mediterraneo.
Come si sa, infatti, i serrani usano allargare le loro robuste ganasce, i potenti opercoli branchiali, rendendo difficile ed a volte impossibile farli uscire
dalle fessure in cui si celano. Ma come se non le riuscisse pi gradita la sua tana dopo la mia intrusione, la preda questa volta non vi sost a lungo; prima che avessi il tempo di tentare qualcosa me la vidi passare velocemente tra le gambe ed avviarsi all'aperto. Trascinato da quell'originale destriero mi presentai a Carlo che attendeva di fuori e che senza farsi pregare per partecipare al gioco, lanci anche il suo arpione nella schiena del pesce.
Tirando in due, non incontrammo eccessiva difficolt a condurla a galla. Una volta all'aperto, per
evitare che con le scosse e le convulsioni che l'agitavano ci arrecasse qualche danno alle aste, mi affrettai ad afferrarle gli occhi, con una presa indovinata che riesce sempre a calmare ogni velleit, anche alle prede pi riottose.
Essendo piuttosto difficile superare i banchi di corallo con quel corpaccio aggrovigliato nelle sagole, dovemmo costeggiare l'esterno dell'atollo.
Sortimmo su di una spiaggetta larga pochi metri e lunga altrettanto, che il mare stringeva contro il muraglione semidiroccato della fortezza. Gli indigeni che, seguendoci dal ciglio dei bastioni, si erano accorti del ritorno, accolsero con grida di entusiasmo la comparsa del nostro bestione.
Ci affrettammo a sfilare dalle carni le aste, le raddrizzammo alla meglio sugli scogli ed abbandonata la preda sotto la sporgenza di uno scoglio che formava sotto di s un poco d'ombra, ci ributtammo in mare.
Mi sentivo assai emozionato, godevo di una euforia indicibile, di una felicit completa.
Nuotavo, cacciavo, mi esaltavo in quel lavoro che avevo tanto sognato di poter fare, cos. Ora ero l, immerso nelle tiepide acque di un atollo, in quel regno di corallo, dentro una realt pi avvincente delle immagini pi fantasticate.
Nei nostri mari, in Italia, quando scrutavo con gli occhi attenti nell'azzurro profondo delle acque ci che potevo vedere di sorprendente, di nuovo, era ridotto a ben poco. Esercitato da anni in questo sport, conoscevo ormai ogni particolare delle nostre zone sottomarine e la ricerca, tra i fondi algosi, si riduceva all'avvistamento della preda, tanto pi apprezzata quanto pi grande.
Ma in questo mare tutto potevo attendermi, mille cose nuove e spettacoli sconosciuti potevano apparirmi da un momento all'altro.
Cosa o chi sarebbe venuto fuori da quel sipario che l'acqua poco chiara formava a distanza, in una visione confusa e caliginosa? Forse un grosso pescecane, un argenteo scombro o la schiena gibbosa di una tartaruga?
Niente conoscevo delle nuove zone e l'unica esperienza che avevo, risalente alla sera prima, mi aveva lasciato un ricordo un po' troppo movimentato.
Mentre ci si avvicinava al punto in cui avevamo catturato la cernia scorsi qualcosa proveniente dal largo che puntava sul costone subacqueo.
Come un gigantesco falco, muovendo con lentezza le sue grandi ali, si avvicinava un gran diavolo di mare. Ad ogni movimento, sotto il mantello nero che lo copriva, si scorgeva il candore della parte ventrale apparire e scomparire in corrispondenza degli estremi lembi alari.
In breve fu sotto di noi, ne distinsi le due grandi corna anteriori e la coda sottile, flessuosa e inerte: ingannato dall'ombra che scorreva sul fondo sabbioso pensai per un attimo che un compagno lo seguisse.
Un istante dopo, di comune accordo, Carlo ed io scendevamo velocemente verso la preda. Questa, accortasi delle nostre intenzioni pieg pian piano su di un lato, cercando di sfuggirci. Era solo questione di secondi: se riuscivamo a giungere a tiro prima che arrivasse a superarci, tutto era fatto.
Le nostre due frecce si conficcarono saldamente nel dorso, ma ci accorgemmo subito che tutto non era finito cos facilmente. Sviluppando una forza inaspettata, sferzando l'acqua d'intorno con la coda lunghissima e ancor pi utilizzando la sua vasta superficie per ostacolare la nostra emersione, prese a trascinarci, malgrado i nostri sforzi.
Era destino che qualcuno ci conducesse a spasso contro voglia, quella mattina.
Finch, esaurita la potente reazione iniziale, la furia del pesce cal d'intensit, e con violenti strapponi lo portammo in superficie. Poi, tenendoci a ventaglio per evitare qualche sgradevole staffilata della sua coda, ci avviammo verso la spiaggetta.
La nostra seconda emersione presso il bastione suscit una vera ovazione tra gli spettatori assiepati sul ciglio e sulla spiaggia, a torturare il povero cernione agonizzante. Avvertendoli del pericolo, facemmo sgombrare i pi pressanti e tirammo a secco la manta cornuta.
Afferratale quindi l'estremit della coda, immobilizzandola, con un rapido colpo di coltello gliela recidemmo presso l'attaccatura. Ci liberammo cos dal pericolo delle sue due spine seghettate poste presso la base, che possono causare lacerazioni cos dolorose da determinare uno choc nervoso.
Compiute queste operazioni ci gettammo ancora in acqua.
Quella mattina la fortuna ci fu particolarmente favorevole: non erano trascorsi infatti dieci minuti che riuscimmo ad arpionare una seconda cernia. O avevamo scoperto una zona eccezionalmente ricca di pesce o tutti i frangenti, le coste, il corallo di Ceylon erano cos riccamente popolati da costituire un vero paradiso per il pescatore.
Quando, dopo le infruttuose ricerche di una qualsiasi preda, come spesso accadeva in Europa, sognavamo senza troppe speranze, lo spettacolo di branchi enormi di pesci a portata del nostro arpione, non nutrivamo fantasie inutili.
L'unico inconveniente, era rappresentato da certi pericolosi concorrenti: non che ci fossero altri cacciatori subacquei, ma c'erano dei sorveglianti molto interessati: gli squali. Mentre lottavamo con l'ultimo enorme serrano, ne comparvero due e li vedemmo seguire con attenzione il nostro daffare. Se uno di questi era piuttosto piccolo, mite e pavido di aspetto, probabilmente uno scoliodon, non cos l'altro. Lungo poco meno di due metri, dal corpo robusto ed aerodinamico con tutte le pinne segnate di nero, si agitava irrequieto intorno alla fessura in cui si era incastrata la nostra cernia.
Trovandoci tutti e due disarmati e poco abituati alla vista di quei bestioni, ci tenemmo vicini, pronti ad emettere qualche poderoso urlo per richiamare Paolo, che pareva non volersi staccare pi dalle aragoste.
Ma lo squalo non dava segno di occuparsi di noi, preso com'era dal gusto del sangue filtrante dalla tana del pesce ferito. Anzi, seccato dalle pretese del compagno, con poche puntate aggressive lo costrinse ad abbandonare il campo. Ma di l a poco ne comparve un altro di proporzioni assai ridotte, inferiori al metro, il quale rifiut cocciutamente di andarsene.
Se avevamo temuto di non incontrare sufficiente materiale che ci permettesse di avvalorare le nostre teorie sui pescecani ora non nutrivamo pi questo genere di paura.
In due giorni ammontavano a sei gli esemplari incontrati.
Paolo ci raggiunse velocemente, ma quando vide l'animale che ci girava sotto, credo si pentisse della sua prontezza. Carlo si fece dare il suo fucile e facendomi segno di accompagnarlo avanz verso il pescecane.
Questo appena ci vide alla sua altezza ebbe come un moto di curiosit e ci venne incontro ma, proseguendo noi. nell'accostata, cambi idea e sfilandoci avanti in diagonale si tenne sospettosamente lontano, a quattro o cinque metri.
Tornati alla superficie, ripetemmo in seguito ancora due volte la manovra e la bestia divenne sempre
pi nervosa finch, al nostro terzo tentativo di avvicinamento, scomparve definitivamente. Solo il pescecane pi piccolo seguit a girare a portata di vista.
Liberatici da quella imbarazzante compagnia, ci dedicammo al ricupero della cernia arpionata. Ma la cosa ci cost pi fatica di quanto pensavamo; perdemmo anche due preziose aste, spezzate dalle brusche scosse del bestione, che raggiungeva i trenta chilogrammi di peso. Per fortuna si era rifugiata ad una profondit assai ridotta e quindi fummo agevolati nell'operazione. Ma lo scarso apprezzamento che hanno i serrani in genere sui mercati locali, il grande sforzo per catturarli ed il pericolo di danneggiamento dei nostri arnesi da pesca, ci fece desistere in seguito dall'attaccarli, salvo in qualche caso eccezionale.
Sotto i bastioni, tra la folla che aveva assunto proporzioni allarmanti, riunimmo il bottino: i tre grossi esemplari ed otto aragoste trovate da Paolo.
Sorgeva ora il problema di trasportare quella merce di peso non indifferente verso il mercato ma, compresa la causa delle nostre perplessit, cento mani servizievoli si offersero per aiutarci nell'intento.
Quantunque si mostrasse cos gentile ed umile, non costituiva davvero un piacere il sentire tutta quella gente pressarci d'intorno. E ne avevamo il motivo. Nuotando tra le pareti ruvide e taglientissime dei madreporari, costretti a muoverci a volte senza badare troppo dove si urtasse, ci eravamo prodotti delle lievi scalfitture che l'acqua salata aveva aperto. E ora vedevamo che tra i nostri ammiratori non mancava qualche paziente chiaramente affetto da elefantiasi. Dalle gambe e dai piedi, che avevano assunto delle proporzioni incredibili e che faticosamente venivano trascinati, colava tra il ribollire orrendo delle ulcere un pus denso e giallastro. Su questi rivoletti, centinaia di mosche banchettavano lautamente e ci facevano rabbrividire al pensiero che fossero le stesse che poi si posavano insistenti sulle nostre ferite.
Terrorizzati seriamente da quello spettacolo, ci affrettammo a superare il muro semicrollato, avviandoci verso l'abitato. Ma non avevamo fatto che pochi passi quando una voce ci obblig a fermarci, del tutto sbigottiti.
Fortunata giornata, eh? Ed ora dove trasportate tutta quella roba? ci sentimmo dire alle spalle in buon italiano.
Ci voltammo di scatto: confuso tra la folla che lo circondava non avevamo fatto caso ad un europeo che osservava da tempo le nostre azioni.
Ma lei  italiano! esclamammo quasi in coro, andandogli incontro.
Biondo, dal viso affilato, con due baffetti chiari, che risaltavano sulla pelle abbronzata, ci sorrise cordialmente, tendendoci la mano.
No, non sono italiano, spieg, continuando a parlare nella nostra lingua. Permettete che mi presenti: John B., cittadino britannico.
Ma allora?... chiedemmo meravigliati dopo esserci presentati e dopo avergli stretta la mano.
Oh!  presto chiarito, disse, e solo allora avvertimmo il suo particolare accento. Sono vissuto molti anni in Italia, a Milano, Firenze, Roma, Venezia, eccetera. Le conosco tutte, le vostre citt, e vi ho passato buona parte della mia giovinezza. Ma voi, invece, che genere di pesca praticate? E come mai siete venuti da queste parti?
Gli spiegammo brevemente chi eravamo, il nostro genere di lavoro e come mai ci si trovava a Galle quel giorno.
Ma non restiamo a parlare sotto questo sole, ci fece alla fine. Venite, continueremo a casa mia.
Lo ringraziammo dell'invito e sistemato il pesce
nel bagagliaio della sua vettura, una Hilman nera, ci separammo dalla folla dei singalesi delusi di non poter assistere all'epilogo di quel magnifico spettacolo.
Prima di portarci a casa, ci accompagn cortesemente al mercato affinch ci sbarazzassimo del bottino in cambio di quaranta rupie. Le aragoste le offrimmo in dono al nostro nuovo amico. Poco dopo passavamo tra i viali ghiaiosi che biancheggiavano nel praticello verde davanti al bungalow di Mr. B.
Sotto il portico salut, agitando la mano, la figura bianca di una graziosa signora. Quando scendemmo, due piccoli pastori tibetani protestarono rumorosamente per la presenza dei nuovi intrusi e due bambine bionde si fermarono intimidite.
Presto, avvenute le presentazioni, venimmo accolti affabilmente dalla giovane signora scozzese e non pass un'ora che gi divertivamo le bimbe giocando con i loro balocchi. Dopo pranzo, raccontando qualcosa sulla pesca sottomarina e manifestando i nostri progetti, entusiasmammo talmente quelle due simpatiche persone che ci obbligarono a promettere di mostrare anche a loro questo nuovo tipo di pesca.
Chiedemmo a Mr. B. se sapesse niente intorno ad alcuni isolotti presso la baia di Welligama. Ci rispose di non sapere molto, al riguardo, ma aveva sentito parlare di quegli scogli e ce ne conferm quindi l'esistenza.
Ma, a proposito, s'interruppe bruscamente, proprio nei giorni scorsi sono arrivati dalle coste orientali le flottiglie dei pescatori. Sapete, durante il periodo attuale, il monsone li obbliga a svolgere da queste parti il loro lavoro. Di certo qualcuno tra loro sapr dirci qualcosa.
Cos, a sera, ci avviammo insieme al nostro ospite verso la spiaggia, dove si trovavano accampati i pescatori.
Sotto gli alberi di cocco si alzava un gran numero di tende improvvisate, composte con i pali e le vele delle canoe. Aggruppati presso di queste cianciavano oziosi gli equipaggi.
Quando chiedemmo chi tra essi comprendesse e parlasse l'inglese, si fecero avanti due di loro, che il portamento e la considerazione presso gli altri facevano supporre essere due capi.
Il pi anziano, con dei folti baffi alla Stalin che celavano un sorriso intelligente, ci chiese cortesemente cosa desiderassimo. Quando comprese quali notizie ci servissero ce le diede molto chiaramente.
Prima di tutto, disse di essere Armero, il capo della flottiglia; il compagno vicino era suo figlio Francisco, e provenivano dal villaggio di Batticaloa, a sud di Trincomalee.
S, conosceva perfettamente le isole delle quali chiedevamo, perch sovente vi approdava al ritorno di qualche spedizione di pesca in quelle zone. Ma solo una tra quelle terre era abitabile, le altre non erano che scogli spogli e disabitati. Nemmeno Andura - cos si chiamava l'isolotto pi accogliente - era popolata, almeno nel senso giusto della parola, giacch solo un vecchio santone vi si era ritirato in meditazione. Separata dagli altri scogli poi, Andura non distava che poche miglia dalla costa selvaggia.
E come ci si potrebbe arrivare? chiese Carlo, cui l'idea del santone riusciva simpatica.
Lui stesso, Armero, tra due giorni avrebbe fatto vela per quei fondi pescosi.
Ci accomiatammo cordialmente dal capo e prendemmo a discutere tra noi sul prossimo da farsi. Siccome tutti e tre eravamo d'accordo nel voler raggiungere l'isola, Mr. B. diede risposta agli altri interrogativi e dubbi che le brevi dichiarazioni di Armero non
avevano risolto, conducendoci dal pilota del porto di Galle.
Questi, mostrandoci le carte marine ed alcune notizie apparse su degli annali di pubblicazione locale, ci conferm meglio nella nostra idea.
Senza pensarci pi su, quella sera stessa uscendo dall'abitazione del pilota decidemmo di partire con le canoe dei pescatori di Batticaloa. Ci attendeva Andura, la piccola isola a sud di Ceylon.
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Capitolo 5.
ANDURA.
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In vista della prossima partenza decidemmo che mentre due di noi si sarebbero recati a Colombo per ritirare l'intero ammontare del materiale immagazzinato, l'altro, restando, avrebbe preso gli ultimi accordi con i pescatori e avrebbe acquistato delle provvigioni da trasportare nell'isola.
Paolo ed io volammo felici, sulla moto riaggiustata, verso la capitale. Il pensiero di due bionde e delicate figure femminili ebbe buona parte di colpa nell'eccessiva velocit con cui turbinammo tra indigeni spauriti, guaiti di cani e piume di galline. Carlo, che ritorni di malinconia per un perduto amore romano colpivano saltuariamente, rendendolo cupo e bisognoso di solitudine, non pose ostacoli alla nostra partenza.
Il giorno dopo - cos breve era stata la nostra parentesi amorosa - tornammo in treno alla volta di Galle. In uno spazioso scompartimento di prima classe con bagno annesso, che nessuno, almeno dall'epoca della regina Vittoria, aveva osato ripulire per non disperdere la polvere cadutavi in quel periodo glorioso, compimmo un felice viaggio. Sdraiati rassegnatamente su
due divani che della loro lussuosa rivestitura di velluto rosso conservavano ancora qualche pelo isolato, schiacciammo ignobilmente un gran numero di minuscoli insetti, che per non mancarono di vendicarsi.
L'unico inconveniente era rappresentato dalle lunghe soste alle stazioncine intermedie, o dinanzi alle vacche caparbie che ignoravano l'elementare distinzione tra una lettiera ed una linea ferroviaria; ad ogni fermata i nostri finestrini si riempivano di visi neri ed idioti, tutti presi da ammirazione per lo spettacolo di due viaggiatori bianchi che si grattavano freneticamente.
Partiti alle otto della mattina giungemmo boccheggianti verso le ore venti della sera. Ma avevamo percorso quasi cento chilometri!
Carlo, che aveva tristemente affogato la nostalgia nei numerosissimi whisky offertigli nelle diverse visite alle abitazioni europee del luogo, in un giro di presentazione, ci accolse con uno sguardo stanco, esortandoci a far presto perch dovevamo partecipare ad un pranzo in nostro onore presso il club dei bianchi della citt.
Ci aiut a sistemarci dietro le spalle una parte delle venti casse del nostro materiale, che alcuni carretti avrebbero trasportato a destinazione sotto la sorveglianza dei boys di Mr. B., e part a cento all'ora in una gimcana dagli ostacoli pi vari ed impensati, a bordo della macchina che Mr. B. gli aveva molto fiduciosamente prestata.
Ripulitici in fretta a casa del nostro amico, ci avviammo verso il banchetto che la colonia europea ci offriva, a commiato e ad augurio, per le nostre future imprese.
Dai fiori, dagli sguardi e dai tentennamenti di capo di molte persone, sospettammo ad un certo momento che la festa avesse il significato di una cerimonia di condoglianze.
Mi svegliai all'alba del giorno seguente, con il capo vuoto e la lingua impastata, dopo appena due ore di sonno. Della bella serata non conservavo un ricordo gran che netto e preciso. Avevo una reminiscenza vaga di discorsi interminabili, di brindisi ancora pi lunghi dei discorsi, di manicaretti maledettamente pepati; inoltre degli occhi azzurri e dei capelli rossi di una gentile signora, non so pi se vicino o davanti a me.
E poi ancora qualche confusa immagine di un ballo movimentatissimo, in una camera dal pavimento deprecabilmente soggetto ad un moto ondulatorio, e la visione strana e persistente di Carlo che danzava la samba con il vecchio presidente del circolo.
Matea, Matea! La voce di David, il boy di Mr. B., cortesemente insistente, mi strapp dai miei nebulosissimi ricordi di dormiveglia: mi ritrovai su di un lettino di stuoia, in una stanza confortata da un ventilatore in azione.
La camera faceva parte della villa del nostro ospitale amico inglese, ma come ci fossi arrivato non osai chiederlo per ragioni di dignit personale.
Unendomi al coro dei sospiri e sbadigli dei miei due amici, provvidi a svegliarmi completamente sotto l'azione stimolatrice di una doccia fredda.
Quella mattina i pescatori di Annero salpavano alla volta di Andura e noi dovevamo partire con loro.
Mentre uscivo frettolosamente dalla stanza m'imbattei nel nostro boy.
Carlo infatti, in vena di grandezze, aveva pensato di procurarci anche un utile valletto. Ma quando ce ne aveva annunciato l'assunzione, mentre tornavamo in macchina dalla stazione, avevamo immaginato di portarci dietro un ragazzetto a cui affidare i lavori pi fastidiosi del campo. Si trattava invece di un uomo di una trentina di anni con una faccia patibolare, due
occhiaie profonde, cariche di ombra per gli zigomi sporgenti, piuttosto muscoloso e ben formato, sebbene di statura non elevata. Somigliava nettamente, ed in questo sarebbe stato la consolazione del povero Darwin, ad una di quelle scimmie che in India sostituiscono i ladri nelle operazioni in cui costoro non possono arrivare.
Anthony era il suo nome. Nativo di un villaggio sulla costa meridionale del Malabar, era un tamil, un immigrato indiano.
Non deve suscitare meraviglia il fatto che, malgrado le nostre modestissime condizioni economiche, avessimo assunto un uomo al nostro servizio. Le condizioni locali della mano d'opera non sono, naturalmente, gran che elevate, e sono irrisorie le richieste di salario in cambio di lavoro. Un servo infatti sul tipo del nostro Anthony non viene a costare pi di sei o sette rupie al mese, circa mille lire, oltre il vitto, naturalmente, anche per il quale per le esigenze sono quanto mai semplici e parche: il classico pugno di riso ed una tazza di arrak soddisfano egregiamente i desideri di tutta la categoria.
Che Anthony si trovasse quindi bene con noi, destinati a mangiar pesce mattina e sera nel periodo che sarebbe seguito, anche se in possesso di rupie da pagargli a malapena il suo salario, era pi che naturale.
Good morning, sir, mi salut; e dopo una certa esitazione, sapendo come fossi io il cassiere, mi chiese del denaro per potersi comprare la sua scorta di riso e pimento assortito. In seguito trovammo modo di convincerlo come fosse di cattivo gusto domandare dei soldi ai padroni, quando essi appena appena ne posseggono per i loro bisogni essenziali. Da allora si content di qualche moneta d'argento.
Accomiatatici dalla nostra gentilissima ospite,
fummo accompagnati personalmente da Mr. B. nelle vicinanze della spiaggia dove sarebbe avvenuto l'imbarco. Armero, che non attendeva che noi per iniziare il carico del materiale, ci accolse cordialmente.
Il giorno era appena spuntato ed un arco acceso verso oriente, che andava gradualmente conquistando spazio nel cielo, indicava il punto ove si sarebbe affacciato il sole.
Lungo tutta la spiaggia, in parte ancora arenate, in parte dondolantisi tra i piccoli cavalloni, erano sparpagliate le leggere canoe. Tra esse, occupati nei preparativi, si muovevano gli uomini, riempiendo di richiami e suoni il silenzio del mattino.
Il mare calmissimo, che rinfrescava il suo colore sotto i rifoli freschi ed insistenti, lasciava prevedere una buona traversata.
Ci bast dare un'occhiata al numero e alla mole delle nostre venti casse e ai vari involti e sacchi, e guardare poi quelle leggere imbarcazioni indigene per renderci conto che a gran fatica saremmo riusciti ad imbarcare tutta quella roba. I kathamarana infatti sono formati dal tronco scavato di uno speciale albero del diametro di sessanta o settanta centimetri, lunghi variabilmente dai quattro agli otto metri. Ai lati dell'incavo si elevano perpendicolarmente due parapetti di tavole irregolari, cucite con fibra di cocco, le quali limitano uno spazio largo al massimo cinquanta centimetri. Per raggiungere l'equilibrio, un tronco minore di cocco a punta rialzata viene collegato al primo mediante degli archi di legno, fungenti anche da sostegno alla leggera alberatura di bamb.
Solo dividendo i singoli colli tra altrettante imbarcazioni ed assicurandoli con corde e tiranti riuscimmo nella manovra, senza compromettere la stabilit di quei lievissimi scafi.
Quando terminammo il sole si era gi levato abbastanza alto all'orizzonte. Salutato e ringraziato Mr. B. con la promessa di un prossimo ritorno, ci sistemammo faticosamente nella canoa ammiraglia di Armero.
Sciolte al vento, le vele purpuree dei kathamarana si gonfiarono, sbatterono, si tesero nella spinta. Da tutte le imbarcazioni si lev un clamore alto, augurale ed esso non era ancora spento che le voci si armonizzarono in un monotono canto privo di variazioni, ma molto suggestivo nel suo tono profondo e primitivo.
Da terra, coloro che avevano assistito ai preparativi risposero gridando ed agitando le braccia; presto per tutta la costa fu rotto il silenzio ed un clamore assordante fece sollevare in volo mille corvi, stupiti e timorosi.
Accennammo un ultimo saluto al nostro amico, poi restammo silenziosi ad osservare la spiaggia che si rimpiccioliva rapidamente.
Da quando i sottili scafi dei kathamarana si erano distaccati dal litorale si era interrotto ogni nostro legame con la parte civile della grande isola. Dopo, pur non allontanandoci molto, non avremmo potuto ricevere alcun aiuto, n una nostra comunicazione sarebbe potuta giungere sulla costa.
Qualunque cosa ci fosse accaduta avremmo dovuto contare sulle sole nostre forze.
Tutto il giorno arrostimmo al sole, cercando invano refrigerio in un vento blandissimo che contrariamente ai buoni auspici della mattina ci spingeva svogliatamente verso la meta. Cos invece di poche ore pass pi di mezza giornata, prima che potessimo avvistare il profilo di Andura.
Dapprima simile a una piccola macchia azzurra, appena distinguibile nello sfondo del cielo, l'isola ci
apparve piano piano con contorni sempre pi netti finch, pi da vicino, la scorgemmo rivestita dal verde rigoglioso della sua vegetazione.
La foschia caliginosa che si addensava sull'orizzonte per la forte evaporazione non permetteva ancora di riconoscere il profilo vicino della costa e mai una isola ci apparve pi solitaria di quella. L'ultimo filo di vento si andava spegnendo coll'avvicinarsi del crepuscolo e l'acqua calma e madreperlacea fungeva da specchio alla terra che si avvicinava.
Non molto elevate, ma interamente rocciose, le brevi coste dell'isola andavano formando una specie di gobba verso sud; poi, declinando rapidamente verso il mare, si frastagliavano in una serie di scogli e di isolotti di proporzioni diversissime.
Intorno a questi il frangersi moderato delle onde indicava chiaramente la presenza di una barriera corallina.
Preparate i passaporti, si sbarca, avvert serio Carlo, strappandoci al silenzio della nostra lunga contemplazione.
Ssst! Ascoltate, zittii subito, tendendo l'orecchio.
Dagli alberi, dai cespugli folti ed intricati si udivano arrivare, confuse con il rumore dei marosi che si frangevano contro le rocce, le prime voci di Andura: i canti degli uccelli, e quei suoni gutturali e inconfondibili che riconoscevo come il grido delle scimmie.
Ci sono anche le scimmie, esclam Paolo. Ma  popolatissima, la nostra isola solitaria!
Avrai certo una degna compagnia, lo stuzzic Carlo, e prima che iniziassero uno dei soliti battibecchi la voce di un marinaio prima, poi quelle di tutti i pescatori coprirono insieme le loro parole.
Accompagnato dall'agitarsi delle braccia, il clamore aveva tutta l'aria di costituire un saluto per
qualcuno. Aguzzando gli occhi, scorgemmo la ragione di quelle grida: contro le rocce veniva agitato allegramente uno straccio bianco.
The big man, the big man! spieg il nostro Anthony interrompendo per un attimo la muta e laboriosa masticazione del suo bethel, che iniziatosi alla partenza era continuata, tra l'intervallo regolare degli abbondanti sputi rossi, sino a quel momento.
Supponemmo che fosse quel tal santone di cui ci aveva parlato Armero, ma doveva essere un santone grande e grosso, certo differente dal vecchio e tremolante eremita che ci eravamo immaginati, almeno per quel che risultava dalle parole di Anthony, che lo definiva big man.
Man mano che si avanzava, pi netti diventavano i contorni dell'isola, e pi chiari ci apparivano i particolari.
Proprio dinanzi a noi partivano dalla costa le branche di un atollo, la cui forma perfetta ad anello era spezzata da un'apertura al centro, verso il mare, larga una decina di metri. Su uno dei due piccoli promontori che cos limitavano quell'ingresso, ombreggiati dai ciuffi esili di cocchi selvatici, stava ritto l'uomo, il santone, sventolando il panno bianco.
Mentre cinque o sei canoe, quelle che recavano i nostri bagagli, si dirigevano verso l'atollo ora descritto, le altre piegarono verso destra, costeggiando lentamente. Ma prima che c'infilassimo in quella baia cos ben riparata, l'eremita scomparve tra gli scogli avviandosi verso una spiaggetta opposta all'apertura.
Non attendemmo che le imbarcazioni toccassero la riva, ma tuffandoci simultaneamente cercammo di ristorarci con un bagno. Almeno questa era nostra intenzione, secondo quella vecchia esperienza europea che insegna come un'immersione serale rinfreschi la pelle arsa dal calore del sole.
Sono diventato una resistenza elettrica, disse Carlo allarmato, agitandosi tra le onde. Lo sentite anche voi o son proprio io che riscaldo tutto intorno a me?
Tutta colpa del tuo temperamento ardente, borbott Paolo.
Effettivamente si provava una spiacevole sensazione nuotando in quell'acqua, che certamente avrebbe fatto salire il termometro a 30 gradi. Ci avviammo velocemente verso terra per assistere alle operazioni di sbarco.
Sulla riva facemmo finalmente conoscenza con l'eremita, che per ci deluse profondamente. Non c'era nulla, in lui, che ci richiamasse l'idea di un asceta, di uno spirito meditativo e solitario.
 logico che tre poveri diavoli, legati alle tradizioni ed alle idee che comunemente ci si crea su fatti e personaggi del nostro mondo ai quali si presenti quel tipo facendolo passare per un misantropo, un asceta, un santo illuminato dalla grazia divina, rimangano decisamente disgustati.
This is the big man, fece Anthony.
Macch big! Non arrivava al nostro stomaco, era sorridente ed affabile come un cameriere che attende la mancia; s'inchin varie volte dinanzi a noi, ripetendo meccanicamente: Good morning, good morning.
Avesse avuto almeno la barba, un bel barbone fluente e rappresentativo! Macch, solo due guancette grinzose, ma lisce e pulite come la testa di un calvo.
Con il torso nudo ed i fianchi avvolti dalla solita tovaglia tradizionale, non emanava certo quel fluido spirituale che avevamo immaginato, quella dolce e malinconica sapienza che la vecchiaia e la consuetudine con le meditazioni religiose avrebbero dovuto infondergli. Gli occhi imbambolati, in verit, ce li aveva, ma per ragioni non precisamente ascetiche: bethel,
arrak, ed altri vizietti dovevano esserne la causa. A complemento di tutto, masticava all'angolo della bocca sdentata un sigaro nero e puzzolente, molto simile nell'aspetto ai nostri toscani.
Ma che razza di eremita sei? sbott Carlo in italiano.
This is very old man, very old, intervenne Armero, credendo di soddisfare la curiosit del nostro amico. Fifty four years.
Bisogna pensare che da quelle parti cinquantaquattro anni costituiscono effettivamente un'et molto avanzata. In tutti i modi avevo capito come Anthony confondesse l'aggettivo old col suo inspiegabile big.
Detti un'occhiata intorno.
Stando rivolti verso il mare, la branca destra dell'atollo, che all'estremit era composto di massi rocciosi accatastati, si componeva per il resto di una striscia bassa di sabbia che durante le alte maree doveva permettere alle acque della baia di mischiarsi con quelle esterne. I kathamarana stavano ora ammainando le vele su questo arenile.
Alle nostre spalle, dietro la spiaggetta dove eravamo sbarcati, crescevano gli alti fusti di un gruppetto di cocchi, che un praticello basso e denso come quello delle nostre montagne cingeva alla base. Tutto intorno crescevano alla rinfusa cespugli ed alberi, in un intrico rigoglioso.
 un posto ideale per piazzarci il campo, non vi sembra? accennai ai miei compagni che si erano spinti sul prato.
Le tende vi staranno benissimo, e durante il giorno avremo anche un po' d'ombra, approvarono soddisfatti.
Veramente non potevamo incontrare un angolo pi accogliente di quello. Sotto i nostri piedi si stendeva un soffice tappeto di erba; sopra eravamo coperti dai ciuffi merlettati delle grandi foglie dei cocchi, tra cui trapelavano appena i raggi del sole; davanti avevamo la bianca sabbia corallina della spiaggia, lambita dalle acque limpide dell'atollo, e poi il mare aperto; alle spalle c'era la vegetazione impenetrabile del bosco con le sue voci e i suoi rumori strani.
Ci mettemmo a scaricare il materiale, aiutati da Anthony, dai pescatori e dall'ottimo big man.
Riservammo alla mattina dopo l'apertura delle casse; intanto tirammo fuori solo una tenda e le brandine.
Si prova sempre un certo piacere a montare una tenda: c' la gioia condensata di costruirsi in pochi attimi una casa. E quando dopo circa due ore di lavoro, alla luce dei lumi a petrolio, attorniati dai pescatori silenziosi e attenti riuscimmo a raccapezzarci nel montaggio della Moretti di nuovo tipo, provammo in pieno questo piacere: sfiniti e sudanti contemplammo finalmente la nostra nuova casa.
Infilammo rapidamente le brandine sotto i teli; poi invitammo Armero, Francisco ed il santone ad una cenetta, di cui il nostro scatolame fece le spese.
Stanchi, ci congedammo presto dai nostri amici; e infine entrammo cautamente sotto la tenda che si reggeva grazie ad un miracolo di equilibrio.
Appena fu giorno, il gracchiare insistente di un gruppetto di corvi che, appollaiati sulla tenda, si scambiavano rumorosamente le proprie impressioni, ci strapp da un sonno piuttosto agitato.
Uscii imprecando contro i disturbatori, che subito s'alzarono spaventati. Mi stiracchiai le membra con gusto, contemplando il paesaggio. Nulla era cambiato dalla sera precedente; solo erano scomparsi i pescatori. Durante la cena, infatti, Armero ci aveva informato che la mattina seguente avrebbe dovuto lasciarci a causa del suo lavoro, pur promettendoci di tornare dopo due o tre giorni, se le cose gli fossero andate bene. Anzi, ci aveva pregato di preparargli per quell'epoca un poco di pesce in modo che, unendolo al suo su alcune canoe dirette verso la costa, avremmo potuto approfittare per venderlo.
Quando, dopo un buon caff, fummo in grado di risolvere i nostri problemi di alloggio, cominciammo a sistemare gli oggetti contenuti nelle casse, preparando il campo stabile. Venne affidato ad Anthony il compito di recingere lo spazio occupato dalle tre tende mediante una leggera palizzata, composta di bamb e foglie di palma intrecciata. Il big man si offerse di aiutare il nostro boy, ma non capii chiaramente se lo facesse per acquistare merito innanzi ai divini tribunali o per certi biscotti con la marmellata di ciliege.
Mentre Paolo e Carlo toglievano dagli imballaggi il materiale, io annotavo su alcuni fogli l'elenco dei diversi arnesi.
Zanzariere, maschere, lumi a petrolio, reti, cassetta dei medicinali, eccetera. Le cose pi varie sfilavano innanzi agli occhi brillanti del santone, che, dimentico dei suoi buoni proponimenti, aveva abbandonato Anthony all'ingrato lavoro per curiosare innanzi alle casse aperte. Usc l'involto dei canotti di gomma, la lunga cassa dei fucili subacquei, la piccola biblioteca, il baule con gli utensili da cucina.
... Due pentole, uno scolabrodo, due padelle, quattro tegami, dodici forchette, dodici coltelli, sei cucchiaini ed un cucchiaio... elencava con monotonia Carlo tirando fuori gli oggetti.
Quando, dopo tre ore di quel lavoro, eravamo riusciti a creare un caos discreto all'ombra dei cocchi, - decidemmo di fare un bagno per rinfrescarci e anche per gettare un'occhiata ai coralli della nostra baia.
Infilate le maschere e le pinne ci tuffammo nell'acqua sempre troppo calda, e nuotammo verso l'apertura ove la presenza delle rocce lasciava prevedere un buon paesaggio sottomarino.
Al centro dell'atollo non v'era che un fondo di sabbia, di una sabbia grossa e candida di calcare che rifletteva in modo abbagliante la luce del sole.
Prendemmo subito confidenza con gli abitanti di questo deserto subacqueo. Grufolando sul fondo e producendo, con il movimento dei barbigi, delle piccole buche, schiere foltissime di triglie multicolori andavano in cerca di cibo. Dietro seguivano a scatti numerosi rombi e sogliolette.
Pi in l, mentre cento stelle marine di proporzioni vistose scivolavano leggermente sulla rena, un branco di cefaletti che m'incroci spaventato mi riport alla mente il ricordo dei nostri fondi marini.
Ecco, scorgevo la linea oscura delle prime rocce, ma prima che potessi distinguerne esattamente i contorni, giungendovi vicino, vidi venirmi incontro una quantit di strani esseri appiattiti, una serie natante di strette righe verticali.
Sgranai gli occhi e mi arrestai in attesa. Erano ormai vicine e non tardai ad identificarle. Ad un metro dalla mia maschera le forme si girarono per passarmi lungo i fianchi e mi apparvero tante piccole lune larghissime, come se la natura avesse tentato di rimediare alla sottigliezza del loro profilo.
Dalle pinne dorsali ed anali partivano lunghissimi e delicati filamenti, simili ad argentee stelle filanti evanescenti, tre volte pi lunghi dell'intera figura. In un attimo, come se tra loro dei ragni sottomarini avessero intessuto una brillante tela, mille fili serici e luccicanti mi circondarono, mi avvolsero, e poi scomparvero con l'allontanarsi dello strano gruppo.
Continuai ad avanzare ed ora sorvolavo i primi
mazzi appariscenti dei coralli, semiaft'ondati nell'ultima striscia di sabbia. La scena si era subito animata.
Oltre ai normali abitatori dei madreporari, comparve un'infinit di acanturi sfacciatamente gialli che portavano in giro la loro vistosa livrea striata di azzurre linee parallele. E non mancava tra loro una preda da fucile, sempre che si fosse avuto il coraggio di straziare tanta bellezza.
Non dissimile nella forma da un sergeant-fish ne differiva per le tinte morbidamente sfumate. Verde, intensamente verde era il suo corpo, mentre le due lunghe pinne gialle sul dorso ed il ventre incorniciavano d'oro l'ovale di questo signore. Calmo, superbo mi nuotava intorno fissando con commiserazione il mio corpo cos miseramente privo di colore.
Stendendo in avanti la mano e tentando scherzosamente di toccarlo lo feci fuggire offeso da tanta confidenza. Proseguii ancora, avviandomi verso l'apertura dell'insenatura, donde proveniva la fresca carezza del mare aperto.
Qui la profondit aumentava e le ramificazioni dei coralli a corna d'alce lasciavano il posto alle forme pi larghe e resistenti dei madreporari piatti. L'accavallarsi disordinato di enormi massi ad angoli acuti che formavano aperture e cavit oscure nei punti in cui poggiavano gli uni sugli altri, confermava il sospetto che quella laguna non fosse tutta di origine corallina.
Mi immersi dolcemente curiosando verso quelle oscure fessure ch'erano sotto di me. Cinque, sei, sette metri; ecco, strisciavo sul fondo superando una leggera corrente contraria.
L'acqua era finalmente fresca ed un brivido di freddo mi percorse. Mi affacciai al buio disabitato di una cavit, mi volsi per avvicinarmi ad un'altra quando mi accorsi di non essere pi solo.
Chi ha mai detto che le cernie sono degli animali tozzi, pesanti, privi di grazia, dai colori smorti ed armonizzati con le profondit in cui abitano? La graziosa signora che mi stava osservando a meno di un metro dal mio viso, si sarebbe certo offesa se l'avessi definita pesante. Piuttosto grassottella certo, ma che aspetto aveva! Sembrava vestisse uno di quei modelli di fantasia che le fanciulle usano mettere nelle belle giornate estive, dai colori senza grandi pretese ma decisamente freschi e giovanili.
Il fondo era unito, di un blu scuro, a riflessi pi chiari nelle parti ventrali, con mille macule giallo-dorate disseminate un po' dappertutto.
Evidentemente offesa dalla mia presenza, la cernila scart bruscamente, allontanandosi. Ma subito si ferm, osservandomi ancora.
Ma cosa le accadeva? Il blu scuro del suo mantello impallidiva, sparivano le macchie, tutta la sua figura si andava lentamente scolorando. Spalancai gli occhi incantato. Il capo e la zona immediatamente posteriore apparivano ora di un marrone deciso a strisce, dello stesso colore che risaltavano sul giallo sporco dell'altra met del corpo. E scure, quasi brune, erano le pinne e la coda. No, certo, non mi sbagliavo. Non era un altro esemplare questo che contemplavo cos da vicino. Tentai di accostarmi ancora, ma con un balzo l'animale fugg; ed era tempo, giacch anche il mio fiato si era esaurito.
Era la prima volta che osservavo una trasformazione cos evidente di colore, e mentre risalivo pensai alla possibilit di fissare su di una pellicola quell'insolito spettacolo.
I miei compagni mi chiamavano dalla riva, facendomi segno che era l'ora del pranzo.
Ritornai a malincuore e mentre mangiavamo ci
scambiammo vivacemente le impressioni sulla breve esplorazione mattutina.
Dopo la rituale siesta del pomeriggio entro il recinto quasi terminato per opera di Anthony, alzammo i teli delle tre tende ed il campo fu pronto. Contemplammo soddisfatti la scena.
A sinistra, in avanti rispetto alle altre due, la tettoia vasta della cucina proteggeva dal sole e dalla pioggia i viveri e la nostra sala da pranzo. Dietro, contro la palizzata che ci separava dalla vegetazione del bosco, c'era la tenda dormitorio, piantata accanto alla tenda che serviva da magazzino e da studio fotografico.
Entro il recinto, contro il tronco di una palma, specchio, rasoi, pennelli e spazzolini indicavano chiaramente che l si trovava la toilette. Penzoloni, appeso al ramo inclinato di un cocco, un enorme bidone provvisto di rubinetti costituiva certamente il primo distributore d'acqua apparso sull'isola di Andura.
Non mancava naturalmente la rimessa per i due canotti e l'armeria, dove una sopra l'altra in corrispondenti piani poggiavano le canne dei nostri fucili.
Sulla cima di un altissimo bamb, al centro del recinto, sventolava la bandiera italiana.
L'opera compiuta, il piacere di sentirsi raccolti, quasi protetti entro il recinto, l'aspetto accogliente della casa ci rese felici e festeggiammo quella gioia con un sostanzioso brindisi.
Lasciata andare un pacca di approvazione sulle spalle del nostro boy, seguiti dal passo saltellante ed eccitato del big man partimmo all'esplorazione di quella parte di Andura che ancora non conoscevamo.
Veramente, dopo aver camminato stentatamente per quasi mezz'ora nel folto della selva, non ne conoscevamo niente di pi, se si tolgono tutti gli ingrati incontri con le erbe irritanti e spinose che intralciavano il sentiero. Avevamo infatti seguito uno stretto
viottolo, incassato a tunnel entro la vegetazione, che avrebbe dovuto condurci molto lontano, a sentire il santone.
Quando per giungemmo alla sommit del promontorio gi avvistato prima di approdare la sera avanti, il bosco si dirad per la presenza di massi pietrosi che non fornivano alcun appiglio alle radici. Celato nella piccola insenatura sotto i ciuffi delle palme, non riuscimmo a vedere il campo, mentre, per la prima volta, scorgemmo la costa a sinistra della gobba rocciosa.
Una chiara striscia di sabbia stringeva in mezzo, con l'ausilio della vegetazione selvaggia e disordinata dell'interno, l'ombra di fitti cocchi. Tutto intorno, in mare, i cavalloni fasciavano di schiuma la linea frammentata della barriera corallina. Inoltrandoci ancora per un poco tra gli alti cespugli e poi scendendo per un leggero declivio, ci dirigemmo verso quella spiaggia.
Presto camminammo lungo il litorale calpestando a piedi nudi la rena ancora calda per l'ardore del sole. Dinanzi a noi, nella punta del promontorio, distinguemmo una piccola abitazione bianca, circondata da un muretto basso e ben tenuto, che il big man ci present come la sua house.
Eravamo ormai giunti a cinquecento metri dalla casetta, quando qualcosa ci fece arrestare di botto con esclamazioni di sorpresa. Ferma sulla sabbia, con il capo rivolto verso di noi, un grosso iguana prendeva il sole seminascosto entro una cunetta dell'arenile.
Fermi!, intim Carlo, cavando fuori dalla tasca una pistola. Alz l'arma verso la bestia, con la chiara speranza d'immobilizzarla sul luogo ove si trovava, ma un urlo agghiacciante alle nostre spalle, lo ferm.
Stop, stop! urlava fuori di s il santone, subito
afferrando il braccio del nostro amico ed urlandogli sul viso una sequela d'incomprensibili parole.
Ma che ti piglia? domand Carlo, scrollandosi il vecchietto di dosso.
Sacred, sacred, riusc a dichiarare in inglese l'altro, mentre con sollievo guardava il rettile, che spaventato da quel baccano si stava gi allontanando.
Va bene, va bene, lo calm Carlo, riponendo la pistola. Ho capito:  sacro! Avete visto? continu poi rivolto a noi. I lucertoloni sono inviolabili da queste parti.
La societ protettrice degli animali ha branche ed affiliazioni dappertutto, sentenzi Paolo, ricominciando a camminare.
Percorso il breve tratto che ci separava dalla candida costruzione, ci affacciammo al cortiletto che il piccolo muro delimitava tutt'intorno.
Disseminati con ordine al suolo, ardevano stentatamente dei lumi ad olio formati dagli involucri esterni dei cocchi pieni di un liquido denso e nerastro e con uno stoppino fatto pure di fibra di cocco.
Stavamo per entrare, quando un altro urlo inumano usc dalla gola del vecchietto.
Per l'anima dei... imprec Paolo, contro l'ometto e tutta la serie dei suoi defunti.
Sacred, sacred! spieg ancora quello, indicando il pavimento del cortile.
Sacred, sacred! facemmo coro noi, urlandogli irritati sul viso. Abbiamo capito!
Ma quando notammo un piccolo idolo poggiato contro il tronco di un banian striminzito, e quando il big man ci spieg come quei lumetti rappresentassero offerte votive per il suo dio, comprendemmo meglio.
Lasciando il suolo consacrato del tempietto
prendemmo la via degli scogli, verso la punta estrema del promontorio.
A circa mezzo miglio da terra emergevano al largo le masse scure di due isolotti battuti dai marosi. Su questi, nuvole di uccelli marini schiamazzavano sonoramente ad ogni spruzzo lanciato dalle onde. Ai nostri piedi le acque calme e protette lasciavano scorgere un fondo corallino ricco di fauna marina. A breve distanza avvistammo pi volte la testa di alcune tartarughe che emergevano per respirare.
Il posto ci piacque e progettammo di farvi una pescatina la mattina dopo. Anzi ci rammaricammo di non aver portato con noi gli arnesi adatti per darvi subito un'occhiata.
Seduti su di uno scoglio, chiacchierammo felicemente, contemplando le evoluzioni degli uccelli, le manovre dei granchi, il colore del mare. Presto, per, il sole prossimo al tramonto ci consigli il ritorno e sempre accompagnati dall'infaticabile vecchietto ci dirigemmo verso casa.
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Capitolo 6.
I PRIMI GIORNI NELL'ISOLA.
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...Quella non  acqua! Puoi dirmi che sia erba, fango, infuso di rospi, ma non che sia una cosa potabile. Mi rifiuto di riconoscerla come acqua!
Mentre stavo sistemando dei libri sopra alcune tavolette poste sotto le brandine, udivo avvicinarsi le voci dei miei due amici in amichevole diverbio.
Ma se si bolle non c' pi pericolo. Era la voce di Carlo, questa. Mettendoci un po' di t, poi, perde ogni sapore e diviene un'ottima bevanda.
Un brodo, ecco cosa diventa. Ed un brodo di rane e di animalucci vari, ribatteva Paolo. Non ho mica voglia di prendermi la dissenteria, io!
E che altro ti bevi allora? Non vorrai mica tornare indietro perch ti schifi di un po' d'acqua verde, no? Dammi il secchio, che il t lo faccio io.
Non c'era bisogno che li vedessi per sapere in quale atteggiamento stessero discutendo.
Con il viso a pochi centimetri l'un dall'altro; con vaghe espressioni che li trasformavano ad ogni battuta in ironici esplicatori di questioni pur note ai fanciulli o in feroci sostenitori delle stesse, pronti a menar le mani per renderle pi comprensibili, me li figuravo lucidamente come se fossi presente alla disputa.
Troppe volte io stesso mi ero trovato in quelle condizioni o li avevo osservati litigare per non prevederne le mosse future.
Eh no!, rispondeva l'altro. Tu sei un incosciente, un irresponsabile, e io sono costretto a badare anche alla tua salute!
Prima che il battibecco degenerasse uscii dalla tenda andando loro incontro. Stavano ai limiti della boscaglia, dietro il recinto del campo, e si contendevano il secchio vuoto con cui avrebbero dovuto prendere l'acqua per la colazione.
Animali! sbottai. Che vi succede?  un'ora che aspetto l'acqua!
Questo qui... cominciarono insieme, indicandosi a vicenda e confondendo poi le frasi in un vocalizzo iroso ed incomprensibile che dur per un pezzo.
Quando si furono calmati, compresi come essendosi recati alla sorgente, Paolo avesse trovato l'acqua troppo disgustosa per poterla usare.
Il giorno avanti, essendosi occupato della faccenda Anthony, dietro le indicazioni del big man, non ci eravamo preoccupati di ci che bevevamo. Ma quella mattina Carlo e Paolo avevano voluto occuparsi della cosa di persona, evidentemente con ragione.
Tutti e tre ritornammo verso quella che Paolo definiva una sentina e Carlo semplicemente una vasca. Dopo dieci minuti di cammino attraverso un sentiero ben tracciato nella vegetazione vi giungemmo.
Si trattava di uno stagno di pochi metri quadrati, pieno di un'acqua immobile e paludosa,verde e algosa. Tra le ninfee galleggianti, nuotavano molte rane dall'aspetto florido. Frammenti di tronchi, rami e foglie semidecomposte completavano l'aspetto di quello che
costituiva, e doveva costituire durante tutto il nostro soggiorno ad Andura, l'unica nostra riserva d'acqua.
Paolo aveva certo ragione definendola imbevibile, ma d'altra parte non vi era rimedio. Mentre Carlo ed io ci assoggettammo subito ad usare quell'acqua dopo averla bollita e corretta con del t, Paolo pur dividendola con noi per uso di cucina, non l'accett mai come bevanda. Nel suo t usava come materia prima l'acqua dei cocchi. Non so descrivere quale sapore avessero le nostre bevande; certamente erano assai lontane dal normale.
Dopo aver completato la sistemazione del campo, pensammo di recarci a pescare presso il tempietto, nella zona esplorata la sera prima.
Gonfiati i due canotti e caricatili dell'occorrente, uscimmo dalla laguna piegando verso sinistra e cominciando a remare lungo la costa. Sui massi rocciosi di questa, ai margini della vegetazione spinosa, degli amarillidi, due o tre scimmie grigioverdi, cercopitechi dalla lunga coda, presero a seguirci, scomparendo a volte nell'intrico dei cespugli e riapparendo con salti attraverso gli spazi vuoti, alla sommit degli scogli.
Il sole bruciava sulle nostre teste e quando, dopo la lunga remata, giungemmo a destinazione, affrettammo i preparativi per immergerci presto.
Avevamo superato la punta e il big man, dalla sua abitazione, ci aveva salutato cordialmente. Oltrepassando la zona, irta di pericolose ramificazioni, della linea corallina, tirammo a secco le imbarcazioni sulla sabbia soffice del litorale, sotto l'ombra dei cocchi contorti.
Ormai pronti, eravamo sul punto d'immergerci armati dei nostri fucili, quando il santone, che aveva assistito da lontano ai nostri preparativi, ci corse incontro sulla spiaggia gridando ed agitando le braccia.
No good, no good! disse nel suo inglese elemeritare, che deciframmo quando ci fu vicino. Many sharks, plenty sharks, here! ripeteva scuotendo la testa ed indicando spaventato il mare. Quel posto era pieno di pescecani, voleva dire.
Gli sorridemmo con indulgenza e, rinunciando per motivi di tempo e di forza maggiore ad illustrargli la nostra teoria, entrammo in acqua tra le sue invocazioni costernate.
Come avremmo potuto spiegargli che eravamo venuti dall'Italia, da un paese cos lontano, proprio per incontrare quegli animali che tanto temeva?
Per qui  davvero pieno di pescecani, ha detto quello..., osserv tranquillamente Paolo aggiustando la punta del suo arpione ed accingendosi ad immergersi.
Ebbene? ribattei.
Niente, disse, dicevo cos per dire.
Non avrai mica paura? si assicur Carlo in tono aggressivo.
Io, s, mormor Paolo.
A chi lo dici! sospir subito l'altro immergendosi fragorosamente e prevenendo la mia stessa risposta.
Cos, pieni di audacia e di paura, ci dirigemmo verso il mare aperto.
La sabbia cristallina e grossolana e la limpidezza dell'acqua rendevano pi abbagliante la luce del fondo sottomarino.
Tra i piccoli solchi che il movimento dell'acqua aveva formato nella rena, guizzavano delle graziose sogliolette tutte segnate da una serie continua di linee parallele che le rendevano pi visibili. Seguiva subito una frotta di triglie che come un gruppo di rabdomanti saggiavano la rena con i robusti barbigi. Ma quali triglie! Non certo i modesti esemplari che si possono incontrare nel Mediterraneo; erano
enormi animali di circa quaranta centimetri di lunghezza dai colori brillanti.
Poi venne un tranquillo gruppetto di rombi, tra i quali per c'era qualche segno d'inquietudine. Mi immersi nell'acqua bassa e andai a vedere. In mezzo si dimenava ferocemente un rombo dall'aspetto prepotente. Pi voluminoso degli altri, con la bocca pur storta ma grande e armata di denti acuti e visibilissimi, aveva afferrato un rombo pi piccolo, che cercava invano di liberarsi. Dalle tre strisce dorsali ben rilevate era classificabile nella specie che vive negli alti fondali; ma prima ancora di meravigliarmi della sua presenza in quel posto, lo infilai con un colpo d'arpione, senza, sparare.
Liberato il ferro, continuai a spinnare verso i coralli.
Mentre mi accostavo a Paolo vidi dei piccoli pesci a forma di triangolo. Gi strani a vedersi di fianco, con quelle enormi
spine dorsali sul corpo secco e dorato, ad osservarli di fronte apparivano pi insoliti. Dallo spinato ovale del corpo, in cui risaltavano i grandi occhi neri, partivano quelle tre spine, che davano l'idea di un treppiede nuotante.
 un " Triacanthides ethiops ", affermai dottamente, sollevando il capo dall'acqua.
No?! si meravigli l'altro. Ma guarda un po'. Mica sembrava per! E se ne and via scuotendo la testa meravigliato.
Spiritoso! gli gridai dietro offeso.
Presto scorsi il corallo, ed ancora una volta sostai incantato a contemplarne i colori e la forma.
Al limite del fondo sabbioso, due meravigliose balestre dal corpo rosso acceso, variegato di azzurro e giallo, si fermarono davanti al mio viso. Non avevo mai visto creature tanto belle, e sarei certo rimasto per un pezzo ad ammirarle se la prima stolida
preda non mi fosse venuta incontro, piazzandosi proprio sulla punta della freccia.
Si trattava di un largo pesce, di una settantina di centimetri di diametro, con i colori che rammentavano quelli del nostro sarago, ma con le due pinne anali e dorsali assai sviluppate.
Tirai rapidamente e lo ebbi in breve tremante tra le mani.
Ricaricato il fucile e appesa la preda alla cintura, superai la barriera e mi trovai a nuotare su un fondo di maggiore profondit, sempre coperto per da un tappeto variegato di piatti coralli solidi e molli. Su questi scorsi il consueto gruppo di sergeant fishes; ma non li disturbai, per dedicarmi alla ricerca di una preda pi consistente.
Tutta la zona era straordinariamente ricca delle specie pi varie, ed oltre ai tipi relativamente minuti, che non potevano interessarmi dal punto di vista venatorio, ne avvistai degli altri di rispettabili proporzioni.
Mentre mi accingevo ad immergermi per insidiarne qualcuno, scorsi presso un largo crepaccio, ad una decina di metri di profondit, un esemplare noto, o che almeno mi ricordava una consueta preda delle acque italiane, ma quanto mai difficile da catturare: il dentice. Se oltre alla forma, quell'animale ne possedeva anche il carattere sarebbe stato una bella fortuna poterlo colpire.
M'immersi silenziosamente, dirigendomi con pochi, cauti colpi di pinna verso il dentice che vagava lentamente a poca distanza dal buio del crepaccio.
Gli giunsi presto vicino e riconobbi che pur somigliandogli molto non possedeva lo sguardo torvo e la mascella prominente che distinguono il nostro sparide. Tesi lentamente il fucile, e stavo per lasciar partire il colpo quando, preso da un'improvvisa agitazione, l'animale scatt brusco e scomparve nella oscurit della
vicina fenditura. Imprecai sordamente contro tutta quell'intrattabile famiglia e mi spinsi cocciuto dentro l'angusto crepaccio.
Ma di scatto mi arrestai spaventato. Mi trovavo faccia a faccia con un'enorme murena mosaicata. Da molto tempo non m'imbattevo in un simile animale dall'odiosa figura serpentina, e mi assal l'antico senso di repulsione.
Non  difficile descrivere l'espressione inconfondibile di questi predoni voraci, pieni di perfidia, di crudelt e di ferocia.
Hanno occhi piccoli, maligni, dotati di uno strano potere ipnotico, la cui fissit mette addosso un senso di disagio. Pronti alla lotta, la loro resistenza incredibile, la loro muscolatura potente, il loro morso velenoso, ne fanno dei temibilissimi avversari per il sommozzatore.
L'incontro inaspettato, lo spessore enorme del suo collo, la difficolt di manovrare il fucile nella strettoia di quella spaccatura, mi fecero esitare. Tornai a galla per riprendere fiato.
Poco lontano vidi Carlo che nuotava all'inseguimento di una banda di charanx; lo chiamai per additargli l'animale. Rituffai il viso nell'acqua: la murena non si era mossa, ora si sporgeva alla luce, mi fissava con il solo capo al di fuori della tana, e le fauci, semichiuse in una sorta di sorriso glaciale, accrescevano l'impressione della sua implacabile e fredda ferocia.
Seguendo un impulso istintivo, bramoso della conquista di una preda cos difficile e combattiva, mi preparai ad arpionarla, ma prima guardai ancora verso Carlo, che pur nuotando veloce avrebbe tardato a raggiungermi. Non indugiai pi, tirai un ultimo profondo respiro e m'immersi, avvicinandomi cautamente.
Arrivai a pochi metri dal muso della murena, tesi lentamente il fucile fino quasi a toccarla con la punta dell'arpione: non vi bad, sicura di s, e come se non fosse molto convinta dell'efficacia della mia arma.
La freccia la colp nel centro preciso del capo e vi si infisse profondamente. Di scatto, selvaggiamente, la belva cerc di retrocedere nella profondit della tana; afferrata la sagola, tirai con tutte le mie forze. Come divenuto tutt'uno con la roccia circostante, l'animale non cedette di un palmo. La corda troppo corta non mi permetteva di raggiungere la superficie; provai uno spasimo, mi mancava il respiro. Poi sentii un violento strattone e mi trovai la sagola spezzata fra le mani.
Risalii, riempiendo golosamente d'aria i polmoni; poi cercai ansiosamente di distinguere qualcosa, ma la mota del fondo, sollevata nella lotta, offuscava l'ingresso della tana. Attesi per qualche attimo ancora che l'acqua divenisse pi chiara, poi mi spinsi nuovamente in basso.
Vidi l'estremit dell'asta spuntare di poco dal buio
della tana. L'afferrai bruscamente con ambedue le mani, e puntando i piedi contro la parete, tirai a me di scatto, violentemente: l'attacco improvviso, il dolore rinnovato, vinsero al principio la resistenza della bestia e il suo muso apparve completamente fuori dal buco. Ma subito dopo, incurante della gravissima ferita, sopportando lo strazio di quel ferro piantato nel cervello, la murena s'irrigid e non cedette di un solo centimetro, rimanendo come incatenata nel suo nascondiglio.
Non riuscivo a credere che potesse resistere alle forze di un uomo e ripresi a tirare inarcandomi nello sforzo: i secondi passavano velocemente esaurendo a poco a poco la mia riserva di fiato.
Ad un tratto il corpo viscido cominci a sfilare lentamente attraverso l'apertura; guadagnai cos qualche palmo, quando uno squilibrio, uno strappo improvviso mi spinsero indietro con l'asta stretta tra le mani, liberata dalla preda.
Irritato, deluso, pensai che i tessuti dell'animale avessero ceduto sotto l'eccessiva pressione, ma quale non fu il mio sbigottimento quando mi accorsi che l'arpione mancava dell'aletta divelta alla base. Il robusto pezzo d'acciaio si era contorto, spezzato nell'interno del cranio, devastando il cervello della murena, senza per che un solo osso avesse ceduto, senza che la tenace resistenza dell'animale fosse fiaccata.
Ero quasi affiorato, sempre osservando il mio arnese, quando mi apparve, a poca distanza dai piedi, il corpo serpentino, flessuoso della murena, con le fauci spalancate e una feroce implacabile determinazione negli occhi immobili.
Rammento ancora con un brivido quegli interminabili istanti. Provavo una sorta di ipnosi, una specie d'incanto: l'animale giunse a pochi centimetri dalla mie carni, sicuro della vendetta.
Poi, in un baleno, vidi il saettare lucido di una freccia, l'infiggersi del ferro nel collo dell'animale e Carlo, giunto alla mia altezza, che tirava alla superficie il corpo contorto della bestia.
Ma quantunque l'animale fosse ben assicurato dalle robuste alette dell'arpione e rimanesse lontano dalle anfrattuosit degli scogli dove poteva trovare appiglio per un'ultima resistenza, il pericolo non era cessato. A tratti si avvolgeva a nodo intorno all'asta, mordendola perdutamente sino a spezzare i retrattili denti velenosi; a tratti si lanciava contro il corpo di Carlo, costringendolo a rapide ed affannose fughe.
Finalmente, rimesso in ordine il mio fucile, lo scaricai pi volte, colpendo la preda al capo, e profittando del facile sfilarsi dell'arpione privo delle alette, finch ogni resistenza cess e ogni segno di vita abbandon il lungo corpo serpentino.
Quindi ci accingemmo ad affrontare le acque basse della zona corallina. Durante il succedersi di quei momenti drammatici, attirata dal rumore della lotta, la consueta folletta di sfaccendati sottomarini era intanto accorsa sul campo di battaglia. Oltre ad una famigliola completa di cernie di ogni dimensione e colore, ad alcuni splendidi charanx azzurro dorati, dalle rare picchiettature splendenti, e ad altri variopinti abitatori di quelle profondit, tre piccoli squali ruotavano lentamente intorno a noi ed alla vittima ormai inerte, gettandoci occhiate affamate.
Due di essi, della lunghezza rispettiva di un metro ed un metro e mezzo circa, erano due dinoccolati vle-khaai, come li chiamavano gli indigeni, del tutto innocui ed inoffensivi. L'altro, invece, era uno slanciato esemplare di carcaria, impropriamente chiamato brown shark. Questo pescecane non temeva certo, per la sua originale colorazione, di poter essere confuso con altri squali. Intensamente marrone sul
dorso, sempre pi chiaro e rossiccio sui fianchi e chiaro sul ventre mi ricord subito le terribili storie che si narrano sul suo conto.
Si mostrava certo pi irrequieto e mobile degli altri due, ma non osava mai avvicinarsi; eppure il copioso sangue che filtrava dalle ferite fresche della murena doveva essere una tentazione irresistibile.
Seguendolo con il fucile in tutti i suoi movimenti, protessi il mio compagno mentre si avviava verso terra, mentre dei graziosi e sfacciati pesci-piloti, in un gruppetto veloce e serrato, immergendo il capo nelle lacerazioni del pesce agonizzante, si contendevano piccoli brani delle sue carni insanguinate. Anche una remora fasciata di bianco, insistente e fastidiosa, si un allo svariato corteo che ci accompagnava verso le acque pi basse.
Quando calpestammo la calda rena della spiaggia vi trovammo gi Paolo che discuteva animatamente con l'eremita, il quale appariva veramente sconvolto. Sotto un piede del nostro compagno, tentando inutilmente di raggiungere le onde vicine, una piccola tartaruga di mare scavava la sabbia d'intorno con affannosi movimenti delle zampe.
Bravo! Dove l'hai presa? Fa' vedere, esclamammo tutti e tre, osservando a vicenda le prede.
Mentre Carlo ed io esaminavamo la piccola tartaruga gialla e nera, la prima catturata dopo l'arrivo a Ceylon, il big man si sporse verso di noi ed indicandoci il rettile disse emozionato: Sacred, sacred!
Lo sentite? url Paolo seccato. Da quando sono venuto a terra non fa che ripetermi che la tartaruga  sacra e che devo ributtarla a mare.
Per un buddista tutti gli animali a sangue caldo sono "tab", gli spieg Carlo.
Meno i pesci, fortunatamente, aggiunsi io.
Sacra un corno! seguit con lo stesso tono lo
sfortunato catturatore della tartaruga. L'ho presa con le mani, l'ho inseguita fino quasi ad affogare, mi sono completamente grattugiato la pancia per rincorrerla tra i coralli; finalmente la trascino trionfante a terra, e ti ci trovo questo tipo buffo che vuole che la rigetti in mare!
Forse sar una tartaruga domestica, accenn Carlo dubbioso.
Sacred, sacred! seguitava intanto ad urlare il santone, alzando le braccia al cielo o tormentandosi i radi capelli sul capo.
Basta! tuon Paolo, fissando torvamente Carlo.  mia! Mi appartiene! E poi vi dico che  buonissima da mangiare, capite?  proprio una del tipo commestibile e mi ci voglio fare un brodo colossale,  chiaro? This is very good to eat, aggiunse poi, per chiarire le idee all'ometto disperato.
Ma non sembr che ottenesse l'effetto desiderato. Come se gli avessero pugnalato una persona cara sotto gli occhi, il vecchietto scoppi in una serie di ululati e lamentazioni strazianti che fecero rimanere interdetto il nostro amico.
Se tu avessi passato un maggior numero di ore ad istruirti piuttosto che perder tempo negli ambienti insulsi che frequenti, cominci Carlo assennatamente, potresti forse capire che per un buddista ogni animale rappresenta la reincarnazione di un uomo morto, uno dei successivi passaggi che deve affrontare una anima mediocre prima di giungere alla purezza. Quella tartaruga, disse indicando drammaticamente il povero rettile conteso che era riuscito a scavare una vera trincea attorno a s, potrebbe essere un parente di questo povero vecchio. Suo padre, suo zio, suo nonno...
Ed io mi ci voglio fare il brodo, con suo nonno! sbrait l'altro ormai fuori di s, mentre tentava
di riacquistare l'equilibrio minacciato dai movimenti della tartaruga sotto i suoi piedi.
Ma Carlo non lo ascoltava pi: come affascinato, seguiva con lo sguardo qualcosa che si muoveva sulla spiaggia.
Mi volsi in quella direzione e scopersi presso i cocchi, in terra, una minuscola scimmietta, un cercopiteco di pochi giorni, che osservava interessata la scena.
Prima che riordinassi le idee, Carlo era partito urlante verso l'animaletto vicino.
Prendila, prendila! gridava, incitando se stesso e correndo sulla sabbia.
Dai, dai! lo accompagnai, scattando a mia volta.
Che c', che c'? chiese Paolo.
Una scimmietta! gli spiegai, attraversando come un bolide lo spazio erboso sotto le palme e raggiungendo Carlo, che si era arrestato ai piedi di un piccolo almond tree.
Dov'? L'hai vista? chiesi ansante.
 qui, su questo albero, rispose Carlo. Aiutami a salire.
Ma dopo un po' che tutti e tre eravamo occupati a passare di ramo in ramo all'inseguimento di una bestiola agilissima che usava cinque arti invece di due, ci accorgemmo dell'inutilit dei nostri tentativi. Quando riuscimmo ad isolare la scimmietta su di un ramo lontano da altra vegetazione e che s'incurvava sempre pi pericolosamente man mano che ci avvicinavamo, essa si lasci cadere a terra e sgattaiol allegramente lontano.
Dopo di che scendemmo a fatica dalla pianta e ce ne tornammo avviliti sulla spiaggia, dove ci attendeva una nuova sgradita sorpresa. La tartaruga di Paolo era infatti scomparsa: il big man che ci attendeva
presso i canotti con lo sguardo fisso a terra e l'aspetto imbarazzato aveva certo a che fare con quella sparizione.
Ma se l'avevo poggiata col dorso a terra... mormor Paolo sbalordito. Poi guardando il santone:
Maledetto vecchio! Ora getto anche te in mare, a raggiungere tuo nonno! imprec rabbioso.
Non te la prendere, lo consigli Carlo.  cosa da nulla.
Gi, ribatt l'altro, perch non l'avevi presa
tu.
Lo credo. Infatti ne ho visto tante oggi di quella grandezza che se avessi voluto ne avrei riempito la spiaggia.
Su, finitela, esortai, sarebbe meglio convincere il vecchio a non toccare pi la nostra roba, da oggi in poi.
Ma se era una tartaruga ridicola! insistette Carlo, costretto subito a gettarsi di lato per evitare un colpo del pescatore di chelonidi, e poi a darsela a gambe.
Sacred, sacred, continu a gridare, mentre spariva con l'inseguitore tra la vegetazione del retroterra.
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Capitolo 7.
LA CATTURA DEL GRANDE PESCECANE.
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Impiegammo i giorni che seguirono a prendere maggiore confidenza con l'ambiente che ci circondava.
Per le nostre riprese fotografiche e cinematografiche, per esempio, occorreva eseguire numerose prove con l'ausilio degli indicatori fotoelettrici, ed esaminare poi i risultati ottenuti sviluppando il materiale negativo impressionato. Ma riguardo a questo lavoro si presentarono delle difficolt. Era necessaria infatti, per poter ricavare i negativi, una temperatura del bagno di sviluppo non superiore ai 25 gradi, limite largamente superato dalla temperatura di quella zona in quella stagione. Prevedendo per l'inconveniente ci eravamo fortunatamente provvisti di anfore di terracotta porosa, nelle quali versavamo gli sviluppatori ed i fissatori. Avvolgevamo poi i recipienti con dei panni imbevuti di una soluzione ammoniacale facilmente evaporabile e depositavamo il tutto, verso sera, in un luogo fresco e ventilato, ben lontano dal campo, per lo sgradevole odore che il liquido sprigionava.
Ma spesso neppure in questo modo ottenevamo la temperatura desiderata. Ci toccava allora alzarci presto la mattina, sul far dell'alba, e metterci a far vento malinconicamente sulle anfore puzzolenti. La strana cerimonia, priva di un significato logico per il nostro boy, veniva peraltro seguita da lui con grande interesse. Di questo ne approfitt immediatamente Paolo, il quale, facendogli capire, dopo una laboriosa spiegazione, come quell'anfora contenesse un'offerta votiva per il potente dio dei bianchi, lo adib ogni mattina a quella bisogna. Conscio del grande favore che gli concedevamo, Anthony esegu sempre puntualmente tale compito.
Molto sconcertati rimanemmo quando tentammo di classificare gli esemplari della fauna marina che si presentavano ai nostri occhi. Era evidente, infatti, la notevole differenza che esisteva tra i colori del pesce vivo sorpreso nel suo ambiente e quello delle pur magnifiche illustrazioni riprodotte nelle pagine dei nostri libri. Quindi, anche i gruppi pi comuni riuscivano difficilmente classificabili nella scala biologica sistematica.
Quella sera appunto stavamo discutendo intorno alla carogna risecchita di un labride, sfogliando i nostri volumoni, quando, non si sa come, un po' per il caldo un po' per la stanchezza, forse anche un po' per il magnifico tramonto, ci trovammo a parlare di tutt'altra cosa.
Quest'isola mi piace troppo, diceva Paolo dondolandosi nell'amaca,  uno dei posti pi belli che abbia mai visto.
Davvero,  completa, approvavo io, sembra la classica isoletta dei " technicolor " americani: le palme, la laguna, la vegetazione rigogliosa. Ad ogni attimo provo la sensazione di vedere spuntare, da un
cespuglione di orchidee, Dorothy Lamour o Ester Williams nei loro " sari " a fiori, seguite dalla smagliante corte delle pin-up-girls della Metro Goldwyn Mayer.
Mi ci costruirei un magnifico bungalow con doppi servizi ed harem compreso, continu Paolo beato, e vi assicuro che sarebbe facile trascorrervi il resto della mia vita, alla maniera di Stevenson.
Gi, ed i centopiedi, gli scorpioni, tutti questi insetti schifosi, dove li metteresti? interruppe sarcastico Carlo.
Che c'entra? ribattemmo seccati, avremmo un bungalow con tutti i comodi e le difese necessarie... Certo! E se arrivasse il monsone ve ne stareste per dei mesi tappati in casa a far la calza e ad ascoltare il romantico crepito della pioggia, rincar il disfattista. Ma piantatela, e ricordate Capri invece: quella s che  un'isola di sogno!
Be'! A me piace e me la compro, decise Paolo convinto. Chiss poi quanto potr costare, esit dubbioso, considerando seriamente l'idea.
I seguenti dieci minuti vennero spesi nel definire con precisione a quanto potesse ammontare il prezzo di Andura. Non ricordo cosa decidemmo esattamente ma si discusse e si disput coscientemente sull'importante argomento.
In vero non deve meravigliare la futilit di queste chiacchiere che spesso, in futuro, avrebbero assorbito un poco del nostro tempo. Questi discorsi senza senso furono per noi di una grande utilit. Infatti dovevano diventare come una valvola di sicurezza per il nostro sistema nervoso. Trovammo nella loro riposante stupidit la possibilit di sfogare in dispute senza importanza l'inquietudine, a volte molto accentuata, che i disagi, il clima, la fatica suscitavano in noi, lentamente esaurendoci.
Mentre tutti compresi nel calcolarne al centesimo il prezzo, stavamo discutendo sull'acquisto dell'isola non ci eravamo accorti di quanto avveniva intorno a noi. Comparendo improvvisamente dietro il piccolo promontorio del tempietto, erano apparse sopra la scogliera della laguna le vele purpuree di molti kathamarana.
Devono essere i pescatori che tornano, feci io, alzandomi per guardare meglio.
Armero, Armero! convalid il big man, gi sceso sulla spiaggia, in attesa, indicandoci felice quelle vele.
Pochi minuti dopo le slanciate imbarcazioni si arenarono dolcemente sulla spiaggia, mentre Armero ed il figlio ci venivano incontro sorridendo.
Dopo i convenevoli d'uso, i due simpatici tipi c'invitarono ad apprezzare l'ammontare del pescato in tre giorni di lavoro. Non troppo in verit, data l'abbondanza di pesce riscontrato da noi su quei fondi. Ma avevano rinvenuto numerosi soggetti da esaminare e da classificare, e consultando i nostri libri prendemmo a lavorare con lena.
I pescatori si accamparono due o trecento metri a ponente del nostro campo ed accendendo dei grossi fal si prepararono la cena. Poi malgrado le numerose proteste presero a cantare lamentosamente coprendo le numerose voci notturne che, provenendo dal folto della jungla alle nostre spalle, ci deliziavano ogni sera. Prive di ogni dolcezza, le loro voci nasali ripetevano un'interminabile cantilena che uno tra loro, il tenore, iniziava per lanciarla ogni tanto al folto coro, che al pi presto gliela restituiva, dopo averla malinconicamente ripetuta.
Non meno striduli erano i loro strumenti: dei flauti dal suono non molto dissimile delle nostre zampogne, dei tamburi battuti veramente bene, e poi dei
strumenti, somiglianti ai mandolini, senza nulla per che ricordasse la dolcezza di questi.
Era notte inoltrata quando ancora ci rivoltavamo sulle brandine nella vana ricerca del sonno, mentre quel fracasso seguitava.
Ehi! udii la voce di Carlo risuonare sarcasticamente sotto la tenda. Acquisterete anche l'orchestra con l'isola?
Paolo per tutta risposta prese a russare rumorosamente ed io l'imitai, accompagnandolo con sbuffi e sibili.
La mattina dopo, prestissimo, il sole ci trov alzati e armati di tutto punto, mentre ci accingevamo ad una buona pesca.
Purtroppo avendo dovuto nei giorni precedenti interessarci di tutte le innumerevoli cose che concernevano la nostra definitiva sistemazione e non essendoci messi bene d'accordo con Armero sul giorno della sua venuta, non avevamo potuto consegnare pesce da vendere alle canoe dirette verso i mercati della costa. Avevamo quindi sorpreso alcuni sorrisetti ironici sui visi dei pescatori, che ora ci accompagnavano con qualche kathamarana curiosi ed increduli, e ne eravamo rimasti piccati.
Tralasciando quindi l'attivit fotografica, e convincendo Paolo a pescare con noi ed a lasciare in pace per qualche giorno aragoste ed ostriche, invano straziate per cercarvi la perla, salpammo sui canotti, pieni di feroci intenzioni, verso i punti pescosi gi esplorati nei giorni precedenti.
Col favore della solita robusta corrente pervenimmo a sinistra del tempietto, verso gli scogli emergenti al largo, presso i quali ci ancorammo.
Quindi, pregando i pescatori che ci avevano accompagnato di tenersi lontani da noi, ci gettammo in mare.
Sotto di noi l'acqua, quel giorno straordinariamente limpida, lasciava scorgere i vistosi colori dei fondali di corallo. Dapprima uniti, dopo poco procedevamo gi divisi ad una cinquantina di metri l'uno dall'altro.
Scartati alcuni pesci diavolo dall'enorme bozzo carnoso sul capo nero, io inseguivo tenacemente una grossa cernia, un lanceolatus, che non si decideva a lasciarsi avvicinare. Il grosso corpo procedeva goffamente tra i canaloni che incidevano il fondo, approfondendosi in bui corridoi non pi alti di una decina di metri.
Tra crepaccio e crepaccio si allargavano le tegole embricate di coralli verdi e azzurri, a tetto di pagoda, su cui schiere di pesci pappagallo sgranocchiavano gustosamente i rami dei polipai, senza prestare alcuna attenzione a me e alla cernia che sfilavamo vicino. Nei corridoi invece le placide movenze
dei tranquilli labroni invitavano al tiro. E da un momento all'altro, se quella cernia avesse finito per scoraggiarmi temevo che uno di loro avrebbe finito per agonizzare alla mia cintura.
Avevo iniziato un ennesimo tentativo per accostare l'animale, quando il canalone, tra le cui pareti ricche di gorgonie nuotavo col fucile teso, si allarg repentinamente in un'ampia fossa larga molti metri, letteralmente gremita da piccoli demoiselles a strisce nero-dorate.
Tutto intorno alla buca correva un vasto crepaccio profondo chiss quanto, ma non verticale come i precedenti, bens parallelo al pavimento roccioso, in modo che una sorta di pensilina circolare proteggeva
l'oscurit di quei recessi. Nell'ombra di questo sicuro rifugio scomparve la sagoma corpulenta dell'animale che inseguivo. Potevo ora agire con calma, e tornai dolcemente alla superficie. Poco dopo scendevo in una nuova immersione.
Giunto sul fondo della fossa strisciai lentamente verso il buio di quella cavit. Dopo che i miei occhi, avendo superato cos bruscamente la zona d'ombra, si furono adattati alla nuova scarsa luce, cominciai a distinguere qualche particolare.
Sotto quel cornicione si apriva la vasta apertura di una caverna apparentemente molto profonda. Mi avvicinai cautamente e mi soffermai sull'entrata trattenendomi al fondo con una mano sulla roccia.
Non avevo gettato che una rapida occhiata l dentro quando una visione inaspettata m'irrigid tutto in un'istintiva posizione di difesa. Contro lo sfondo acceso di rosso fuoco, per i madreporari che tappezzavano le pareti, tra i rami delicati e flessibili delle gor-gonie, giaceva in tutta la sua impressionante lunghezza la sagoma azzurrina di un pescecane addormentato.
Immensamente pi lungo e voluminoso di me, il grosso animale stava disteso inerte, sulla sabbia del suo rifugio. Posto obliquamente rispetto all'entrata, non era possibile distinguerne chiaramente il capo; mentre la coda era a portata della mia mano.
Fissando il fremere periodico delle sue fessure branchiali, tesi lentamente, col cuore in gola, il fucile verso quel punto delicato e, cercando scrupolosamente la mira, mi accinsi a sparare. Subito per riabbassai l'arma, rendendomi conto dell'inutilit di quel tiro: infatti la sagola del mio fucile era molto corta, appena un metro e mezzo.
Avendo nei primi giorni lottato quasi esclusivamente con le grosse cernie che popolavano le infinite
buche tra i coralli, avevamo adottato per necessit quella corda cos breve. Infatti, ogni qualvolta si colpiva il corpo di uno tra questi serranidi giganteschi, si finiva sempre per vederlo scomparire nella tana, dove, a causa dei tortuosi ed inaccessibili cunicoli, della resistenza straordinaria che opponeva l'animale stesso, e delle superfici scabrose e taglienti dei coralli, spesso si perdeva la preda insieme all'arpione e parte della sagola. Abbreviando la corda, invece, riusciva facile, dopo il tiro, trarre a s con uno strattone la preda e condurla in superficie.
Pensai cos che, dopo aver colpito, sarebbe stato impossibile per me, da solo, tornare a galla, data evidentemente la mole dello squalo. Decisi quindi pi opportunamente di chiedere aiuto e tentare l'avventura con i miei compagni, certo che il pescecane avrebbe continuato il suo tranquillo riposo.
Riemerso all'aria aperta cercai intorno a me le teste dei miei amici. Scorsi subito Carlo poco distante.
Lo chiamai a gran voce urlandogli di corrermi vicino. Ma per quanto gridassi, gesticolando, ed infine
lo insultassi, non dette segno di accorgersi di me, continu a sparire nel solito punto, in brevi e frequenti immersioni.
Allora, dopo essermi bene fissata in testa l'ubicazione della caverna, gli mossi incontro irritato, nuotando velocemente.
Si pu sapere perch non rispondi? gli feci. Vuoi capire che ho trovato un pescecane enorme, addormentato?
Non posso recuperare il fucile, mi rispose, ansimando, lo vedi che m' successo? E mi indic
il fondo.
Aveva tirato ad un enorme labrone, in uno di quei profondi crepacci. L'animale, colpito, si era infilato in una specie di stretto e lungo arco naturale,
ricomparendo dall'altro lato della volta. Ed ora tentava invano di fuggire, trattenuto com'era dal fucile incastratosi dalla parte opposta.
Se ci si avvicinava all'animale, mi spieg Carlo, c'era pericolo che si rinfilasse dall'altra parte portandosi appresso il fucile; se, invece, si tentava di tirarlo fuori facendo forza dal lato ove era stato colpito, la bestia, ponendosi meccanicamente di fianco, non sarebbe passata attraverso l'angusta apertura.
Passarono una buona decina di minuti prima che riuscissimo a risolvere quel complicato problema e ad aver ragione della grossa vittima, e bisogn che anch'io sparassi su quel maledetto pesce.
Poi, mentre nuotando ricaricavamo e riassettavamo i fucili, assicurando il pesce alla cintura, spiegai brevemente a Carlo la scoperta fatta.
Fortunatamente ritrovai presto la mia fossa e nuotando alla superficie mostrai il posto al mio amico fornendogli gli ultimi chiarimenti.
Paolo, forse nascosto dalle due scogliere al largo, non si vedeva ed invano lo chiamammo a lungo.
Temendo che lo squalo avvertendo tutto quel movimento si svegliasse, decidemmo di tentare senza di lui; l'onore del primo colpo sarebbe spettato a me come autore della scoperta. Tutto compreso dall'eccezionalit dell'avventura, respirai lunghe e numerose boccate d'aria, pi per calmare la mia emozione che per un'impellente ragione. Finalmente m'immersi ed accompagnato fianco a fianco del mio amico mi diressi verso il rifugio del pescecane.
L'animale era sempre l immerso nel suo sonno profondo. Strisciandogli vicino sino quasi a toccarlo puntai l'estremit della freccia verso le cinque ampie fessure sopra le pinne pettorali: solo colpendolo in quel punto delicato potevamo esser sicuri del tenace penetrare del nostro arpione.
Premetti il grilletto e di scatto mi buttai indietro per evitare qualche colpo di coda.
Dentro una massa d'acqua resa impenetrabile dalla mota sollevata, lo squalo cominci a dibattersi disperatamente. Sfilando lungo tutta la lunghezza del fucile giunsi fuori dal cornicione, trattenendo l'arma per l'estremit. Poi, mentre cercavo di far fronte alle poderose scosse, vidi il mio compagno sorpassarmi e penetrare, fino a sparire completamente, nel buio dell'antro sconvolto dalla lotta.
Passarono molti secondi e mentre mi sentivo a poco a poco trascinare verso l'entrata della caverna, riapparve Carlo, sconsolato, col fucile scarico tra le mani.
Cercando di distinguere qualche cosa in quel pandemonio, aveva evidentemente sparato a bruciapelo sul corpo agitato dell'animale, ma come se avesse colpito uno scoglio, l'arpione non s'era che leggermente conficcato nella pelle resistente, per staccarsi subito dopo.
Mentre trattenevo ancora il fucile, ma trascinato sempre di pi dentro la caverna, Carlo riaffior per ricaricare rapidamente. Quando ormai avevo esaurita la riserva di aria e stavo per abbandonare tutto e risalire, mi torn a fianco, passandomi il suo arpione. Riaffiorai e respirai avidamente; levando il capo dall'acqua vidi finalmente Paolo. Lo richiamai, poi mi rituffai subito per vedere ci che stava accadendo sotto.
Carlo, sempre trattenendo il mio fucile, andava lentamente scomparendo sotto la parete rocciosa ed ora non ne distinguevo che le gambe. Ma pochi attimi dopo lo vidi ricomparire col mio fucile, da cui, con un brivido di delusione, pendeva inerte la sagola spezzata.
Emerse velocemente presso di me e mi strapp l'arma che tenevo carica tra le mani, restituendomi
la mia, immergendosi di nuovo senza parlare. Subito lo imitai, ed insieme giungemmo all'entrata della caverna.
Nell'interno di questa la sabbia sollevata, mista al sangue perduto dallo squalo, confondeva ogni cosa. Restammo ad aspettare un mezzo minuto circa sulla soglia, quando l'acqua torbida si agit violentemente.
Pochi attimi dopo, a pochi palmi dal mio viso proteso per distinguere qualcosa, comparve il capo tozzo e rotondo dello squalo. In quei brevissimi istanti distinsi due lunghi baffi ai lati della bocca e gli occhi piccoli e gialli, assolutamente privi di espressione; poi, non pensando affatto al pericolo che ci minacciava, ma semplicemente alla preda che ci sfuggiva, lo colpii col fucile scarico sul muso per ricacciarlo indietro; contemporaneamente Carlo, pi di lato, lo colpiva di nuovo nelle branche dalla stessa parte di prima. L'animale ritorn convulsamente nella tana, dove riprese a dibattersi nel buio.
Eravamo sul punto di ritornare in superficie, quando anche il secondo arpione cedette e la freccia d'acciaio, spezzata nettamente, sfil fuori dell'apertura. Subito dopo irruppe in piena luce il grande corpo del pescecane, impressionante in tutta la sua lunghezza, e ci pass a grande velocit tra le gambe. Decisamente, quello squalo non doveva possedere un'intelligenza molto sviluppata.
Mentre noi ritornavamo rapidamente a galla, lo squalo fece un velocissimo giro nell'interno della larga fossa, cerc d'infilarsi inutilmente in un buco molto pi piccolo di lui, e finalmente ritorn nella sua tana, ove scomparve, con nostra grande soddisfazione.
In quel mentre arriv anche Paolo, che cerc di rendersi conto del perch di tutto quell'agitarsi.
Che c'? s'inform, guardando i due fucili inutilizzabili.
Lo squalo, gli gridammo indicandogli il fondo.
Dove? fece impressionato, accostandosi e senza scorgere naturalmente nulla nel fondo sotto di lui.
Sotto! L sotto! e facendomi vicino gli tolsi il fucile dalle mani per non perdere altro tempo in spiegazioni.
Intanto i kathamarana che ci avevano seguito, accorgendosi che qualcosa d'insolito stava accadendo, s'erano alquanto avvicinati e stretti a cerchio intorno a noi.
Mora! Mora! spieg loro Carlo. E quel nome, cos pauroso per loro, venne ripetuto in coro dagli indigeni protesi sulle imbarcazioni, arriv sulla costa, ove altri pescatori accovacciati tra gli scogli lo raccolsero e lo ripeterono balzando in piedi.
Aspettai ancora quattro o cinque minuti affinch la sabbia si depositasse nella caverna, poi mi rituffai.
Nell'interno di questa ci si vedeva appena ma non tardai a riconoscere il grande corpo ferito: lo avvicinai di nuovo ed ancora lo colpii. Dovetti abbandonare di nuovo il fucile; mentre salivo calmo verso la superficie, cominciavo a meravigliarmi della stupidit dell'animale e dello strano andamento delle cose.
Avevamo sempre pensato alla cattura di uno squalo come ad un avvenimento travolgente, epico, caratterizzato da episodi di forza e di violenza, ma ora, in realt, i fatti si svolgevano molto diversamente.
Se non fosse stato per la rottura degli arpioni, cosa logica dato il peso dell'animale, tutto sarebbe stato abbastanza semplice e privo di drammaticit. Quando, poche ore dopo, non rimase sulla sabbia che il grande corpo dell'animale ucciso, ci sembr di essere stati dei cattivi macellai che avessero sbagliato pi volte il colpo fatale su di un povero, stolido animale.
Per farla breve, anche il fucile di Paolo fin nell'ecatombe delle nostre armi fracassate.
Il pescecane, sebbene nella caverna, era di nuovo libero. Si rese allora necessario che uno di noi ritornasse al campo per procurare due nuove aste. Mi diressi cos verso la costa a rapide bracciate.
Uscii presso gli scogli, tra i pescatori che mi si strinsero vicino chiedendo spiegazioni. Non badai loro e mi lanciai a corsa pazza sul margine, tra le rocce e la vegetazione cespugliosa. Dietro, schiamazzando, mi accompagnarono gli uomini di Armero.
Arrivammo dopo dieci minuti al campo; entrai come un bolide nel recinto, afferrai due aste e della corda e ripartii, sempre correndo, verso il tempietto.
I pescatori, fermatisi al limitare del campo, informarono i compagni di quanto accadeva. Poi correndo anch'essi mi scortarono sino a quando non mi rituffai.
Giunto ansimante sul luogo della lotta assistetti ad una scena un poco insolita: Carlo aveva le mani poggiate in alto, contro il cornicione, e intanto scalciava vigorosamente verso qualcosa che non distinguevo bene.
Che sta facendo? chiesi meravigliato a Paolo, che osservava in superficie.
Il pescecane sta tentando di uscire, mi spieg tutto emozionato, e scendiamo a turno per prenderlo a calci in modo che non possa scappare. E s'immerse a dare il cambio all'altro.
Stimolato dalla folle imprudenza dei miei due compagni che continuavano a prendere a calci un animale che secondo le leggende pi note e i racconti dei pi autorevoli shark men poteva benissimo troncar loro un piede, mi affrettai a ricaricare il fucile, passando l'altra asta a Carlo, che proprio allora tornava a galla.
Ma quando ci fummo immersi, l'acqua troppo torbida non ci permise di sparare; e quando, alfine, mi accorsi di aver sfiorato la coda dell'animale e gli tirai, non ottenni alcun risultato; l'arpione non penetr nella sua pelle spessa.
Risalimmo alla superficie. Lo squalo si era calato e ora nessun movimento sconvolgeva il fondo.
Pass lungo tempo mentre aspettavamo che l'acqua schiarisse, ma inutilmente.
Sopra di noi, tra gli indigeni, sui kathamarana, si era fatto silenzio e si attendeva ansiosamente la fine della lotta.
Dopo alcune inutili immersioni formammo un piccolo consiglio di guerra: decidemmo di applicare il sistema usato dagli indigeni per catturare le murene. Avremmo tentato di legargli la coda con un cappio della fune che avevo portato con me.
Ci si immagini quanta cautela usammo tutti e tre per far passare il nodo intorno alla coda dell'animale, che non dava alcun segno di accorgersi dei nostri maneggi. Finalmente fummo pronti: passammo l'altra estremit della corda ad una canoa e, preparati ad ogni evenienza, prendemmo a tirare.
Con grande facilit il corpaccio usc dalla grotta, trascinato senza alcuna reazione dalla corda, rimanendo inerte. Il grande squalo era finalmente nostro.
Lo tirammo ancora esitanti e prudenti verso di noi, poi lo toccammo, prima cautamente, poi con sempre pi confidenza, sino a stringerlo per immobilizzarlo. Afferratolo presso le branchie sanguinanti, gli sollevammo il capo fuori dell'acqua mostrandolo agli indigeni.
Matea mora, matea mora! gridarono tutti, sugli scogli e sul mare. Mora, mora! Un allegro richiamo si sparse sull'isola e giunse agli altri che stavano riparando le reti sulla spiaggia presso il campo.
Matea mora! Quel grido ripetuto di bocca in
bocca consacrava la nostra reputazione presso i pescatori ammirati. E, quando, nei giorni che seguirono, altri squali catturati si aggiunsero al primo, quello doveva divenire definitivamente il nostro appellativo.
Matea mora, i signori dei pescecani. Con questo glorioso nome saremmo stati da allora conosciuti e rispettati presso tutti gli indigeni che lungo le spiagge del Sud, sino alla lontana Karativu, avevano sentito parlare delle nostre gesta.
Pi tardi, trasportato l'animale dinanzi al campo provvedemmo a misurarne la lunghezza ed a pesarlo. Non fu cosa molto facile data la turbolenza dei pescatori i quali, assicuratisi che l'odiato nemico fosse veramente morto, cercavano di straziarne le carni in ogni modo. Allontanati infine energicamente, si limitarono ad insultarlo e minacciarlo a gran voce in una confusione indescrivibile.
Appeso alla robusta bilancia ad uncino, lungo il tronco di un vicino albero del pane, risult di 84 chilogrammi, mentre misurava 2 metri e mezzo tra la punta del muso e l'opposta estremit, escluso il lobo caudale. Molto facile riusc la sua classificazione: era un gin-glymostoma cirratum.
Ci accorgemmo come in fondo fosse una nostra antica conoscenza. Hans Hass, infatti, illustra il racconto drammatico della cattura del suo squalo, con una fotografia in cui si scorge Jorg appunto con un gin-glymostoma tra le braccia di circa un metro e mezzo di lunghezza. Anche loro sorpresero l'animale addormentato e dopo una lotta straordinaria, durante la quale il mostro trascin la loro barca per lungo tempo, riuscirono ad ucciderlo.
Il cap. Young, poi, scrive come questo tipo di squalo sia cos stupido e tardo di riflessi da poter ricevere diversi colpi senza tentare minimamente la fuga.
Ed invero non abbiamo mai incontrato un animale pi facilmente catturabile di questo; basta pensare che scopertone uno, molto pi piccolo, in un buco, mentre disarmati andavamo in cerca di aragoste, lo uccidemmo senza eccessiva difficolt, mediante uno spunzone di ferro conficcato ripetutamente nelle branchie.
La bocca, infatti, definita ai lati da due lunghi cirri carnosi simili a baffi e assai ridotta, lo rende inoffensivo per l'uomo. La pelle liscia, priva di squame placoidi come nelle specie pi pericolose, si mostrava tappezzata di infinite piastre ottagonali pi grandi sul dorso e sul capo.
La sera di quella giornata movimentata venimmo formalmente invitati ad una cena in nostro onore, di cui il piatto forte era composto da buona parte del povero pescecane.
Ci sedemmo con Armero al centro della lunga mensa, con il terreno che faceva da tavola e le foglie di banano da tovaglia.
Tra le acclamazioni e gli ari, ari lanciati dagli indigeni c'infilarono delle lunghe collane di fiori intorno al collo. Un poco imbarazzati, demmo il via al banchetto.
Alternando pesce, aragoste, ostriche in intingoli cos pepati da farci lacrimare abbondantemente, con le frutta raccolte nella jungla vicina, papaie, mangostine, manghi, banane, ecc. arrivammo al piatto forte: lo squalo.
A causa dei brucianti sorsi di toddy ed arrak che ci avevano offerto, una piacevole euforia m'invadeva, provavo una sensazione beata di completo benessere.
Seduti alla turca, con le collane di fiori sulle carni abbronzate, con i capelli schiariti dall'ardore del sole, innanzi alla fumante porzione dello squalo da noi catturato, tra le figure brune e rumorose degli indigeni
ubriachi, vivevamo meravigliosamente come reali personaggi di un racconto dei mari del Sud di London, o di Stevenson.
La brezza fresca della notte che spirava sotto il colonnato dei cocchi, piegava in danzanti guizzi le fiamme delle torce legate agli alberi e mitigava il calore della notte stellata.
Ebbri degli ingannevoli liquori offertici, inseguivamo le confuse visioni che ci baluginavano innanzi agli occhi.
Uscendo dai recessi della memoria, immagini dei nostri sogni di ragazzi apparivano e svanivano ai riflessi delle fiamme irrequiete. Snelle bajadere dagli occhi dolci e dai corpi flessuosi, veli leggeri celanti il mistero seducente di volti invitanti, si alternavano con le espressioni ghignanti dei pescatori, ubriachi e ciancianti, con il quadro sempre pi pallido di quell'orgia indimenticabile. Finch, distrutta ogni chiara distinzione tra fantasia e realt, ci abbandonammo nell'estasi di una completa felicit che pervadeva i nostri sensi inebriati.
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Capitolo 8.
PAGINE DI DIARIO.
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La nostra vita ad Andura scorreva ordinatamente.
La mattina, quando le meropi del bosco giungevano sulla spiaggia a salutare coi loro trilli il sorgere del sole, ed una bandaccia avida di corvi attaccabrighe prendeva a contendersi i resti della nostra cena tra grida e schiamazzi indescrivibili, immancabilmente qualcuno di noi era gi sveglio. Colpito dalla solitudine che lo circondava e seccato dal sonno profondo ed innocente dei compagni, sordi alle baruffe dei corvi che, al contrario, lo avevano svegliato, non trovava di meglio che unire la sua voce al coro dei gracidanti pennuti. Raccoglieva indifferente gli insulti e le proteste delle vittime sonnacchiose, scansava abilmente gli svariati oggetti che gli venivano lanciati, e se era di giornata si accingeva a preparare svogliatamente la colazione.
Le scimmie dei dintorni, fuggite al primo cenno di risveglio, rimanevano a grattarsi, semicelate tra i
rami ed i cespugli, seguendo con attenzione e golosamente la preparazione del pasto. Questo era sempre abbondante. Frutta, gallette e marmellata, finch durarono; caff, e, per chi le sopportava, uova di tartaruga bollite.
Poi, se qualche frequente ferita causata dalla ruvida carezza dei coralli non consigliava al riposo, ci si avviava al lavoro, che consisteva per lo pi nella raccolta di soggetti da imbottigliare o da essiccare, nello scattare delle fotografie e nel pescare il necessario per il pranzo e la cena.
Per descrivere con migliore rispondenza lo scorrere della nostra vita nei limitati confini di Andura, non trovo di meglio che riportare alcuni brani del diario steso in quei giorni, e andato poi perduto, fatta eccezione per queste pagine.
Venerd, 11 gennaio.
Paolo ha una brutta infezione allo stinco destro che gli causa un po' di febbre. Oggi  rimasto al campo.
Carlo ed io abbiamo lavorato presso il tempietto scattando numerose fotografie. Abbiamo anche avvistata una famiglia di pteroidi che bisogner trovar il modo di catturare.
Gli pteroidi sono dei bizzarri animaletti che in questi mari non  raro incontrare, specie tra le acque basse, protette e limitate da una barriera corallina. Sono anche conosciuti come scorpioni di mare.
Su di un piccolo corpo di un bel rosso fuoco, zebrato da linee nere, spuntano e si allungano, fino a superare di molto la totale lunghezza del corpo, i raggi piumati delle pinne. Questi, flessuosi, sensibili al minimo movimento, bizzarri e lunghissimi come minuscoli drappi di velo, danno all'animale un'apparenza cos originale da non farlo quasi sembrare una
creatura marina. Riunendosi in piccole famigliole di tre o quattro individui, si scaglionano su di una linea in ordine di grandezza, perfettamente immobili.
Ma guai ad avere un leggero contatto con loro! Sul dorso, sotto gli ingannevoli ornamenti, si ergono, dense di veleno, alcune spine pericolose. Basta una leggera puntura per gonfiare l'arto colpito e determinare una grave forma d'intossicazione. Sono molto ricercati dai conoscitori.
Al ritorno, abbiamo controllato le esche per gli squali preparate con l'acetato. Queste sono composte da dieci lenze prive di amo, innescate con piccoli parao, ormeggiate ad alcuni salvagente ed ancorate. A cinque di queste si applicano, presso l'esca, altrettanti sacchettini di garza contenenti dell'acetato basico di rame, sostanza che risulta repellente agli squali. In due esperienze osserviamo che, mentre i cinque parao appesi alle esche prive di sacchetto sono scomparsi, gli altri non sono stati toccati.
Paolo ha tirato fuori i colori, pennelli e tele ed ha fatto un quadro. Poi ha spiegato che rappresenta un ambiente dell'isola, come  visto da lui.
Lo abbiamo guardato preoccupati. Da quel che si capisce, nel dipinto egli vede crescere banane ed ananas tra i coralli ed i pesci farfalle.
Perplessi, abbiamo avanzato prudentemente qualche osservazione ma egli, definendo insufficiente la nostra preparazione artistica, ci ha convinti che non siamo assolutamente in grado di giudicare.
Sabato, 12 gennaio.
Paolo ci ha svegliati bruscamente annunciando che dovevamo finirla con gli scherzi stupidi che ostacolano la sua carriera artistica. Con le idee ancora confuse gli abbiamo chiesto di spiegarsi meglio.
Sembra che siano inspiegabilmente spariti i suoi colori ad olio. Non ne sappiamo niente ma lui non ci crede e medita vendetta.
Abbiamo ancora preso fotografie presso il tempietto.
Abbiamo catturato una synanceya verrucosa, estremamente rara, e abbiamo avvistato due piccoli isuri.
La synanceya verrucosa appartiene ad una specie fra le pi brutte che sia dato di incontrare su un fondo marino. Si immagini un testone sproporzionato, che due pinne pettorali, larghe ed espanse, sembrano aumentare ancora, su di un corpo piccolissimo che reca in punta una codina ridicola ; e una pelle rosso viola, che unendo l'effetto del colore a quello delle innumerevoli verruche, porri, spine, d l'impressione di una colonia rigogliosa di foruncoli prossimi a scoppiare.
Affermano alcuni moralisti che il brutto esteriore  correlato ai pessimi caratteri, alle anime nere; si pu dire in questo caso che aspetto e costumi sono intimamente legati.
Immobile tra le alghe di uno scoglio o semicelata nella melma ai margini di una roccia, essa attende pazientemente la preda incauta, costituita dai soliti pesciolini o gamberetti svagati. Ma il pericolo non  limitato solo a questi.
Se lo stesso uomo, infatti, camminando tra i coralli o gli scogli, sfiora leggermente una sua spina,  irrimediabilmente perduto. Un veleno mortale, entro poche ore, tra spasimi atroci, lo riduce cadavere.
Vive in quasi tutte le zone dell'Oceano Indiano e del Pacifico, ma  in special modo frequentissima nella baia di Delagoa, ove gli indigeni da tempo hanno rinunciato ad avvicinarsi alla zona corallina delle coste.
Costituisce un pezzo rarissimo per le collezioni dei musei e ci spiega la nostra soddisfazione in vista di un guadagno ragguardevole.
Gli isuri, invece, che questa mattina ci hanno tenuto una discreta compagnia, sono degli squali che
solitamente vivono in altri fondali. La loro presenza su queste coste deve essere eccezionale.
Con il corpo slanciato, aerodinamico, perfettamente simile ad una torpedine, con la pelle che gradatamente, dal dorso al ventre, passa da un blu cupo a toni sempre pi leggeri sino ad un bianco giallino, acquistando cos un aspetto metallico, costituiscono, insieme con la carcaria, la rappresentazione vivente di quella potenza, velocit ed impudenza che comunemente si credono proprie solo del pescecane.
In seguito, ci accadde ancora di imbatterci in tali esemplari. Sfrontati e prepotenti, sicuri della propria forza, non esitarono in numerose occasioni a contenderci la preda arpionata. Ed erano cos insistenti e feroci nei loro tentativi, da spingerci spesso, quando anche non lo avessero gi azzannato, a ceder loro il pesce appena catturato. Solo quel giorno per ne trovammo presso la costa. Normalmente li incontrammo su alcune secche, le Alu-ama, a circa cinque miglia da Andura.
Paolo, che per prudenza  restato anche oggi all'asciutto, ci  venuto incontro ed ha chiarito l'enigma della scatola dei tubetti ad olio. La soluzione stava sugli alberi. Imbrattate dei colori dell'arcobaleno, dopo aver rotto con i denti i tubetti e schizzatesene addosso il contenuto, le scimmie si pavoneggiavano soddisfatte tra i rami, contendendosi i resti della preziosa scatola, urlando e saltando eccitate ogni qualvolta le guardavamo, come se si beffassero di noi.
Paolo ha confessato di non aver usato la pistola non avendola trovata.
Il nostro amico ci ha preparato una sorpresina: banane fritte.
Credo che non mangeremo banane per un pezzo.
Pescando tra le rocce vicino al campo abbiamo catturato un pescecane: un mustelus punctulatus di un metro e venticinque.
Marted, 15 gennaio.
Paolo  pressoch guarito dell'infezione alla gamba. Abbiamo pensato che un bagno gli far bene.
Compiremo una puntata presso le secche di Alu-ama, circa tre miglia ad Ovest delle Terme di Diocleziano (cos abbiamo battezzato la baietta davanti all'accampamento). Abbiamo preparato accuratamente ogni cosa per la grande occasione.
Questa notte  caduta un po' di pioggia, e come al solito abbiamo ricevuto la visita di un centopiedi (qui ce ne sono di quelli lunghi 25 centimetri e pi).
La vittima sono stato io. Svegliatomi a causa di un dolore lancinante sul petto mi sono sentito camminare qualcosa lungo la gola e sul viso. L'ho afferrata istintivamente per lasciarlo subito cadere con un grido di disgusto.
Ben presto la puntura presso la mammella ha preso a dolermi con insistenza. I miei compagni, che al primo grido si sono affrettati a portarmi fuori della tenda, assicuratisi che il centopiedi non era pi sulla mia persona, dopo averlo valorosamente fatto a pezzi, si sono sollecitamente prestati ad aiutarmi.
Delicatamente ma con energia hanno eseguito l'operazione. Mentre Carlo mi si  seduto sullo stomaco per tenermi fermo, Paolo, afferrata una lametta da barba, ha inciso con mano ferma una perfetta croce su di un punto sbagliato. Carlo allora, rimproverandolo vigorosamente per la sua incapacit, ha provato a sua volta a portarmi aiuto. Presto per desisteva: si era tagliato la punta di un dito. Liberatomi finalmente da quei due dottori, riuscii a curarmi da me.
Le secche di Alu-ama sono costituite da un vasto pianoro subacqueo che dista poco meno di tre miglia dal lato occidentale del nostro isolotto.
Il fondo roccioso si stende da una profondit massima di trenta metri ad una minima di sette od otto, scarsamente ravvivato da pochi corallari piatti e ben assicurati ai massi. Il paesaggio sottomarino che tutt'intorno  formato da un sormontarsi confuso di formazioni sassose e ciottoli giganteschi, circonda una zona pi elevata e del tutto diversa, dove spariscono le sagome arrotondate dalle pietre vestite di alghe
o le minuscole plaghe di sabbia azzurrina, e dove la roccia si squadra in geometriche e pesanti forme, simili ai resti abbandonati e sommersi di un antico tempio egiziano che un cataclisma abbia fatto rovinare in epoche lontane. Una pietra immensa come una torre sale su dal fondo, domina in altezza il resto d'intorno, si spinge fin verso la superficie del mare, giungendo a fior d'acqua. Le vaste onde dell'oceano, quando si abbassano nel loro Avanzare, incorniciano di schiuma la sommit della torre che allora brilla per un po' sotto
i raggi del sole.
Da lontano questo biancheggiare intermittente ci ha indicato la direzione da seguire. Il tragitto  stato coprto senza eccessiva fatica, utilizzando la corrente favorevole ed una brezza leggera che aveva facile gioco sui leggerissimi canotti. Abbiamo ancorato l'imbarcazione ad oriente dello scoglio semisommerso e ci siamo gettati in mare. Carlo ed io, con un fucile e la macchina cinematografica, ci siamo alternati nella pesca e nella ripresa.
Ho osservato il mondo sottomarino con tutto agio, dietro il cristallo della maschera. Ci che ho visto mi ha rammentato i paesaggi subaquei delle isole italiane. L'acqua solitamente verdastra della costa, che per la intensa luminosit inganna sulla reale possibilit visiva
(e che non supera mai i due o tre metri di profondit), prende qui un piacevole colore azzurrino. Anche se la visibilit non raggiunge i limiti straordinari che si riscontrano sulle coste del Mediterraneo,  discreta; e ci  della massima importanza per ogni attivit sottomarina.
Nuvole di piccoli sgombri argentei oscillavano serrate, deformandosi ogni qualvolta ci avvicinavamo, allo stesso modo che in aria, certe formazioni fitte di storni, allargandosi in volo e stringendo le file, macchiano il cielo di nubi chiare o nere dalle forme rapidamente cangianti.
Sul fondo, i pesci-pappagallo sgranocchiavano placidamente coralli e molluschi indifesi, mentre schiere numerosissime di lancet-fishes si aggiravano allarmate dalla nostra intrusione.
Seguivo Carlo a pochi metri; Paolo, non molto sicuro in quelle acque profonde, non si allontanava da noi.
Non erano trascorsi che pochi minuti quando abbiamo avvistato la prima vittima. Tra le ali timorose degli sgombri, apertesi per lasciargli il passo, un fantastico caranx di quasi un metro di lunghezza, avanzava sdegnoso verso i tre intrusi dalle forme strane.
Se lo squalo  considerato il predone per eccellenza, il pirata, della vita sottomarina, il vero signore del regno subacqueo  il charanx. Con il corpo aerodinamico fasciato metallicamente da un'epidermide di minuscole squame splendenti come il mantello dei nostri tonni, possiede di questi anche l'occhio grande, vivo, intelligente, l'espressione sicura, la coda a due lobi ben distinti. Nessuna creatura del suo ambiente pu insidiarlo, una volta adulto, ed  forse questo che gli d un incedere cos regale, aristocratico, sprezzante.
Il nostro pesce rappresentava uno dei maggiori
esponenti della famiglia ed uno dei pi belli. Il corpo era interamente giallo, di una tinta viva, dorata, striata da rare linee trasversali lungo i fianchi e all'estremit della coda. Quel suo tono caldo risaltava nettamente tra l'azzurro dello sfondo e il colore pi intenso dei piccoli sgombri che giravano impazziti.
Ho pensato che non dovesse pesare meno di venti chili, e dello stesso parere era certo Carlo che esitava prima di scendere. Ma poi l'ho visto piegarsi subito su se stesso, calarsi in silenzio a perpendicolo verso l'animale.
Mi sono affrettato ad imitarlo, e mentre affondavo sistemavo rapidamente i comandi della macchina. Giunto all'altezza del charanx, a sei o sette metri di distanza, l'ho fissato attraverso il mirino, attendendo che Carlo entrasse nell'inquadratura.
Appena ho visto la punta del suo fucile, poi l'impugnatura e il braccio, ho cominciato a filmare. Poi il colpo  partito e l'asta metallica si  affondata profondamente nelle carni del magnifico signore, che si  piegato di colpo, come meravigliato, interdetto; poi, in un attimo  scattato con impeto verso il basso, e Carlo, gi voltato per tornare, malgrado i suoi sforzi,  stato trascinato dalla preda.
Sapendo bene che da solo non avrebbe potuto riportare alla superficie il grande charanx nuotando verso di lui l'ho subito raggiunto. In due, le nostre fatiche hanno avuto miglior successo; poi, quando eravamo ormai a pochi metri dalla superficie  giunto anche Paolo a dare il colpo di grazia.
Il dramma si  risolto rapidamente, e quando un coltello  penetrato crudelmente nel capo del charanx, questo ha cessato ogni movimento e in un lungo tremito si  abbandonato inerte. Finalmente lo abbiamo potuto adagiare in un cesto sul fondo di un canotto.
Appena siamo tornati con la testa nell'acqua, ci siamo accorti poi che un grosso squalo, un brown-shark pi lungo di un metro e mezzo ruotava irrequieto dieci metri sotto di noi. Vagando avido, perlustrava la zona ancora visibilmente tinta di sangue del charanx.
Facciamo il gran colpo? ha chiesto Carlo indicandolo.
Bene, ho detto, lascia che tenti io.
Affidata cos la macchina nelle mani di Paolo mi sono armato del suo fucile. Quindi, temendo la reazione del pescecane, una volta colpito, reazione che sarebbe stata certo terribile in un cos poderoso nuotatore, abbiamo assicurato una lunga sagola dal canotto all'estremit del fucile. Ero pronto.
L'animale intanto si era ancora avvicinato alla superficie e ci osservava curioso come se attendesse da noi la spiegazione di quel sangue nel mare.
Mi sono immerso emozionato, giungendo alla sua altezza. Stimolando il suo interesse, mi sono arrestato a mezz'acqua attendendo che si avvicinasse. In breve, infatti, sfilando intorno con estrema lentezza  giunto a tiro del mio fucile. Teso in avanti, cercavo accuratamente di mirare nell'unico punto vulnerabile con la mia arma, le branchie.
Ho premuto il grilletto e la freccia si  conficcata profondamente nel punto giusto, poi mi sono gettato indietro di scatto, mentre Carlo scendeva per completare l'opera.
Ma la reazione del grande animale  stata quasi ridicola. Dopo un breve contorcimento convulso che ha appena piegato l'asta,  rimasto inerte, in tutta la sua lunghezza, simile ad un animale appeso al gancio del mattatoio.
Io, gi rassegnato ad abbandonare il fucile, non ho trovato difficolt a portarmelo appresso, mentre,
quasi a bruciapelo Carlo lanciava il suo arpione. Alla seconda ferita lo squalo ha preso a ruotare vorticosamente su se stesso avvolgendosi d'intorno la corda e lacerandosi le carni nell'inutile tentativo.
E questo  stato tutto.
Dopo pochi minuti, ha posto termine alle sue convulsioni e non ha fatto pi alcun movimento. Abbiamo per atteso un buon quarto d'ora prima di avvicinarci al grande corpo, per afferrarlo e gettarlo sul canotto.
Non deve meravigliare se anche questa seconda cattura di uno squalo che raggiungeva il peso considerevole di trentacinque chilogrammi, ci riusc cos facile.
In seguito, quando pi frequente divenne tale genere d'incontri, ci accorgemmo come il pescecane risultasse una delle prede pi facili che si potessero trovare in quelle acque. Colpito tra le branchie, l'unico punto vulnerabile per i nostri arpioni, attanagliato forse dal dolore insostenibile, l'animale non aveva che poche reazioni: di testa, compiva un primo tentativo di liberarsi dalla freccia, che varie volte si spezzava di netto, con un poderoso colpo e quindi girava su se stesso fino a legarsi come un salame.
Spesso per, con gli esemplari pi grossi, i tentativi di liberarsi si prolungavano in una fuga irruente, che ci trascinava con facilit dietro di loro. Ma, a differenza di quanto fanno gli sgombridi od i charanx, che puntano decisamente verso le maggiori profondit, lo squalo si mantiene decisamente in superficie. Solo rarissime volte fummo costretti a recidere la sagola dei nostri fucili. Certo, per, non parlo dei pi grandi esemplari che con estrema semplicit spezzavano tutto e si rendevano liberi in un batter d'occhio.
Comunque questa debole reazione dello squalo
arpionato nelle branchie, deve ricercarsi, a parer nostro, nel dolore, nello strazio che la ferita gli arreca. Non si spiegherebbe d'altra parte la reazione formidabile, la velocit che sviluppano se sono colpiti in qualche altra parte, come accade spesso lanciando la delfiniera da bordo delle imbarcazioni.
Pure  ancora inspiegabile questa loro debolezza, se si pensa a quanto viene narrato dai balenieri sul loro comportamento nei riguardi delle balene.
Quando infatti, catturato, uno di quegli infelici cetacei, si procede alle operazioni riguardanti il caricamento a bordo, non  raro che frotte di questi pescecani si radunino attorno la carcassa per banchettare con le sue carni. Accade allora che i cacciatori difendano la loro cattura bersagliando con colpi di lancia ed accetta gli animali voraci. Questi, colpiti, martoriati, tagliati letteralmente a pezzi, non rinunciano ad azzannare, ed ancora con brani di carne nelle fauci afiondano uccisi tra le acque tinte del loro sangue. Simili colorite storie dei pescatori di balene informano dunque della scarsa sensibilit al dolore di questi predoni.
In tutti i modi, tale era il comportamento che riscontrammo negli squali colpiti; non scoprimmo alcuna altra ragione capace di chiarire queste apparenti incongruenze.
Di l a poco, abbiamo ripreso a girare. Carlo andava avanti col fucile, io tenevo la macchina.
Presso lo scoglio, simile ad una torre che affiora appena alla superficie, ad una profondit media di dieci metri, si allarga un vasto pianoro attraversato in tutta la sua lunghezza da angusti crepacci.
Qui abbiamo avvistato per la prima volta alcuni strani pesci cofano. Piastre calcaree esagonali, riunite saldamente a formare una specie di scatola robusta,
imprigionano il corpo dell'animale. La coda, gli occhi, la bocca e le pinne sono gli unici organi che, spuntando da corrispondenti fessure, hanno movimento, al di fuori di quella compatta rigidit. Residuo vivente di lontani esemplari ricordano, sia pure nelle loro piccole dimensioni, gli antichissimi pesci preistorici, che per primi, con i rettili, popolarono le vastissime plaghe marine.
L'esemplare che stavo filmando mi fissava seccato attraverso i piccoli fori; il suo guscio era vivacemente abbellito da mille macchiette candide, che ravvivavano la tinta unita del suo verde scuro.
Ma non era solo. Invidioso per l'interesse che gli mostravo, un suo simile si  subito avvicinato, muovendo elegantemente la grande coda a ventaglio; due robuste corna gli spuntavano dalla fronte squadrata. Poi, improvvisamente, si sono spaventati, ed agitando convulsamente la codina si sono allontanati goffamente verso qualche buco protettore.
Carlo, poco lontano, risaliva intanto con un grande pappagallo che si dibatteva trafitto. Legato alla cintura il pesce, abbiamo continuato ad esplorare quel fondo osservato forse per la prima volta da occhi umani. Ora Carlo aveva la macchina, ed io il fucile.
Mentre mi giravo attorno, meravigliato che nessun pescecane si fosse accorto della cattura del misero pappagallo, ne ho visto arrivare uno a tutta velocit.
Si trattava di un grande tubarao di due metri e mezzo di lunghezza. Mi sono voltato per indicarlo a Carlo, ma questi non c'era. Giratomi di scatto per scoprire dove era andato a finire, l'ho visto allora immobile sul fondo, mentre con il pesce sanguinante presso i fianchi fotografava qualcosa.
Lo squalo, attirato dalle convulsioni del ferito, affatto
sicuro per l'immobilit del mio amico, ha puntato direttamente
su di lui. Gettato un grido di avvertimento sono sceso immediatamente.
Fortunatamente il tubarao, distratto dal grido e scorta la mia figura, ha cambiato direzione, e in larghi giri ha preso lentamente a ruotare intorno a noi.
Raggiunto Carlo, gli ho battuto sulla spalla. Come se lo avesse punto un insetto velenoso, si  voltato con una giravolta acrobatica di cui non lo credevo capace, fissandomi con due occhi spalancati dietro il vetro della maschera, mentre gli indicavo lo squalo. Era il primo di quel genere e di quella grandezza che avvistavamo e ne siamo rimasti subito piuttosto colpiti. Siamo risaliti lentamente tenendolo d'occhio. Per qualche tempo l'animale si  mantenuto nella nostra zona, ma mai a tale distanza da permetterci di fotografarlo. Poi, allargando i suoi giri,  scomparso dalla nostra vista.
Una corrente sempre pi forte ha cominciato poi a farci sentire la stanchezza: con una occhiata ai canotti ci siamo assicurati della loro posizione. Paolo era sdraiato su uno di questi e prendeva il sole; evidentemente aveva interrotto presto la pesca.
Charanx, labroni, pappagalli, hanno quindi continuato ad accrescere il nostro bottino e in breve ci siamo trovati letteralmente circondati alla cintura da tutta una serie di prede ragguardevoli, destinate a seccarsi lungo la spiaggia, presso il nostro accampamento, per poi essere vendute ai pescatori di ritorno.
Ma intanto, con l'aumentare delle catture, sempre pi forte si era fatta la corrente ed ancora pi numerosi si aggiravano gli squali.
Quattro o cinque minuscole tigri, zebrate ed affilate, ci sono venute vicinissime con atteggiamenti minacciosi. Non dovevano pesare pi di quattro o cinque chili. Pi lontano, timidi, due manazo (almeno
tali mi sono sembrati) scomparivano ad ogni arrivo di qualche grosso esemplare, come un maledetto isu-ro che non voleva andarsene senza aver riscosso una ragionevole percentuale. Le sue manovre alla fine ci hanno impedito di continuare, e abbiamo richiamato Paolo perch ci raggiungesse con i canotti.
Avendoci la corrente trasportato sotto di questi,  stato facile per il nostro amico raggiungerci col favore del flusso, senza neppure remare.
 impressionante come questo ragazzo sia versato per il lavoro! ha detto Carlo, appena a bordo, indicando Paolo.
Gi, ho approvato, una volta in acqua non si riesce a cavarlo fuori neppure con le fucilate.
Se il vostro sottile umorismo  rivolto a me, state sprecando il fiato, ha ribattuto l'altro. Sentite, ha poi continuato, cambiando tono, io con i pescecani non posso pescare. Ce n'era uno che mi aveva scambiato per uno spaccio di distribuzione viveri, vi assicuro. Appena colpito un pesce, eccolo che arrivava come un bolide e me lo strappava dall'arpione. Sono cose che fanno effetto queste. Se poi, cos per sbaglio, avesse scambiato un mio piede per uno di quei pesci arpionati? Io ci credo fermamente alle nostre teorie, ma il fatto  che quelli non lo sanno affatto che cerchiamo di riabilitarli di fronte alla societ; e mi sembra difficile farglielo capire.
Effettivamente Paolo non ha tutti i torti, se si pensa che solo proteggendoci a vicenda Carlo ed io siamo riusciti a pescare per tanto tempo.
Non che un pericolo effettivo ci possa venire dalle insistenze di quei pescecani, giacch s'interessano solo al pesce catturato, e solo quando uno si dibatte all' arpione compaiono in nostra presenza. Ma vedersi quei bestioni girare intorno con tanta insistenza e con
tale aggressivit  una cosa che effettivamente mina il sistema nervoso.
Comunque i pericoli non sono cessati quando siamo saliti sui canotti. Trascinati da una corrente vigorosa, appena abbiamo cominciato a remare verso terra ci siamo accorti che ad ogni vogata facevamo ben pochi progressi. Per quattro o cinque ore abbiamo remato continuamente, senza andare molto avanti: lo scendere rapido della notte ci ha colto al largo, veramente disperati.
Per tenerci sempre in contatto e per non perdere Paolo, che seguiva con l'altro battello, abbiamo dovuto collegare le imbarcazioni con una sagola. Per maggiore fortuna, poi, un fuoco si  alzato tra gli scogli di Andura, acceso da Anthony, boy perfetto e previdente.
A notte abbiamo finalmente raggiunto la spiaggia; controllando l'ora ci siamo cos accorti che il percorso di ritorno  durato circa dieci ore.
Dieci ore in cui non abbiamo mai smesso di remare affannosamente.
Mercoled, 16 gennaio.
Abbiamo riposato fino a tardi. Anthony ha intanto squartato e posto a seccare i pesci.
Pi tardi  arrivato il santone, che ha chiesto in regalo la prima pinna dorsale dello squalo.
Sacred, sacred, gli ha risposto malignamente Paolo, offrendogli invece le interiora. Lui le ha accettate.
Abbiamo preparato nelle bottiglie di formalina gli esemplari raccolti i giorni precedenti.
Mentre lavoravamo, Paolo, con un grido di rabbia ha scaraventato un cocco, da cui stava bevendo, contro Carlo, che  fuggito sghignazzando. Meravigliato ho chiesto una spiegazione. Sembra che Carlo, umiliato
di non poter dividere con l'amico anche l'acqua dello stagno abbia trapanato un cocco riempiendolo poi con tale acqua.
Me la pagher, mi ha dichiarato la vittima.
Mi  sembrato inutile informarlo che alla trapanatura del cocco ho collaborato anch'io.
Gioved, 17 gennaio.
Abbiamo destinato la giornata a fotografare e catturare esemplari da imbottigliare.
Mentre tentavo di afferrare un'aragosta verde nella sua tana ho urtato un riccio con la mano. Le punte di quegli aculei lunghi sino a mezzo metro mi sono penetrate profondamente nelle carni e subito dopo un dolore insostenibile mi ha paralizzato il braccio intero. Quando abbiamo cercato di estrarli, gli aculei si erano gi come liquefatti nel sangue, ed  risultato inutile ogni nostro tentativo.
A quanto racconta Anthony, sembra che sia stato proprio il big man a portare le scimmie nell'isola.
Una ragione di pi che me lo rende antipatico, ha mormorato Paolo, che per causa dei maligni quadrumani non pu pi dedicarsi alla sua pittura.
Anche gli animali erano ormai completamente disgustati da quegli insulti all'arte, ha dichiarato Carlo indicando i quadri ancora freschi che continuano a impuzzolire la tenda.
Paolo ha incassato. A quando la vendetta?
Venerd, 18 gennaio.
Abbiamo pescato al tempietto.  stata una vera ecatombe di piccoli squali sui due, tre, e quattro chilogrammi. Ben diciotto ne abbiamo catturato durante la giornata!
Ho sorpreso Paolo a cospirare con Anthony. Non sono riuscito a far parlare il boy.
Nel pomeriggio ci siamo recati sulla spiaggia di levante per raccattare i molluschi che emergono con la bassa marea e per rinnovare la nostra riserva di uova di tartaruga. Durante la notte, infatti, questi rettili usano risalire la spiaggia per compiervi un'importante operazione. Dopo aver scavato delle buche larghe e poco profonde, vi depongono numerose uova tonde, grosse come palline di ping-pong, con il guscio morbido e sottile. Dopo averle ben ricoperte con la rena, tanto da formare un ben riconoscibile monticello, tornano verso il mare, solcando la sabbia con la pesante corazza. Per poter riconoscere con sicurezza le uova fresche basta individuare i nuovi solchi tracciati durante la notte;  possibile avere cos da venti a trenta uova gustose, dico io, rivoltanti dicono Paolo e Carlo.
Sabato, 19 gennaio.
Vendetta  fatta.
Questa notte un urlo agghiacciante ci ha destati di soprassalto. Dentro la zanzariera, Carlo si dibatteva gridando come un invasato e tentando invano di uscire.
Paolo, tranquillamente sdraiato sulla sua brandina, rideva rumorosamente.
Non potendo godere senza rimorsi la vista di quel grosso pesce che si dibatteva convulsamente nella rete, ho tentato di portare aiuto al mio amico, ma Paolo me lo ha impedito, cos abbiamo ingaggiato una vera e propria lotta senza esclusione di colpi.
Anthony, accorso con un lume, se ne  rimasto in attesa, nel pi completo sbalordimento.
Mi mangiano! Aiuto! Sono milioni! invocava intanto Carlo non ancora liberatosi dalla zanzariera. Finalmente, dopo essere riuscito a lacerare la robusta retina,  uscito come un bolide dalla tenda correndo a gettarsi in mare.
Paolo ed io ci siamo divisi ansimando. Ma mentre lui correva sulla spiaggia a sghignazzare dietro a Carlo che gi sedeva intontito nell'acqua bassa, io, col lume, mi sono avvicinato alla brandina.
Non ho tardato molto ad accorgermi dell'ottimo lavoro eseguito dal vendicatore.
Assicurata perfettamente la zanzariera con un paziente e silenzioso lavoro, Paolo vi aveva rovesciato dentro ogni sorta d'insetti ed animaletti vari.
Recuperandoli ad uno ad uno, ho riconosciuto tre lucertoloni, sei grossi paguri, diciotto coleotteri assortiti, nove granchi, dodici ranocchie e un corvo.
...
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Capitolo 9.
IL JAY BEE.
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Appena alzati, avendo in mente di iniziare presto la nostra attivit giornaliera, ci davamo da fare per mettere insieme il materiale necessario per il lavoro.
Come al solito, anche quel mattino mancava qualcosa, e secondo l'abitudine cominciammo a dare in escandescenze, incolpandoci a vicenda.
Ma le accuse lanciate o ricevute non avevano alcuna sfumatura di acredine, come se nessuno credesse a quel che stava dicendo; infatti si discuteva semplicemente per il gusto di parlare e per sfogare l'irritazione. Il fatto era che il nostro campo si trovava letteralmente circondato, assalito da un esercito di ladri, scaltrissimi ladri distinti, secondo le abitudini, in diurni e notturni.
Appena le luci dell'alba annunciavano l'arrivo del giorno, lanciandosi silenziosamente oltre il recinto dai tronchi vicini, immancabilmente gruppi di scimmie iniziavano la razzia. Tutto era buono per loro: dai costumi alle pentole, dai barattoli ai remi; e ogni cosa prelevabile seguiva la via della loro fuga, nonostante la guardia accorta di Anthony.
Poi arrivavano le squadriglie dei corvi, che attendevano impazienti la ritirata delle scimmie per dare il via alle loro incursioni. Modesti nei loro attacchi, non asportavano materiale pi voluminoso di una forchetta ma non per questo erano meno dannosi. A sera, cominciavano gli assalti di uno stuolo di granchi cavernicoli, che scavando un numero considerevole di gallerie, sbucavano dappertutto, nelle tende, nella cucina, nel campo. Loro esclusivo obiettivo erano le vettovaglie e siccome queste godevano per lo pi di una buona protezione, non ci arrecavano danni apprezzabili. Quando l'oscurit completa piombava sulla nostra spiaggetta, enormi paguri (crostacei che in Europa diffcilmente raggiungono la grandezza di una chiocciola di terra, mentre qui possono a volte superare i cinquecento grammi di peso), avanzavano in ordine sparso alla conquista di tutto ci che trovavano. Noto anche come Bernardo l'eremita, il paguro possiede una innata tendenza al furto; appena nato comincia infatti con l'appropriarsi il guscio di qualche povero mollusco. Cos, conquistandosi sempre nuovi involucri protettori man mano che aumentano le sue dimensioni, passa di rapina in rapina. Nel nostro campo i furti venivano compiuti in maniera espertissima.
Io vorrei sapere dove si  cacciato Anthony, fece ad un tratto Paolo, come se la presenza del boy potesse far ritrovare l'arpione scomparso.
Si saranno preso anche lui, borbott Carlo, che molto saggiamente stava mangiando gallette e marmellata, mentre noi insistevamo nelle ricerche.
Matea, matea! Proprio in quel momento la voce dell'assente risuon lontano.
Ci affacciammo al recinto e vedemmo il nostro uomo avvicinarsi al campo lungo la spiaggia occidentale. Sembrava eccitato ed aspettammo, incuriositi, di conoscerne la ragione. Da l a poco entr nel campo
trafelato e con l'aria soddisfatta di uno che recava grandi notizie.
The big ship, the very big ship, annunci con la voce di uno strillone di giornali. Is arrived the big ship.
Si rest commossi all'idea che dei grandi battelli fossero giunti sull'isoletta che ormai consideravamo possessivamente come la nostra Andura.
Dove? chiesi emozionato.
There! rispose l'altro, indicando la direzione dalla quale veniva.
Andiamo! Ci incamminammo in fretta, ma senza correre, per non perdere in dignit di fronte al boy.
Allontanatici un poco dal campo, tanto da poter vedere per intero la spiaggia occidentale, avvistammo facilmente il big ship.
A prima vista, si trattava di una specie di veliero dalle forme eleganti ma dall'aspetto trasandato, a due alberi, e non pi grande di un nostro motopeschereccio d'alto mare. Sulla riva, presso alcune scialuppe, sette od otto uomini armeggiavano per tirare in secco le imbarcazioni.
Appena ci videro, si arrestarono osservandoci stupiti, come se trovare tre europei su quell'isoletta sperduta fosse una cosa inverosimile.
Good morning, salutammo con l'aria di padroni di casa e comprendendo nel saluto come una cortese domanda sulle ragioni della loro presenza da quelle parti.
A vederli da vicino costituivano l'accozzaglia pi suggestiva di brutti ceffi che avessimo mai visto. Ma, ormai abituati a quell'aspetto canagliesco, che certo non costituiva l'eccezione in quella zona, non vi badammo molto.
Good morning, risposero. Non erano n indiani n singalesi. Dalla pelle olivastra, dai capelli che qualcuno di loro aveva raccolto in piccole trecce dietro la nuca, dalle membra robuste e muscolose, dall'aspetto generale, insomma, li supponemmo malesi o comunque stranieri a quelle coste.
Tra loro si stacc il comandante, il capitano, cui due rispettabili baffi alla cinese ed un cappello consunto della marina mercantile davano una cert'aria di importanza. Strettaci la mano, altro segno della sua indiscussa educazione, prendemmo a chiacchierare cordialmente. Apprendemmo cos come fossero dei pescatori malesi, che abitualmente, durante la stagione favorevole, approdavano nell'isola per restarvi due o tre giorni a lavorare su quei fondali ricchi e poco sfruttati.
Mentre ci scambiavamo informazioni e notizie, osservai una bella imbarcazione che, legata al fianco del battello, vi contrastava pel candore intatto della sua vernice.
Non pi lunga di cinque o sei metri, aveva tutto l'aspetto di un battello a motore. Sulla prua, a lettere nere ben rilevate, si leggeva il nome: Jay Bee.
Incuriosito, cercai di saperne qualcosa dal capitano ammirando la linea slanciata del battello. Gentilissimo, c'invit ad esaminarlo ed usando una scialuppa a remi che proprio allora gli sfortunati pescatori erano riusciti a trarre in secco, dopo un poco lo raggiungevamo. Era ad elica, infatti: possedeva il motore di un'auto Ford otto cavalli, non un motore da mare dunque, ma comunque era una imbarcazione dall'aspetto nuovo e ben tenuto che dest qualche sospetto sul reale diritto di propriet di quel tipo su di essa.
In tutti i modi avrebbe costituito un mezzo di trasporto ed un appoggio ideale per noi che non potevamo affrontare lunghi spostamenti con i canotti,
a meno di non voler incorrere in difficolt simili a quelle superate nella visita ad Alu-ama.
Lo affitta, capo? chiesi quasi scherzosamente.
Contrariamente ad ogni previsione, la domanda non sembr meravigliarlo; anzi, assumendo un'aria pensosa, dette segno di riflettere sulla proposta.
La comprereste? fu la sua inattesa risposta.
Quanto? ribatt Carlo, mentre io lo guardavo sbalordito.
L'altro cominci la solita, interminabile tiritera sulle ragioni che disgraziatamente lo costringevano a privarsi di una cos cara imbarcazione, di un battello a cui era affezionato pi che all'animo suo, che con un goccio di benzina filava e correva come la pinna di uno squalo sulla superficie del mare.
Duemila rupie, spar poi freddamente. Circa 260 mila lire.
Carlo assunse l'aria seccata e superiore dell'esperto il quale si vede proporre un prezzo irragionevole, tale da non ingannare neppure un pivello. Ma che, controbatt, era impazzito? Duemila rupie per un legno che non ne valeva neppure cento? Ignorava forse che ad Andura ormai le barche erano tanto numerose che non si sapeva dove metterle? A lui proporre duemila rupie per uno scafo in quelle condizioni?
Cinquecento rupie, offr poi con indifferenza.
Paolo ed io assistevamo ad occhi spalancati alla scena.
Il malese, con aria desolata, gesticolando, chiedeva ragione al cielo di un simile insulto. Come, 500 vili rupie per quel battello straordinario! Per il suo braccio destro, per la meraviglia dell'Oceano Indiano!
Mille e cinquecento rupie, gemette cupamente.
E dai! Ma allora era inutile trattare. Carlo sembrava seccato. Non voleva dunque capire quello
straccione di marinaio, che lui di boat simili poteva offrirgliene a migliaia per un terzo di quella somma? Era un'esagerazione! Era veramente troppo! Non vi sembra? chiese poi, rivolgendosi a noi.
Come no! appoggiammo, e con reale sincerit, giacch eravamo pi che a conoscenza di non possedere che poche migliaia di lire.
Cinquecento rupie, s'intestard il nostro amico, decisamente.
Altri atteggiamenti disperati ed offesi del venditore, che non comprendeva la ragione di quelle inutili proposte, finch avanz la domanda di mille e duecento rupie.
Cos tra gemiti ed invocazioni, finte dipartite e dimostrazioni, si stabil il prezzo intorno alle settecento rupie, corrispondenti circa a 90 mila lire.
Avreste nulla in contrario se pagassimo in merce, in pesce, per esempio, invece che in moneta? insinu Carlo come se la cosa gli riuscisse completamente indifferente. Potremmo vendervelo ad ottime condizioni.
Comprendendo dove volesse arrivare, cercai di appoggiarlo in ogni modo.
Il capitano, dapprima assolutamente contrario, dopo ancora lunghe contrattazioni, sapendo inoltre che gli avremmo fornito pesce a soli trenta centesimi la libbra, quando lui avrebbe potuto smerciarlo dieci volte tanto su un qualsiasi mercato della costa, accett la proposta e cos concludemmo, tutti e quattro soddisfatti, il buon affare.
Prima, per, chiedemmo giustamente di provare il motore dell'imbarcazione ed accertata la presenza di olio sufficiente e benzina nel serbatoio, tirammo la messa in moto. Ma per quanto ci adoperassimo, nessun rumore confortante rispose ai nostri tentativi. In verit scoprimmo presto come la batteria, lasciata lungo
tempo all'umidit e inutilizzata per lo stesso periodo, fosse totalmente scarica.
Manifestando disapprovazione e disgusto per l'inesistente imbroglio del capitano, ottenemmo dopo altri dinieghi e lunghi tentennamenti, un'ulteriore riduzione di cento rupie sul prezzo convenuto.
La transazione diveniva cos veramente conveniente e l'arrendevolezza del malese a questo riguardo aument in noi i sospetti sull'origine del battello. Alzato l'albero e la vela, dei quali era provvisto, ci accomiatammo cordialmente dal capitano e facemmo rotta per il ritorno al campo.
Appena ci si trov a sufficiente distanza dal veliero, scoppiammo in grida ed esclamazioni di gioia. Tra lo stupore di Anthony, ci abbracciammo e ci battemmo formidabili pacche scherzose sulla schiena, cantando a squarciagola. Non so esprimere a pieno il piacere che ci dava calpestare le tavole di quel battello o stringere la barra del suo timone.
Il Jay Bee sarebbe divenuto in seguito il nostro pi valido alleato specie in quei lunghi spostamenti che, dopo averci spinti a costeggiare i litorali di mezza Ceylon, dovevano condurci molto pi a Nord, nel regno delle perle. Buon navigatore a vela, quantunque la mancanza di chiglia lo costringesse a scarrocciare notevolmente, non era altrettanto soddisfacente per ci che riguardava la parte meccanica. Dotato di una pompa di raffreddamento troppo limitata in proporzione al lavoro, e sottoposto facilmente al deterioramento provocato dagli agenti atmosferici, a causa della sua scarsa protezione esterna, si attir molto spesso le nostre maledizioni.
Sbarcati al campo, preparammo accuratamente i nostri arnesi, in vista di una pesca molto intensa. Conducemmo anche Anthony con noi e rialzata la grande vela latina del Jay facemmo rotta verso le secche
di Alu-ama. Il big man rimase a far la guardia presso il nostro campo.
Iniziarono in questo modo tre giornate faticose e di lavoro intenso. Dalla mattina alla sera tra le rocce delle secche e gli isolotti davanti al tempietto, cacciavamo accanitamente pesci di ogni specie e dimensioni, preoccupati solo di far numero.
Charanx, labroni, serrani, sgombri, pappagalli, squali, caddero uno ad uno sotto i nostri ferri. Sulla spiaggia, dove scaricavano il bottino sotto i loro occhi increduli, i pescatori malesi, assieme ad Anthony, squarciavano con maestria il pesce e preparatolo opportunamente lo sottoponevano all'azione del Sole. In poco tempo, con l'ausilio di un pugno di sale, le carni erano pronte ed incassettate grossolanamente nella stiva del veliero, destinate ai mercati della costa.
Dopo tre giorni dovemmo interrompere questa fatica, perch, salpando i malesi entro la settimana, non vi sarebbe stato pi tempo per la concia del pesce e perch, grandemente sfibrati da tante ore colme di emozioni e di sforzi, non avremmo pi avuto la forza di continuare.
Alla fine del lavoro, il nostro pescato assommava a sei quintali, che tradotti in moneta ci fruttarono cinquecento rupie per pagare il Jay. La differenza sarebbe stata pagata al ritorno del peschereccio.
Eravamo dunque padroni di un candido battello a motore navigante solo a vela e rubato in chi sa quale porto dell'Oceano Indiano. Ma per ottenerlo quanti sforzi, quali paure!
In verit facemmo la conoscenza di pi squali in quei giorni che in tutto il precedente periodo di vita ad Andura. Quasi nessuna specie manc all'appello, e molti esemplari si aggiunsero alle prede che li avevano richiamati.
Non mancarono cos le forme sfreccianti dei metallici isuri; catturammo inoltre due tricuspidati dalla formidabile dentatura e dall'incedere pi lento; e caddero sotto i nostri colpi anche insistenti tuba-rao, riuniti a volte in gruppi di un'intera dozzina, piccoli e irrequieti.
Il terzo giorno, mentre l'uno accanto all'altro ci tuffavamo decisi sui fondali di Alu-ama, giungendo dall'azzurro delle profondit pi elevate, apparve la forma curiosa di una sphyrna dorata, un pescecane martello. Non grande, intorno al mezzo quintale di peso, fu il primo esemplare avvistato in quelle zone. Quando lo scorgemmo era gi trascorso mezzogiorno e il sole, a perpendicolo sull'acqua, illuminava in pieno il suo dorso, carezzandolo con mobili disegni luminosi.
Come seguendo il tracciato di un'ipotetica scala a chiocciola, l'animale si alz in larghi giri verso di noi, sino a portarsi quasi alla nostra altezza, due metri sotto la superficie.
Man mano che saliva comparivano i colori del suo mantello. Dal grigio scuro di poco prima emergevano tenui tinte dorate, brillanti macule irregolari, strisce gialline lungo i fianchi pi chiari. Procedeva lentamente ed i movimenti della coda si trasmettevano in periodiche oscillazioni lungo il corpo ondeggiante; era un nuotatore insolito, aveva un avanzare incerto, come a volte riscontrai nei pesci feriti.
La preoccupazione che sorse in noi a tale vista fu di raggiungere al pi presto il Jay Bee ancorato vicino, per prelevarvi la macchina stagna. Se fossimo riusciti a fissare la sua immagine su di una pellicola fotografica, per la prima volta nella storia delle esplorazioni sottomarine, avremmo ritratto un appartenente a questo gruppo.
S'immagini quindi la nostra emozione per un simile incontro. Cercando di non spaventarlo con mosse brusche od inutili, mentre due di noi si trattenevano
immobili nella zona, io mi allontanavo velocemente verso l'imbarcazione.
Quando, con la macchina al collo, tornai sul posto e cercai ansiosamente la sua forma nel basso, lo vidi ancora dov'era prima. Girava incuriosito intorno alla massa inerte e brillante di un grande charanx che Carlo aveva legato alla punta del suo fucile. Passata la mia arma a Paolo, mi abbassai verso di lui con l'occhio attento dietro il mirino del Robot.
Non mi avvicinai troppo, volendo inquadrarlo intero nell'obiettivo; a non pi di cinque o sei metri premetti il pulsante.
Ci che colpiva maggiormente nel suo aspetto, oltre quella curiosa espansione alare che recava innanzi al capo piatto, erano gli occhi. Grandi, rotondi, straordinariamente vivi ed intelligenti, quando si posavano sudi me, cos staccati, alle estremit del martello, suscitavano una strana impressione. Avvicinandomi di fianco infatti, e scorgendone naturalmente uno solo, si aveva l'idea dello sguardo di un mostruoso ciclope sottomarino.
Intanto scattavo, scattavo fotografie su fotografie, e preso dalla foga mi avvicinavo sempre di pi al suo corpo. Scattai ancora mentre la sua coda si moveva mollemente pochi centimetri dal mio fianco.
Scosso allora da un improvviso timore, l'animale si gir di scatto su se stesso e passandomi vicino, si allontan sospettoso. Rapidissima fu la giravolta, ma pi velocemente ancora s'impression la mia pellicola, mentre il capo del bestione sfilava a meno di un metro, con le fauci aperte sotto le ali del martello.
Solo quando l'intera carica si esaur nel Robot, pensammo alla sua cattura e rapidamente concertammo il piano di attacco. Mentre Paolo avrebbe spinto l'animale nella nostra direzione, a Carlo ed a me sarebbe spettato il compito di arpionarlo. Scendemmo fianco a
fianco e la tranquilla andatura dello squalo, calmatosi dopo lo scatto di poco prima, favor la nostra azione. Non lo avvicinammo, ma, attendendo immobili, eccitammo la sua curiosit.
Trascorse in questo modo un lungo minuto ed esaurita ormai la riserva d'aria eravamo sul punto di tornare a galla quando, con un'ultima pi confidente accostata, lo squalo ci pass a tiro.
Sparammo quasi contemporaneamente e la bestia si pieg sul colpo. Un attimo dopo scattava selvaggiamente in avanti cercando di liberare le carni: un fiotto di sangue scatur abbondante dalle aperture branchiali.
Poi, limitandosi a girare vorticosamente su se stesso, si lasci trascinare senza difficolt sin presso l'imbarcazione.
Pesava 43 chilogrammi, era maschio; per pranzo aveva gustato alcuni grossi calamari, ma certo senza grande urbanit, se  vero che trovammo nel suo stomaco parte di una posata, precisamente il manico di un coltello.
L'acquisto del Jay Bee giungeva davvero a proposito.
Per l'azione del caldo e dell'umidit, davvero notevole, molte nostre pellicole, specie quelle a colori, sebbene protette accuratamente in apposite scatole omo-termiche, erano andate perdute. Altro materiale era esaurito e si rendeva quindi necessario un viaggio a Galle.
Ne avremmo approfittato per sistemare la batteria e per vendervi direttamente del pesce. Tirammo a sorte per decidere chi sarebbe rimasto nell'isola e chi sarebbe partito: tocc a Paolo restare.
Completata la velatura del battello con un fiocco che richiese il sacrificio di un lenzuolo, salpammo alle prime luci dell'alba.
Paolo, dagli scogli pi avanzati, ci salut dandoci gli ultimi avvertimenti: ...Fate attenzione alle donne cattive! Sfuggite le tentazioni! urlava facendosi megafono con le mani. Cercate di tornare entro l'anno e portatemi le " Peacock ", mi raccomando.
Dopo quest'ultima esortazione, che si riferiva alle sigarette della sua marca preferita, non ci arriv pi la sua voce.
Il giorno si preannunziava molto favorevole e la prua del Jay solcava gorgogliando il mare appena increspato dalla consueta gagliarda brezza meridionale. Non vi era traccia di vele o di fumo intorno ed oltre all'acqua e al cielo, si scorgeva davanti solo il profilo leggero e lontano della costa, e alle spalle quello di Andura.
A prua, accatastata sotto fasci di foglie, una buona quantit di pesce, in parte secco ed in parte fresco, si mischiava con la riserva di cocchi d'acqua.
Seminudi, sdraiati a poppa sotto un sole gi bruciante, assaporavamo estatici la gioia di quella vita libera, sana, primitiva. Il calore del sole, la carezza della brezza, lo sciaquo sommesso dell'acqua lungo la carena, mettevano un languore piacevole per tutto il corpo rilassato. Pensieri, ricordi, chiacchiere svagate e senza importanza, riempirono quelle ore felici.
Verso mezzogiorno scorgevamo gi distintamente i particolari del litorale ed i frangenti lungo la barriera. Fu allora che il mare cambi colore.
Dall'azzurro di poco prima si trasform in una tinta scura, a chiazze irregolarmente pi cupe, ma nell'insieme di un marrone ben riconoscibile.
Guarda, guarda! gridai a Carlo che protetto dall'ombra sottile di una tenda stava dormendo.
Insieme ci sporgemmo dai bordi e subito scoprimmo la ragione di quel cambiamento. Galleggiando a migliaia, le une strette
alle altre, per un'estensione vastissima, piccole meduse marrone formavano un tappeto molle e gelatinoso. Ci trovavamo nel centro di un'emigrazione periodica ed assai vasta dato che il fenomeno si prolung per un'ora intera.
Pur obbligati a noiose bordate, onde rimediare allo scarroccio del Jay Bee, verso sera giungemmo in vista di Galle; utilizzando gli ultimi soffi di un vento morente ci accostammo al piccolo molo, sul quale, pigiandosi come al solito, centinaia di singalesi osservavano interessati le nostre manovre, domandandosi certo da dove mai sbucasse quell'imbarcazione.
Quando, ormai fermi, prendemmo a scaricare il pesce e, tra questo, due o tre piccoli squali, un mormorio via via pi intenso corse per la folla; e un'esclamazione che gi conoscevamo, e che stimolava la nostra vanit, pass di bocca in bocca giungendoci alle orecchie.
Matea mora, matea mora. Evidentemente i racconti dei pescatori di Armero ci avevano procurato una vasta popolarit.
Due, tre, quattro individui offersero di acquistare il pesce. Trenta, trentacinque, quaranta rupie, gridavano litigando ed aumentando via via le offerte per effetto della concorrenza.
Altra gente intanto si aggiungeva attirata dalla piccola folla e dal rumore che vi si levava, circondandoci in una calca fitta e maleodorante.
Matea mora, matea mora! Le grida passavano tra la gente, e i primi venuti informavano i nuovi arrivati. Noi intanto, i signori dei pescecani, piuttosto imbarazzati, cercavamo di tenerci in equilibrio sull'orlo del molo dove gli ammiratori ci avevano costretti.
Mentre eravamo sul punto di vender tutto per liberarci presto da quella gazzarra, un vecchietto vestito di bianco si aperse il passo tra i primi offerenti.
Pedro Tadeira, si present, sorridendo largamente con le gengive rosseggianti e del tutto sdentate.
Chi se ne... rispose Carlo in puro romanesco.
Quaranta rupie? disse l'altro indicando il pesce ed alludendo all'ultima offerta. Veramente poco. E noncurante del coro di proteste sollevate dagli altri offerenti, ci spieg in buon inglese come lui rappresentasse un'importante cooperativa di vendita e smercio del pesce, e che affidandoci a lui avremmo potuto ricavarne molto di pi.
Non trovando niente da ribattere ad un simile discorsetto, lasciammo che due inservienti caricassero ogni cosa sui loro caratteristici panieri a bilancia e seguimmo Mr. Tadeira tra due ali di gente incuriosita. Si form quindi il solito corteo, aperto dall'energico vecchietto e completato dalla folla del molo.
Cammina e cammina arrivammo con tutta la scorta presso uno strano edificio posto dietro la vasta spiaggia di Galle, sulla cui facciata si leggeva chiaramente la scritta Holey Company. Il lato opposto sosteneva una larga tettoia di foglie di palma che proteggeva numerosi banchi di vendita sui quali si allineavano poche qualit di pesce.
Tra questi si arrest Mr. Tadeira; presso di lui venne scaricato il nostro avere e la cerimonia ebbe inizio.
Sbucando da una specie di casotto di legno, adagiato contro il muro dell'edificio principale, uno spilungone, seminudo con un baden powell dell'esercito australiano sul capo ed un bastone con un campanaccio alla estremit, si piant presso il mucchio e, cos impalato, attese che un gruppetto di indigeni facesse circolo intorno a lui ed al pesce.
Mr. Tadeira ce lo indic con un sorriso esplicativo, come per dire: state tranquilli che adesso mette lui a posto ogni cosa. Il campanaccio oscill sull'asta,
facendo risuonare alcuni colpi. Arri, arri, grid il singalese. Come attendendo quel segnale, gli indigeni vicini cominciarono ad urlare agitandosi e gesticolando vivacemente. Adesso vedrai che se le danno, predisse Carlo tranquillo. Ma, quasi a smentire le sue parole, un altro suono di campanaccio sed miracolosamente quell'altercare e lo spilungone, profittando del perfetto silenzio suscitato, lanci una parola in singalese che non afferrammo. Subito dopo la gente intorno riprese a comportarsi da forsennata sino ad un altro sbatacchiare di campanaccio, dopo di che torn di nuovo la calma.
Non comprendendo assolutamente niente di quanto accadeva, rispondemmo comunque con un sorriso soddisfatto ad un segno di Mr. Tadeira, che voleva certo dire: avete visto che roba? siete contenti adesso?
I suoni di campana e l'urlo dei litiganti durarono ancora pochi minuti; poi questi ultimi si ritirarono, salvo uno tra di loro che, impadronendosi del pesce, se ne and poi tranquillamente.
Avete realizzato 54 rupie, ci annunci subito dopo Mr. Tadeira, mostrandoci di nuovo le sue nude gengive.
Te lo avevo detto io! borbott Carlo mentre ricevevamo dalle mani dello spilungone, ritiratosi dietro il casotto, l'intera somma.
Lo spettacolo originale a cui avevamo assistito non era stato dunque che una semplice vendita all'asta. Il singalese con il campanaccio aveva fatto da imbonitore, e quei forsennati non facevano che lanciare le loro offerte.
Ci volgemmo verso l'ottimo vecchietto coll'intenzione di ringraziarlo. Ma rifiutando ogni nostro complimento riconoscente, ci invit ad entrare nell'interno del fabbricato, dietro la tettoia.
Percorso un oscuro corridoio, c'introdusse in un
piccolo ufficio sobriamente mobiliato e piacevolmente confortato da un ventilatore in funzione. Fattici sedere comodamente su alcune poltrone, dopo i convenevoli d'uso, Mr. Tadeira affront l'argomento che doveva stargli a cuore.
Ho letto sui giornali della capitale alcuni articoli sulla vostra attivit, cominci mostrandoci i giornali dove, in prima pagina, campeggiavano le nostre simpatiche facce. E la vostra pesca degli squali mi ha molto interessato. Infatti l'ufficio che dirigo in veste di direttore e rappresentante locale, tratta commercialmente, per una societ inglese, lo sfruttamento industriale dei pescecani ed affini. Ora la vostra professione di catturatori di squali mi ha interessato oltre che dal lato umano, diremo cos, per la sua parte squisitamente tecnica.
Profittando del momento in cui fu costretto a prendere fiato, lo interrompemmo gentilmente. Gli facemmo notare con tutta grazia come non ci sognassimo per niente di definirci pescatori di squali, e come l'unico scopo a cui mirava la nostra spedizione consistesse nello studio delle abitudini sottomarine. Quindi tutta un'altra cosa. Ma quella nostra rapida chiarificazione non lo turb affatto, e continu a trattarci come cacciatori di pescecani.
Per due o tre volte ancora avemmo la costanza di rettificare poi, vista la sua ostinazione, quasi il dispiacere che gli recavamo con quei dinieghi ed accertato inoltre come della cosa non ce ne importasse niente, lo ascoltammo in silenzio e rassegnati.
Apprendemmo cos come l'Holey Company era stata fondata per accertare sperimentalmente l'utilit che poteva derivare dalla pesca intensiva degli squali. Imparammo docilmente come questo tremendo animale risultasse, una volta a terra, una delle pi preziose creature marine.
Tutto si utilizzava dello squalo: la pelle come cuoio o zigrino, i denti come collane o toccasana per certe malattie, parte dello stomaco per l'ittiocolla, il fegato per l'estrazione di olii e vitamine, le carni seccate come pregiato alimento d'esportazione per la Cina, le ossa e le rimanenti particelle come concimi chimici. Tutto insomma era stato accuratamente studiato dall'Holey Company.
Ora, ogni cosa sarebbe andata alla perfezione, concluse Mr. Tadeira succhiando l'ultima porzione di sigaro, a patto che ci fosse stata la materia prima: proprio i pescecani, benedetti loro.
In Ceylon non esistono pescherecci od altre grosse imbarcazioni capaci di catturarli e solo saltuariamente ne arrivano sul mercato. Anche cos, certo, il materiale da trasformare non  poi tanto scarso, ma occorrerebbe incrementare queste forniture per migliorare i risultati. Attendevamo assonnati la conclusione di quel lungo discorso, fumando gli ottimi sigari offertici dall'oratore. Ora, continuava Mr. Tadeira, senza dar segni di stanchezza, penso che voi possiate aiutarci. Ve la sentireste di procurarcene un certo numero ogni settimana?
Resici conto che con quell'interrogazione ci veniva offerta la possibilit di dire qualcosa, aprimmo la bocca per spiegare per l'ennesima volta che non eravamo pescatori.
Evidentemente, compenseremo bene le vostre forniture, si affrett a continuare Mr. Tadeira, mentre noi riprendevamo tristemente a fumare. Paghiamo per ogni libbra circa... E pronunci una cifra che ci fece sussultare.
Certo che non era il nostro mestiere quello, cominciammo a pensare, ma di pescecani ne vedevamo molti ed il prezzo era assai alto. Dedicarci a quel genere di pesca significava
attendere con maggiore tranquillit al nostro lavoro giacch aumentando i guadagni e riducendo le ore dedicate alla caccia sottomarina, aumentava il tempo da dedicare alle nostre ricerche.
Ma non potremmo mai fornirvi materiale fresco, dissi, esprimendo ad alta voce un dubbio che aveva subito interrotto i miei pensieri.
Sicuro, rispose Mr. Tadeira, ma carne, pinne, denti ed intestini possono venir essiccati facilmente e vengono pagati come freschi. La pelle, il fegato, certo, andranno perduti, concluse con un sospiro di rincrescimento.
In breve, anche per liberarci di quel tremendo parlatore, c'impegnammo a portare ogni dieci giorni all' Holey Company duecento libbre di carne di squalo, cifra stabilita con un nostro rapido calcolo. Ogni due giorni avremmo dovuto pescare circa diciotto-venti chili di quel pesce, calcolando ridotto ad un terzo il peso dopo l'essiccazione, e ci non appariva molto difficile.
Quando, poco dopo, bussammo alla porta di Mr. B., potevamo quindi gi considerarci dei pescatori di squali.
...
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...
Capitolo 10.
UN BACIO SOTTOMARINO.
...
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...
Quando, due giorni dopo, rimettemmo la prua verso il largo, diretti ad Andura, il motore del Jay Bee rombava regolarmente spingendoci a buona velocit.
Quel periodo di tempo era stato necessario per rimettere in ordine le diverse parti avariate. Mr. B. ci ospit nel suo bungalow ma non per questo restammo lontani dal mare e da quella nostra pesca sottomarina che andava divenendo famosa tra gli abitanti di Galle, tanto che il nostro ospite volle assolutamente immergersi con noi tra le incantate foreste di corallo, per conoscere quel mondo nuovo ed inesplorato che entusiasticamente gli avevamo descritto.
La costa sinistra della grande baia dinanzi alla citt, come gi descrissi, termina nelle pareti rocciose di un selvaggio promontorio. Una sorgente viva di acqua fresca e potabile sgorga dalle pietre, a pochi passi dal mare, per cui  stata data a quella punta la denominazione di water-in-point. Proprio l, seguiti dalla colonia europea di Galle al
completo, cominciammo ad iniziare Mr. B. alle immersioni. Le numerose imbarcazioni si ancorarono presso la punta, proprio quella cui in seguito avremmo legato il ricordo della nostra pi tragica avventura, e si dette inizio alla pesca, dopo che, con molta fatica, il cocciutissimo Mr. B. riusc a strapparci alla compagnia di due timide fanciulle che stavano ascoltando con gli occhioni spalancati le nostre truci storie di squali e di sangue.
Mentre i pi tradizionalisti tra i nostri accompagnatori, cavati fuori gli ami e le lenze, quietamente si ripromettevano cos di passare la giornata, prendemmo a vestire opportunamente Mr. B. e un suo amico, che aveva voluto provare anche lui e che si rivel come un autentico castigo del Cielo. Crassissimo, con una pelle delicata che andava perdendo a fatica il suo candore sotto i morsi del sole, assolutamente all'oscuro di quanto volevamo fargli capire, si agitava forsennatamente nell'acqua bassa: salutava con modesta noncuranza la famiglia e gli amici che rispondevano con ovazioni ed incitamenti al suo ardimentoso proposito.
Dopo sforzi inauditi, riuscimmo ad infilargli la maschera sul viso, ma egli se la tolse subito per domandarci a che cosa servisse.
Finalmente, assicurando di aver compreso tutto a puntino, spar di scatto sotto la superficie. Subito dopo, preceduto da un gorgoglo allarmante, riemerse sputando acqua ed ansimando pietosamente. Si strapp quell'arnese infernale dal viso e con gli occhi fuori dalle orbite:
Non funziona! balbett.
Cosa? chiedemmo.
La maschera. Non funziona. Non vi si respira niente! Faticammo ancora per chiarirgli le idee. Accenn di nuovo di aver capito e rispar sott'acqua.
S, ma se non serve a respirare, a che cosa
serve? chiese un attimo dopo, riaffiorando bruscamente e con la maschera colma d'acqua.
A vedere! rispondemmo completamente scoraggiati.
Evidentemente dotato di buona volont, s'immerse di nuovo prima che potessimo impedirglielo. Di l a poco riapparve alla luce.
Bellissimo! farfugli sputacchiando, e con tono conciliante. Si vede tutto azzurro. Bellissimo, ripet convinto, completamente cieco per l'acqua che si era addensata dietro il vetro.
Quando finalmente l'uso della maschera riusc ad entrargli chiaramente nel cervello, venne il turno delle pinne.
Mentre egli si agitava per rispondere ai complimenti dei presenti per i primi successi, reggendoci dolorosamente sulle punte dei coralli, gli calzammo le due appendici di gomma.
E queste a che cosa servono? domand cordialmente, tra un saluto e l'altro ai suoi amici.
Ad andar pi veloci, spieg semplicemente Carlo.
Bene! disse. Poi url verso la riva: Ora vedrete un motoscafo.
Ma, perduto l'equilibrio per un gesto malaccorto, oscill paurosamente, cercando di riacquistare una stabile posizione attaccandosi tenacemente a noi. Sparimmo cos tutti e tre in acqua.
Dopo aver provato abbondantemente le delizie che dieci capriole tra le madrepore ci offersero senza parsimonia, ricomparimmo, statuario gruppo, tra gli applausi incomprensibili degli spettatori.
Scusate! ansim il nostro allievo.
Dovere nostro, ribattemmo con un sorriso velenoso.
Attenzione al motoscafo! ripet ancora l'altro
prima di ripartire. E dopo aver sollevato una massa di schiuma e di schizzi scroscianti, spar nel ribollire dell'acqua come un sommergibile in rapida immersione.
Attendemmo dieci, quindici, venti secondi, poi, piuttosto preoccupati, ci tuffammo rapidamente. Lo scorgemmo subito, sul fondo, a due metri dall'acqua mentre si rivoltava angosciosamente, privo della maschera e boccheggiante.
Quando lo tirammo fuori quasi affogato, gli chiedemmo cosa mai gli fosse accaduto.
Le pinne... gorgogli vomitando e roteando gli occhi. Non servono, sospir. Non mantengono a galla! alit infine con uno sforzo valoroso.
Ma non si mettono per questo, insistemmo pazientemente, e tornammo a spiegargli la funzione dei due accessori.
Potevate dirlo prima... disse allora. Sapete,
io non so nuotare. E riprese a vomitare abbondantemente. '
Convinto il disgraziato a non allontanarsi dai punti ove l'acqua gli raggiungeva l'ombelico; partimmo in cerca di prede. Ma il posto si dimostr subito come assai povero di abitanti e solo dopo un lungo giro riuscimmo ad arpionare qualcosa, tanto per difendere la nostra buona fama innanzi agli occhi fiduciosi di quelli che assistevano.
Infine, concluso quel secondo periodo di soggiorno a Galle con un altro pranzo offertoci dal circolo europeo, ripartimmo alla volta di casa.
Il motore, che sul principio marciava regolarmente, dopo una mezz'oretta si arrest senza ragione. Come accade in simili frangenti, dopo aver inveito con parolacce e contumelie contro questo o quell'organo della macchina, dopo aver smontato le sole parti che rientravano nelle nostre conoscenze tecniche,
vale a dire le candele e i carburatori, ci sedemmo sconsolatamente sui bordi a contemplarci le mani e le braccia lorde, in attesa che qualche santo si muovesse a piet per le nostre disgrazie.
Infine, fatto un estremo tentativo distribuendo senza parzialit alcune martellate su diverse zone nevralgiche del motore, cominciammo ad alzare l'albero e le vele. Ma quando, dopo aver fissato sartie e pennone avevamo gi abbandonato ogni speranza di riprendere la corsa, un'altra sfiduciata tiratina alla manetta di avviamento rimise allegramente l'elica in moto. Dopo soli venti minuti il motore tossicchi un poco e si spense. Di nuovo offrimmo al vento le vele, e subito, dopo un'altra stuzzicata all'avviamento, il motore riprese a scoppiettare.
Procedemmo cos, un po' a vela un po' a motore, per alcune miglia, e infine comprendemmo come i nostri guai derivassero solo dalla pompa di raffreddamento che, troppo piccola, provocava un eccessivo riscaldamento del motore.
Con tale ritmo, dopo una lunga serie di arresti e di riprese, giungemmo a buttare l'ancora nella nostra baia e a riabbracciare Paolo, morto di noia e di malinconia per quei quattro giorni di isolamento.
Le Peacock! chiese immediatamente. Sono due giorni che ho finito le sigarette e che non fumo. Dove sono le Peacock?
Invece di ignorare il tabacco, in relazione a quelle nostre attivit che tanto bisognavano di fiato, Paolo non se ne privava affatto, pur continuando, malgrado le dieci sigarette giornaliere, a pescare magnificamente.
Le Peacock? rispose Carlo, guardando interrogativamente e come sovrappensiero. Le Peacock? Ah! gi, le sigarette. Le hai prese tu, vero Franco? Non mi sembra, credo proprio che le abbia acquistate tu.
Pu essere, pu essere. Come stai Paolo caro?
Le Peacock! replic quello spazientito.
Ma tu non sai con chi stai parlando, ribatt imperturbabile l'altro. Non sai cosa abbiamo combinato.
Certo, intervenni, da oggi in poi forniremo Mr. Tadeira, sei contento?
Le Peacock! rugg Paolo.
Forse tu non sapresti cosa farne del fegato e dello stomaco di un pescecane. Ma noi s! continuai.
...E neppure dei denti e della pelle, conferm Carlo passando ad Anthony le ceste con i rifornimenti. E delle ossa, Paolo, delle ossa te ne sapresti servire?
Le Peacock!
Oh! non c' per da preoccuparsi, proseguii
io imperturbabile. Non ci siamo impegnati che per duecento libbre ogni dieci giorni.
E poi abbiamo venduto tutto per cinquantaquattro rupie! aggiunse Carlo.
Le Peacock! url ancora l'altro, facendo sussultare il boy.
S, s, le sigarette. Non sar mica quel pacchetto caduto in mare? accennai con crudelt, mentre Paolo gemeva furibondo. A proposito, Mr. B. ti manda tanti saluti.
Conosci, vero, come funziona un'asta singalese? fece Carlo.
Le Peacock! esplose per l'ultima volta Paolo, fuori di s; e balzando sul battello, prese a rovistare febbrilmente tra le provviste.
Pi tardi, ordinatamente, mettemmo al corrente
il nostro amico di quanto avevamo combinato in quei quattro giorni di assenza. E la vita nell'isola riprese il ritmo di prima; anche se non sempre regolarmente, il nostro lavoro subacqueo, tra le foto, le raccolte e le
osservazioni, veniva a svolgersi con metodicit. Ci che maggiormente ci intralciava era il continuo ferirci sui coralli, inevitabile nonostante ogni prudenza. Durante la pesca, o meglio durante la ricerca dei molluschi e dei crostacei nelle acque basse dei madreporari, un piccolo urto per una mossa falsa o un'onda pi violenta delle altre lasciava sulla pelle ammorbidita dall'acqua delle piccole ferite che, una volta all'asciutto, non tardavano a suppurare. Quando il loro numero si faceva notevole, una febbriciattola noiosa ci costringeva a riposo. Un altro inconveniente non meno fastidioso e, purtroppo, altrettanto frequente era dato dai morsi dei centopiedi e degli scorpioni.
Quasi non passava giorno che uno di noi non ne ricevesse; molto pi pericolosi degli scorpioni, che con un minimo di attenzione potevano evitarsi, dato che non si allontanavano mai dal suolo, erano i centopiedi. Frequentatori delle alte cime dei cocchi, questi usavano scendere a terra durante la notte e sembravano inesplicabilmente attratti dalla nostra tenda. Qualsiasi precauzione, zanzariere od altri accorgimenti, erano inutili. Utilizzando una piega, una fessura, si introducevano nel letto; e bastava che ci muovessimo appena nel sonno per svegliarci gridando di dolore.
Un altro grave inconveniente era rappresentato dal mare infido, dalle violente ondate che si frangevano di continuo contro gli scogli; quando eravamo in superficie ci costringevano a una ininterrotta serie di sobbalzi, che mettevano a dura prova il nostro stomaco; durante le immersioni ci torturavano invece gli orecchi. Spesso; mentre eravamo sulla soglia di una caverna, insidiando la vita di qualche cernia, una di quelle ondate ci prendeva alle spalle cacciandoci a forza nell'apertura, schiacciandoci contro le pareti rocciose, per poi tirarci bruscamente indietro col corpo spellato e senza fiato. Talvolta, mentre tranquillamente
costeggiavamo, osservando e fotografando la barriera corallina in un mare tranquillo e silenzioso, venivamo ad un tratto sbattuti sulle punte aguzze dei polipai, e poi rotolati contro di questi con atroce violenza.
Infine, vi erano delle irresistibili correnti. Sempre presenti, pi o meno intense, ci facevano rimpiangere le acque tranquille del Mediterraneo, dove, quando ve ne sono, si possono facilmente vincere con qualche energica bracciata. In quelle acque, invece, raggiungendo spesso la velocit di 6 o 7 miglia, talvolta ci impedivano addirittura di scendere in acqua. Un giorno, recatici a pescare lungo i banchi di Alu-ama Carlo ed io incontrammo una di queste correnti. Sapevamo per esperienza che quelle secche ne erano sfiorate in continuazione, da occidente ad oriente, debolmente di prima mattina, e via via pi violentemente sino alle prime ore del pomeriggio, quando la velocit del flusso raggiungeva il massimo.
Ancorato il Jay Bee, quando l'alba era spuntata da poco, eravamo subito scesi in acqua. Dopo aver eseguito tutte quelle piccole operazioni di assestamento che precedono ogni pescata, levammo il capo dall'acqua per controllare le nostre posizioni, e allora ci accorgemmo d'essere gi ad un centinaio di metri dal battello.
Essendo necessario, in questi casi, pescare davanti all'imbarcazione, rispetto alla corrente, per non allontanarsi troppo, cominciammo a nuotare per riguadagnare lo spazio percorso. Ma guardando le forme del fondo che restavano invariate sotto di noi, malgrado il moltiplicarsi dei nostri sforzi, ci accorgemmo di non guadagnare un solo metro; anzi, di dover nuotare con tutte le forze per mantenere la posizione.
Il Jay Bee non era che a cento metri da noi, ma non riuscivamo a raggiungerlo. Rimanemmo cos per diverse ore
lottando disperatamente, scambiandoci incitamenti per non lasciarci vincere dallo scoramento.
Eravamo entrati in mare verso le sette del mattino ed il mio orologio, sul battello, segnava le cinque pomeridiane quando giungemmo a consultarlo. Per dieci lunghe interminabili ore, avevamo nuotato senza sosta, privi di ogni possibilit di aiuto: con la barca a cento metri appena, ci fu possibile raggiungerla solo quando quelle correnti si furono quietate.
Ma innumerevoli esperienze e avventure meravigliose ci ripagavano di simili inconvenienti e difficolt. Pescato il quantitativo di pesce che ci abbisognava per coprire le spese di sostentamento, subito ci dedicavamo alle nostre ricerche e alle riprese fotografiche, incantati da sempre nuove visioni sottomarine, da sempre nuovi magnifici esemplari di una ricchissima fauna vaganti tra gli incantevoli boschi di corallo.
Per ci che riguardava il nostro impegno con Mr. Tadeira, riuscimmo quasi sempre, anche se con difficolt, a raggiungere le quantit fissate. Non essendo tanto facile rintracciare squali di modeste proporzioni disposti a lasciarsi tranquillamente arpionare, ci salvavamo con altre razze, torpedini e trigoni che fortunatamente abbondavano nei fondi melmosi.
Non mancarono certo i periodi di magra, durante i quali il mare torbido o il cattivo tempo, ci constrinsero ad un'attivit relativamente ridotta, e nei quali dovevamo cacciare anche i piatti e minuscoli squami-pinni per rifornire la nostra tavola. Ma per lo pi, spostandoci ora su un versante, ora sull'altro, riuscimmo a difenderci dagli effetti disastrosi delle mareggiate.
Fra i numerosissimi abitanti delle foreste calcaree, fra le creature multicolori che popolavano specialmente la nostra baietta, sfidando la temperatura
insolita delle sue acque, particolarmente innocui e comici erano gli originali pesci palla. In condizioni normali, quando cio timidamente passano dalle ombrose cavit di un polipaio all'altro, quasi vergognosi di confrontare il loro aspetto con quello vivace degli altri abitanti, il loro corpo tozzo ed angoloso non sembra differire molto dalle forme comuni dei pesci. Solo il capo grosso od il ventre prominente li distinguono in qualche modo. Profittando del loro sbigottito terrore, si pu prenderli con facilit tra le mani ma subito dopo, ingoiando affannosamente lunghe sorsate d'acqua, si tramutano in una palla scabra ed irta di punte minuscole ma inoffensive.
Se per per errore si fosse ripetuto il giuoco con qualche istrice dall'aspetto innocuo, mille punte lunghe ed accuminate avrebbero ferito le nostre mani, e piuttosto seriamente, date le loro proporzioni.
Mentre alcune specie di pesci per passare inosservate, si vestono di colori smorti ed insignificanti, altre invece presentano tinte cos vive da non essere seconde a quelle di un pesce farfalla. Cos il minuscolo toby semicelato tra i rami di corallo, dal mantello rosso fuoco irregolarmente variegato da macule e striature nere, o il pi grande stellato, di un marrone sfumato.
L'ambiente in cui compivamo le nostre ricerche ci rivelava usi e costumi cos strani ed originali che solo l'atmosfera fantastica che pervadeva ogni visione di quel mondo sottomarino poteva farci accettare come reali.
Dappertutto vi erano insidie mascherate, e si svolgevano avvenimenti improvvisi e straordinari.
A volte sul fondo dei piccoli spiazzi luminosi di rena, incassati presso i gruppi di corallo, non si scorgeva, di vivo, che il corpo cilindrico e bitorzoluto di qualche immobile oloturia, pazientemente intenta a
cercar rifiuti tra i granellini di sabbia. Presso di loro, tranquilli in quelle acque protette, un gruppetto di pesciolini azzurri appena nati, quasi trasparenti si libravano in rapidi movimenti. Poi, improvvisamente, dal corpo delle inoffensive oloturie poteva uscire una piccola forma sottilissima; in un rapido guizzo e un balenio di scaglie uno di quegli innocui avannotti si trasforma in un boccone per il piccolo pirata. Dagli altri immobili echinodermi, altri fierasfer (questo  il nome del piccolo pesce predone) sbucano improvvisamente e, catturata la rispettiva preda, scompaiono di nuovo dentro il corpo dell'ospitale oloturia.
Alla base di qualche masso, oscillando delicatamente col moto ondoso, un tappeto di braccia carnose, morbidi tentacoli multicolori, spesso ricoprivano il fondo. Erano i fiori del mare, gli anemoni, infidamente colorati, insidiose teste di meduse in attesa di preda: avviene spesso che gruppetti di piccoli coral-fishes si divertano intorno, rincorrendosi scherzosamente e facendo balenare l'acqua di scintilli d'oro e d'argento. Ma se nella foga del giuoco uno di essi, senza pi far caso a quanto lo circonda, giunge a portata dell'attinia, rapidamente, come guidato da misteriose qualit visive, un lungo tentacolo lo afferra. Terrorizzato, il piccolo pesce, cerca subito scampo nella fuga, ma i suoi ansiosi movimenti raramente riescono a liberarlo dal fiore vorace. Un altro braccio due, tre, si tendono, avvolgendosi strettamente. E cento microscopiche frecce velenose partono allora da questi tentacoli, trafiggono tessuti, e pi debole diviene la convulsa resistenza della vittima. Quando infine solo gli ultimi deboli sussulti scuotono il piccolo pesce, il groviglio delle braccia carnose lo avvicina inesorabilmente alla bocca.
Ma osservando ancora pi attentamente e da vicino tali anemoni, si scopre davvero qualcosa che
lascia stupefatti. Tra i filamenti carnivori e velenosi che con tanta precisa rapidit danno la morte al coral-fish, si aggirano indisturbati altri minuscoli pesci. Sono dei graziosi amphiprion, non pi piccoli, in fondo, dello sfortunato pesciolino che viene divorato sotto i loro occhi. Ma, a differenza di questo, essi non temono la vicinanza dei tentacoli: li toccano, vi si adagiano tranquillamente senza che l'anemone reagisca in alcun modo. Occorre che una creatura di altra specie giunga a portata perch le braccia si risveglino e di nuovo la tragica scena si ripeta.
Perch mai questa inspiegabile preferenza? Qual  il segreto che protegge i fortunati amphiprion? Non  possibile dirlo. Forse una segreta sostanza repellente, permette questa straordinaria simbiosi.
Ma non sempre sul fondo sottomarino appaiono visioni di spietate tragedie. Spesso, infatti, si assiste a esempi di amorevoli cure di un essere marino verso i propri simili.
Avviciniamoci, ad esempio, ad una piccola radura tappezzata di brevi e verdi alghe. Nell'ombra di un masso roccioso, un piccolo pesce di pochi centimetri sta fermo, guardando in giro sospettoso, con grandi occhi sproporzionati. Una nuvola appena distinta di pesciolini trasparenti vaga a poca distanza. Come ci accostiamo ancora, 1'apogon dagli occhi enormi si lancia tra loro ed aprendo la bocca, come se un invisibile vortice vi si trovasse nascosto, assorbe velocemente tutti gli innumerevoli avannotti. Ma quei piccoli esseri, contrariamente a tutte le apparenze, non sono stati divorati. Appena noi ci allontaneremo, e appena giudicher che il pericolo  passato, l'apogon aprir la bocca e tutti incolumi i piccoli avannotti riprenderanno ad ondeggiare all'ombra del sasso. Essi non costituiscono che la prole del pesce, un maschio
paziente che presta queste premurose cure protettive tutte le volte che una minaccia giunge ad insidiare la vita dei figli.
Cos, scivolando cautamente tra i rami spogli dei boschi di corallo, noi scoprivamo i segreti di una vita celata e silenziosa, cos nuova ai nostri occhi assuefatti solo agli spettacoli e alle visioni terrestri.
Accadeva facilmente di scoprire un grosso paguro mentre stava ornando la nuova casa con grandi attinie, per renderla mimetica. Staccandole facilmente dagli scogli il paguro usa ornarsene con oculato senso estetico, non soffrendo alcun danno da parte degli anemoni, in questi casi docili e pazienti. L'operazione  di reciproco vantaggio. Bernardo l'eremita viene cos protetto dal suo velenoso amico, mentre l'attinia trover di suo gusto quel lento vagare che pi facilmente condurr alla sua bocca qualche incauto pesciolino.
Sotto la pensilina espansa di un madreporario non era cosa rara scorgere una splendida aragosta bianco-verde, nell'atto di mutare aspetto. Molto lentamente si attua la dolorosa operazione. Faticosamente si sfilano, dal vecchio involucro calcareo, che ne impedirebbe un'ulteriore crescita, le dieci paia di zampe, l'addome ricurvo, il dorso aculeato, le piccole tenaglie, le interminabili antenne, gli occhi sopraelevati. Se una zampa, una chela, si spezzer durante l'operazione, poco male: qualche settimana sar sufficiente a sostituire con uno nuovo l'organo sacrificato.
E quale amicizia, quale vincolo impensato, unir in quel vagare in coppia il piccolo charanx col grande labrone? Uno sopra, l'altro sotto, questi due esseri tanto differenti non si separano mai.
Un giorno, mentre tornavamo a sera dall'ultimo giro, mi fu possibile osservare lo strano comportamento di due labroni.
Sotto di me, tra le ombre lunghe ed indecise che il sole bassissimo tracciava sul fondo, quasi confusi nella foscha di quel crepuscolo sottomarino, due grandi esemplari nuotavano lentamente con i corpi a contatto. D'improvviso, come se un'ignota visione li avesse spaventati, con un guizzo gli animali fuggirono lontano l'uno dall'altro in direzioni opposte. Ma presto si arrestarono, girarono su se stessi e si corsero incontro con altrettanta rapidit. Giunti a breve distanza, si levarono dal fondo quasi verticalmente e poi si unirono, a qualche metro dalla superficie, davanti a me. Con forza, ma senza violenza, congiunsero, in una sorta di lungo bacio, le loro labbra tumide ed espanse: cos affettuosamente serrati restarono stretti per qualche secondo. Poi, come imbarazzati, si tirarono indietro, esitarono un attimo, si affiancarono, strofinandosi ancora come quando li avevo avvistati. Non volendo perderli di vista, li seguii in quella loro romantica passeggiata. Di l a poco si ripet la scena affettuosa di prima, e cos ancora per due o tre volte, finch riuscirono a sparire dalla mia vista. Quale interpretazione dare a quella scena? Era un gioco? Erano espansioni amorose? O era una lotta? Non ebbi pi occasione di assistere ad un simile comportamento ma non potei facilmente dimenticare i baci dei due labroni. Forse avevo per caso assistito al segreto rito di una vita tanto diversa dalla nostra, ma pur cos palpitante e contrastante con le silenziose profondit del mare.
Esplorate quelle zone vergini e difficili stavamo davvero penetrando nel misterioso svolgersi di un vivere sconosciuto. Quali nuove immagini ci avrebbero offerto le nostre esplorazioni?
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Capitolo 11.
LO SQUALO BIANCO.
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Il nostro lavoro, per quanto buono, non era per tale da soddisfarci pienamente. Si sa infatti come le diverse specie di animali marini vivano di preferenza in particolari ambienti, a seconda delle differenti esigenze fisiologiche. E, Andura, se pur molto varia per i suoi caratteristici fondali, non poteva offrire certamente tutte le variet ittiche delle coste singalesi. Non saremmo stati quindi in condizione di ritenere ultimate le nostre osservazioni subacquee intorno a Ceylon se non ci fossimo mossi da quell'isoletta.
Da informazioni assunte durante le visite a Galle, e prima a Colombo, sapevamo che anche le coste occidentali dell'isola sarebbero dovute essere favorevoli al nostro lavoro. Specie le isole oltre la baia di Puttalam e i banchi di Mannar, ci erano state descritti come molto interessanti.
Pur non avendo intenzione di spingerci sino all'estremo limite nord di quel versante, ci sembrava necessario uno spostamento, onde compiere le nostre ricerche in un campo pi vasto e completo. L'acquisto
del Jay Bee, che venne definitivamente concluso al ritorno del veliero malese, favoriva questi progetti, mentre le nostre risorse economiche si erano sufficientemente consolidate con le ultime entrate. Presto, quindi, avremmo potuto abbandonare Andura. In un primo tempo solo per compiere un'escursione sulle coste pi meridionali di Hambantota, poi definitivamente.
Comunque nei giorni che seguirono si continu a raccogliere ed a fotografare un po' dappertutto, lungo le coste dell'isoletta. Il lavoro di ricerca e di imbottigliamento di esemplari marini occupava gran parte del nostro tempo. Limitatamente ai soli coralli, i fondali dell'Oceano Indiano annoverano pi di 1500 specie. Ora, anche senza raccoglierle tutte, il lavoro era sempre molto imponente. Si trattava di passare gran parte del tempo con lo scafandro, ricercando accuratamente i differenti esemplari per poi staccarli a colpi di accetta. Solo quando ci prendeva il freddo, tanto intensamente da farci battere i denti, anche in quelle acque cos calde, si usciva e si incominciava a preparare gli esemplari di coralli e di pesci raccolti. I pi grandi venivano bolliti ed essiccati al sole, gli altri, i pi interessanti, si sistemavano delicatamente in recipienti di vetro contenenti formalina. Cos per gli echinodermi, molli e resistenti, per i celenterati, i poriferi, i molluschi, i crostacei, eccetera.
Casse su casse di questi preparati si accumulavano nella tenda magazzino, costituendo un prezioso patrimonio che sarebbe stato acquistato dai musei che ne avevano fatto richiesta.
Anche con la macchina fotografica si ottennero degli ottimi risultati, e con molta soddisfazione riempimmo le diverse cassette speciali contenenti i negativi impressionati. Esemplari mai fotografati nel loro ambiente naturale od altrove, scenette di vita sottomarina o di caccia costituivano i nostri soggetti pi preziosi.
L'essere poi i primi a condurre simili ricerche in quel mare ci favoriva oltremodo.
Anche le macchine cinematografiche non avevano oziato. Mentre un giorno, su di una larga distesa sabbiosa, cercavo di sorprendere alcuni pesci-pettine nell'atto di infilarsi tra la sabbia ebbi la fortuna di imbattermi in un fantastico pesce-rondine, un dactylopterus dai colori smaglianti. La circostanza pi favorevole consisteva nell'avere sorpreso l'animale in pieno movimento. Adagiato sulla sabbia, infatti, per lo pi ai limiti di una plaga algosa, normalmente giace immoto, preda facile per chi voglia catturarlo. Dietro il capo corazzato, sopra le pinne ventrali dai raggi prensili, si allargano in due ali rotondeggianti, lunghe quasi quanto l'intero corpo, le due pinne pettorali. Prima non ero riuscito mai a vederne un esemplare in azione e ad osservare come mai usasse quelle vistose appendici. Quella mattina invece, in piena luce, a pochi metri dal fondo scorsi il grande pesce in volo. Con le ali distese, quasi senza alcun movimento della coda, lo scorgevo planare lentamente dietro il mirino della mia macchina. Si avvicinava sempre di pi alla rena ondulata finch vi atterr perfettamente, assumendo l'aspetto di un vecchio aereo fermo sulla pista. Come mi accostai per riprenderlo in un primo piano, si alz lentamente sul campo adoprando quella sorta di dita a rampino e quindi, riaprendo le ali, con un debole movimento della coda, ripart verso l'alto. In questo modo ripresi una sequenza di preziose scene che, per la prima volta descritte e osservate, rivelavano perfettamente i movimenti di questo strano pesce.
Passammo felici giorni attendendo a questo lavoro appassionante, soddisfatti dalla realizzazione dei nostri progetti, vivendo quella vita libera e semplice come avevamo desiderato e sognato.
Nitidamente mi ricordo di certe mattine assolate, e riprovo le sensazioni di molte spedizioni lungo il litorale deserto, con i fucili sulle spalle, le macchine nei loro involucri, l'ardore del sole sulla pelle abbronzata.
Rivedo una larga zona sabbiosa appena scoperta dalla bassa marea e ancora umida e trasudante. I nostri piedi vi affondano facilmente ed ogni orma si colma, subito dopo, d'acqua salata. Il mare appare calmo ed azzurro, e mormora appena rompendosi in brevi onde. Ha abbandonato all'asciutto, ritirandosi, una grande quantit di spoglie variate. Cercando affannosamente di celarsi e di sfuggire i raggi del sole, centinaia di splendide conchiglie scavano la rena scoperta: si formano un rifugio di fortuna in attesa che il mare ritorni. Appena sfiorando il suolo, granchi albini dalle zampe interminabili si disperdono avanti a noi. I corpi disfatti di alcune grandi meduse si sciolgono lentamente come ghiaccio colorato nel caldo pesante. Frammenti di corallo, crostacei aculeati, pesciolini contorti ed assaliti da nugoli di avide pulci marine si vedono qua e l.
Dove il mare si vede un po' increspato, si stende una vasta secca, ricca di corallo e di fauna marina. Ci dirigiamo verso le palme alle nostre spalle, rapidamente, per sottrarre i piedi al contatto della sabbia rovente. All'ombra dei cocchi contorti mettiamo a punto la preparazione dei nostri attrezzi.
Poi, scendiamo in mare. Il fondo decresce rapidamente e presto nuotiamo quasi completamente immersi nell'acqua chiara. Solo il sottile tubo del respiratore, che ci collega ancora con l'aria, luccica alla superficie.
Quindi frequenti immersioni ci trasportano nel nuovo mondo. Per ore ed ore non vedremo che le sue creature, i suoi paesaggi, i suoi segreti.
Presso il confine tra le mura disordinate dei madreporari e la grossolana sabbia calcarea, si aggira un baffuto animale dal corpo affinato.  privo di coda, sostituita da una prolungata pinna dal dorso al ventre. Nero appare il colore del suo mantello, e solo una linea
rosata lungo i fianchi ne interrompe la scura continuit.
Lo chiamano nkunga da queste parti, e lo temono forse pi del pescecane. La puntura delle sue spine dorsali provoca dolorosi spasimi ed  probabilmente causa di mortali sciagure per i fanciulli che pescano tra i coralli.
Attraverso il bosco di corallo. Presso alcune piccole formazioni simili a rustici mazzi di fiori azzurri, giacciono dei polipai delicati. Tutti divisi in candide lamelle radiali, altre colonie appaiono invece simili a ombrelli di enormi funghi aperti e capovolti.
Mentre nuoto, un fitto nugolo formato da centinaia di grosse aguglie, mi sfila vicino. Lunghe quasi un metro, non pi larghe di cinque centimetri, le aguglie accentuano la sottigliezza della loro figura con le mascelle prolungate in una sorta di becco finissimo. Entro tra le file serrate e trascorro pi di un minuto prima
che l'ultima sparisca alle mie spalle. Finalmente mi accorgo della ragione della loro fuga. Balenando come uno specchio ai raggi del sole, un grosso charanx giallo, un pesce luna, si dibatte inutilmente per strapparsi dall'arpione di Carlo. I suoi compagni, vagano inquieti intorno alla tragica scena. Nei loro grandi occhi, sotto la striscia dorata del dorso, si legge tutta l'irritazione sgomenta del predace animale colpito da un essere pi forte di lui.
Ne fotografo uno; poi, prima che Carlo sia pronto per scattare, tutti si allontanano velocemente. Ricarico il Robot e continuo per mio conto.
Inseguo ora un grazioso pesciolino non pi lungo di dieci centimetri, che nuotando allegramente con le sole pinne pettorali tra le colonnine di corallo cerca di farmi perdere le sue tracce. Il corpo viola, elegantemente listato di giallo, porta innanzi un musetto appuntito in una specie di trombetta. E difatti pesce-trombetta  chiamato, impropriamente, questo agile labride. Subito riesce nel suo intento: troppo vivace perch mi sia possibile fotografarlo, scompare presto nella intricata foresta di corallo.
Nuotando dolcemente sul fondo sfioro le punte dei polipai. Un pesce-palla fugge spaventato, agitandosi goffamente. Una
coppia di pesci-farfalla civetta spensieratamente,
accarezzandosi in un angolino. Vago trattenendomi ai rami ed attendendo l'occasione per scattare una buona fotografia.
Ecco infatti che mi vengono incontro quattro pesci-cavaliere; nuotando affiancati su di una stessa linea. Alla pinna dorsale, lunga pi del doppio dell'intero corpo, si trattiene un candido filamento, simile appunto alle piume di un cavaliere. Scatto qualche foto, poi ritorno alla superficie a riempire i polmoni.
Cos, per lunghe ore, si susseguono le scoperte, finch le membra infiacchite dalla prolungata immersione chiedono con un brivido il calore del sole.
Torniamo sulla spiaggia. Ma non vi sostiamo: l'ombra calda dei cocchi  pi che sufficiente per riscaldarci. Ci sdraiamo mollemente sull' erba. Riposiamo.
Erano circa le undici quando, doppiando l'ultimo capo roccioso, ci si apr dinanzi l'ampia baia che forma il porto naturale di Galle.
Bianco e slanciato dietro i pesanti bastioni della antica fortezza olandese il faro ci:salut per primo.
Ci ancorammo all'estremit opposta del punto Ovest. Si profil davanti la piccola citt, che la bianca chiesa cattolica, tra la folta vegetazione delle colline retrostanti, sorveglia dall'alto.
Cinque giorni prima avevamo lasciato la nostra isoletta. Partiti di mattina, con il motore del Jay Bee che per uno straordinario caso borbottava regolarmente, spingendoci a buona velocit, avevamo visto Andura scomparire in piena luce, alle nostre spalle, lentamente.
Al big man che ci guardava immobile sulla spiaggia, avevamo affidato una parte, quella meno trasportabile, dell'attrezzatura del campo. Con noi avevamo portato una
tenda, il materiale da pesca, da cucina, e tutto il materiale
fotografico. Contavamo di ispezionare le coste occidentali di Ceylon, che ci avevano detto molto adatte per il nostro lavoro e che, protette dal monsone di Nord-Est, erano bagnate da acque pi calme e pi limpide.
Non avevamo provato grande malinconia nel lasciare l'isoletta dopo un cos lungo soggiorno. Pensavamo che presto saremmo tornati. Invece Carlo ed
io non avremmo pi scorto il suo profilo. Non sapevo, allora, di guardarla per l'ultima volta e mi dispiace ancora oggi di non averla salutata diversamente, come  d'uso in un definitivo congedo.
Quante volte, tornando dopo qualche giorno di assenza, l'avevamo cercata con ansia sulla solitaria distesa del mare. E quando poi, giungendovi, ogni particolare si scorgeva chiaramente, quando la piccola laguna dalle acque calme si apriva dietro l'angusta apertura verso il mare, e il recinto del campo appariva dietro la spiaggetta chiara, si provava l'intensa emozione di un ritorno a casa.
Addio Andura, isoletta che la nostra fantasia non avrebbe potuto immaginare pi bella! Adesso, man mano che il tempo trascorre e si accresce il desiderio di rivederla, quasi pi nitidi si formano i suoi contorni nella memoria. Quel giorno, quando la vidi scomparire lontano, non avrei mai pensato che da quell'istante sarebbe stato solo un ricordo.
La traversata dall'isola alla costa era stata veloce e piacevole. Il mare si era mantenuto calmo, ed
il vento costante aveva sempre gonfiato la nostra vela durante le soste del motore.
Dapprima avevamo toccato Ceylon lungo la spiaggia deserta che delimita la jungla dal parco nazionale di Yala. La sera, ancorata la barca a ridosso della barriera, ponemmo il campo tra le siepi fitte
dei primi cespugli; dopo aver aperto uno spiazzo tra la vegetazione, andammo in cerca di legna e accendemmo il fuoco, bestemmiando come al solito contro le scimmie che assistevano all'opera cercando di sorprenderci in un attimo di disattenzione per carpirci qualcosa.
Dopo cena, ci allungammo nella sabbia tiepida fumando le rituali Peacock e contemplando gli ultimi bagliori del tramonto.
Mentre scambiavamo le solite chiacchiere stanche della sera, si era alzata una luna luminosissima.
Carlo, in vena di romanticherie, aveva proposto una passeggiata lungo la spiaggia. Accettai di accompagnarlo, mentre Paolo si ritirava nella tenda stendendosi subito nella comoda brandina. Gli augurammo la buonanotte e prendemmo a scambiarci ricordi e confidenze, camminando scalzi sulla riva sabbiosa. A non pi di un centinaio di metri dal nostro campo ci si presentarono davanti i classici solchi lasciati dalle tartarughe marine nelle loro brevi escursioni terrestri.
Nella parte pi alta della spiaggia, al termine di queste piste scavate faticosamente dal peso dei loro gravi carapaci, era facile trovare sotterrate, a piccoli mucchi, le loro uova. Pratici ormai in tali ricerche, cominciammo a scavare nel punto giusto facendo bottino delle pi fresche. Avvoltile poi nelle camicie, le portammo delicatamente verso il nostro campo.
Eravamo giunti cos a non pi di una trentina di metri dalla tenda quando uno spettacolo inatteso ci arrest sulla sabbia. A pochissima distanza dalla tenda, dietro un cespuglio del selvaggio tomboleto, emergeva distintamente il dorso di un elefante.
Volgendoci le spalle, e trovandoci noi sottovento, non si era accorto della nostra presenza. Si agitava stranamente, sconvolgendo gli arbusti sui quali posava
le grandi zampe e muoveva irritato le orecchie e la proboscide mentre si aggirava intorno al campo.
L'intensa luce lunare e la breve distanza ci permettevano di distinguerne chiaramente ogni particolare.
Era un bell'esemplare, di circa tre metri di altezza. Sembrava nervoso, si dimenava rumorosamente tra gli arbusti, alzando la proboscide sopra il capo, a percepire meglio gli odori.
Dal modo come osservava il nostro campo, sembrava che proprio quello fosse la causa della sua irritazione.
Un'esclamazione di Carlo lo fece girare di scatto, con agilit inaspettata, verso di noi. Ci osserv per un attimo, poi fugg a precipizio aprendosi rumorosamente la strada tra i cespugli.
Sostammo ancora un poco a riordinare le idee, poi ci avvicinammo alla tenda per vedere cosa facesse Paolo che doveva pur aver sentito il fracasso fatto da quel corpaccio in fuga.
Entrammo sotto la tenda tutti emozionati, ma trovammo il nostro amico addormentato, o che almeno fingeva di esserlo.
Ehi! Paolo! lo scossi per le spalle. Sveglia!
C' un elefante l fuori, gli grid Carlo, vedendo che non si alzava ai miei strattoni.
E piantatela! fece allora, balzando dritto sul letto. Adesso la potreste pure finire!
Carlo ed io ci guardammo interdetti.
S, adesso fate anche gli gnorri! continu seccato.
Ma che stai dicendo?! replicammo stupiti.
Ma s!  un'ora che state qui attorno a far rumore nei cespugli per mettermi paura. Ma io non abbocco a questi stupidi scherzi.
Ma c'era un elefante qui fuori, ti dico, ribattei arrabbiato; altro che scherzi!
S, certo un elefante, borbott lui ributtandosi gi e voltandoci la schiena, guardate un po' allora se per caso non ci fosse sopra anche il mio gatto e poi venitemelo a dire. Un elefante! Ma pensatene un'altra! borbott ancora lasciandoci troppo interdetti per poterlo contraddire. Ci ritirammo in silenzio fuori dalla tenda guardandoci perplessi.
Ma guarda un po' che tipo! Aveva avuto a pochi passi un elefante arrabbiato e non ci credeva. Sicuramente, se quel bestione gli avesse fatto rovinare la tenda addosso calpestandola accuratamente avrebbe seguitato a pensare, anche allora, che fossimo sempre noi ad infastidirlo con uno scherzo un po' pesante.
I tre giorni che seguirono vennero impiegati esclusivamente nella visita massacrante di quella jungla dove non sapevamo di dover tornare di l a poco.
Quindi levammo l'ncora e abbandonato il litorale desolato del parco, passando da costa a costa, rifornimmo abbondantemente le nostre finanze vendendo nei radi villaggi costieri prima di Galle i prodotti della nostra pesca.
Cinque giorni dopo aver lasciato Andura eravamo in vista della citt di Galle.
Tutto intorno a noi era calmo e silenzioso. Il gran caldo di quella mattina senza vento ci metteva addosso una profonda rilassatezza.
La fortissima luce, riflessa all'infinito tra cielo e mare, quei raggi a perpendicolo sulla pelle riarsa, ci spingevano a desiderare l'acqua come un fresco, riposante rifugio.
Dalla jungla arrivavano ad intervalli, fin sul promontorio che limita ad oriente l'ampia baia, le grida gutturali delle scimmie e il canto degli uccelli. Ma quei suoni, sia per
l'immobilit dell'aria, sia per la distanza, non riuscivano a turbare la pace pesante di quelle ore.
Se i maggiori avvenimenti della vita, quelli che non si dimenticano pi e si raccontano all'infinito ai figli e ai nipoti, fossero preceduti da oscuri presentimenti, come talvolta si dice che avvenga, quel giorno
io avrei dovuto avvertire insistentemente qualcuno di questi preavvisi.
Invece niente, assolutamente niente, mi faceva intuire allora i drammatici momenti che di l a non molto avremmo vissuto. Seduto alla turca sul fondo della barca, tutto sudato, intento a dare gli ultimi ritocchi all'involucro della Paillard, stavo canticchiando con Carlo una canzonetta napoletana.
Paolo, gonfiato il canotto, si era gi diretto verso la costa e lo sentivamo cantare a squarciagola mentre si allontanava remando.
Avevamo deciso che, mentre Carlo ed io avremmo tentato di girare qualche scena attendendo al largo
il passaggio di eventuali pescecani, lui intanto avrebbe pescato su fondi accessibili per far bottino da vendere sul mercato.
Carlo si prepar a prua, armandosi per le grandi occasioni. Caricato il potente Express a doppia molla, colleg la sua asta con un mulinello di sughero assicurato alla cintura, intorno al quale si avvolgevano 50 metri di resistente sagola. Intorno alla coscia, trattenuto da due cinghie elastiche, assest un provvidenziale coltello.
Data l'ultima stretta ai morsetti, io pompai dentro l'involucro un po' d'aria e, sporgendomi dal bordo, immersi lo scatolone della Paillard in acqua, per controllare che fosse ermeticamente chiuso. Neanche una bollicina usc dai premistoppa e dalle guarnizioni ben serrate.
Carlo si immerse dall'altro lato. Infilandomi le pinne e la maschera non tardai ad imitarlo.
In bocca ai pescecani! ci augur Paolo dal canotto vedendoci scendere in acqua. Ma non si pu certo dire che quell'augurio sia andato a segno.
Sotto di noi non si scorgeva il fondo, ed i raggi del sole, saettando a perpendicolo in quell'azzurro intenso e illuminando il pulviscolo in sospensione, davano un leggero senso di vertigine.
All'improvviso, dalla profondit buia uscirono, silenziose e argentee, delle forme dapprima appena distinte, che si avvicinarono velocemente e ci attorniarono. Erano un branco numeroso di piccoli parao, che rimasero per un po' ad osservarci curiosi. Nuotammo senza fretta verso la grande boa bianca che galleggiava pochi metri innanzi e aspettammo, osservando le timide evoluzioni dei piccoli sgombri. D'un tratto il gruppo si apr, i piccoli pesci fuggirono in tutte le direzioni, scomparendo spaventati in un baleno.
Volgemmo intorno gli occhi, inquieti, in cerca della causa di quella fuga. Qualche grosso predone, probabilmente uno squalo, doveva incrociare l intorno.
Lo scorgemmo subito sotto di noi, enorme.
Un brivido mi percorse e guardai affascinato quel corpo poderoso che, salendo lentamente dall'oscurit, si avvicinava a noi.
Nuotava in larghi giri, sollevandosi gradatamente.
Non riconobbi subito la specie, n mi pass per la mente di cercare di identificarlo. Mi accorsi solo della sua mole, e ne rimasi terrorizzato. Dal capo all'estremit della coda non doveva misurare meno di sei metri; forse pi.
Giunse quasi in superficie, poi cominci a ruotarci intorno in un lento carosello.
Solo quando lo vidi di fianco lo riconobbi chiaramente: era un
grande pescecane bianco. Le pinne pettorali, oscure, contrastanti col grigio chiaro dell'intera figura, erano una facile nota distintiva, che avrebbe permesso di riconoscerlo fra tutti.
Il suo comportamento, per, mi sembrava un po' strano, per un lamia. Non aveva la nervosa, veloce andatura degli esemplari simili fino allora incontrati, e sembrava volesse impressionarci col suo incedere maestoso; mi diede l'idea di una grande nave da battaglia in una parata militare.
Una frotta d'immancabili pesci-pilota lo attorniava, e, da un lato, tre grosse remore gli scivolavano sul fianco, nascondendo ai miei occhi parte della sua elegantissima linea. Poi, stanco di girare a spirale, si spinse con calma verso la boa, per controllare di che genere di intrusi si trattasse.
Senza bisogno di fard un segnale, prendemmo ad urlare in coro: lo squalo, colpito dal clamore, con uno sdegnato colpo di coda si scost, arrestandosi per un momento, pi lontano, mentre noi seguitavamo a gridare a pi non posso.
Allora l'animale s'innervos e cominci di nuovo a roteare intorno, ma non pi con l'aria sorniona di poco prima, bens in un irritato procedere a scatti, cercando di avvicinarsi in rapide accostate, respinto sempre dalle nostre grida.
Poi allarg un poco i suoi giri e si spost pi lontano, rimanendo per sempre bene in vista. Cessammo di gridare.
Improvvisamente mi resi conto che avevo la macchina cinematografica tra le mani e che non l'avevo ancora usata.
Allora desiderai ardentemente che lo squalo non se ne andasse, almeno prima che riuscissi a riprendere qualche fotogramma.
Feci un segno a Carlo e m'immersi, mentre il
mio compagno mi seguiva per proteggermi. Risolutamente accostammo il bestione, che ora non sembrava sgradire il nostro interessamento.
Girai a quindici, dieci, cinque metri di distanza, con l'inquadratore quasi del tutto riempito da quell'enorme figura. Poi riuscii a sorprenderlo, meravigliato del mio comportamento, in un primo piano di tre metri.
Risalimmo alla superficie, per riprendere fiato; ma tale mossa diede evidentemente al nostro attore l'idea di una fuga, cosicch si volse bruscamente verso di noi. Sicuro della nostra inferiorit, visto che lo sfuggivamo, tent allora di attaccarci.
Urlai, sollevando una colonna di bolle verso la superficie; Carlo si tese puntando il fucile pronto a sparare; ma non ce ne fu bisogno: nuovamente lo squalo scart di qualche metro, limitandosi ancora a sorvegliare le nostre mosse e continuando a nuotarci intorno.
Respirammo profondamente, cercando di calmare la nostra emozione. Ricaricai la macchina e girai ancora qualche metro di pellicola, inquadrando lo squalo dalla superficie.
Seguitammo un po' a filmarlo in tutte le posizioni, senza riuscire ad allontanarlo. Seguitava ad andare su e gi, sorvegliandoci attentamente, pur senza cercare di accostarsi a causa delle nostre urla.
Pensai con gioia che in quei minuti avevo impresso qualcosa di straordinariamente prezioso. Ma occorreva ancora un'inquadratura dell'uomo col pescecane.
Ehi! Carlo, gridai, te la sentiresti di sparargli un colpo nelle branchie mentre io ti riprendo con la macchina?
Ci stavo pensando anch'io, rispose, ma non credi che possa reagire?
Non dovrebbe, in fondo, tutti gli altri sono scappati, dissi, ma senza troppa convinzione.
Va bene! decise Carlo. Come facciamo?
Facemmo un piano molto semplice. Mentre io mi sarei immerso ad una decina di metri, Carlo si sarebbe avvicinato allo squalo, cercando di mettersi tra quello e me: i due soggetti avrebbero dovuto risaltare molto bene.
Un ultimo controllo. Il mio amico esamin il fucile, l'attaccatura della sagola al mulinello; io il diaframma e la distanza.
Pronto?
Sta' attento, mi raccomando, lo esortai, e non pensavo che di fare attenzione, avevo maggior bisogno io di lui.
S'immerse prima Carlo. Io gli tenni dietro a pochi metri, studiandomi di farlo entrare nel mirino in primo piano, con il pescecane sullo sfondo. Quest'ultimo, sempre accompagnato dalla sua corte di remore e pesci-pilota, ci nuot di nuovo incontro, ignaro dei nostri progetti.
Mi arrestai premendo il pulsante di comando e cominciai a filmare.
Carlo era ormai vicinissimo allo squalo, che gli stava passando lentamente di fianco. Vidi il mio amico stendersi in tutta la sua lunghezza, con il fucile in linea puntato diritto verso le cinque fessure trasversali dietro la testa.
Passarono alcuni istanti interminabili; nell'emozionante attesa sentivo il cuore battermi precipitosamente. Carlo si tese ancora, in cerca del punto giusto. Poi la freccia scatt, e con precisione si infisse nelle branchie del pescecane.
Carlo torn svelto in superficie attendendo la reazione dell'animale ferito a morte. Ma essa tardava a venire. Dopo un
brusco scatto, il bestione torn a vagare come prima, solo accelerando la sua andatura, e mantenendosi alla mia stessa altezza.
Sembrava che non si fosse nemmeno accorto della freccia penetrata profondamente in quella zona cos vitale.
Ricaricai precipitosamente la macchina, rimanendo ancora sott'acqua, nella stessa posizione. Il pescecane mi gir sempre attorno, cominciando a scuotere il grande corpo, in una sorta di rapido beccheggio, per liberarsi dal ferro doloroso.
Carlo, di sopra, aspettava intanto il momento in cui la bestia avrebbe preso a strappare, e srotolava in acqua metri e metri di sagola.
Ancora non accadeva niente. Ripresi a girare. Dall'alto scendevano lunghe volute di sagola bianca, che come membra di un corpo vivo si curvavano, si agitavano sinuose in acqua, scendendo lentamente verso di me.
Non mi accorsi del pericolo che mi andava circondando, e continuai a puntare l'obiettivo sul pescecane, che si faceva sempre pi nervoso. Solo quando la mia riserva d'aria era ormai terminata mi volsi per risalire, ma allora un tratto di corda mi si impigli in una pinna. Calmo, senza supporre cosa stava per accadere, mi piegai per liberarmi.
La sagola si tese bruscamente tra il mio piede e l'asta infissa nelle carni del bestione. Questi, non pi libero, mi era vicinissimo, a non pi di tre o quattro metri. La resistenza improvvisa opposta dalla corda trattenuta dal mio piede gli rinnov bruscamente il dolore della grave ferita.
In un enorme balzo in avanti l'animale cerc di allontanarsi, reso pazzo dal terrore di sentirsi preso, perduto.
La sagola si liber dal mio piede ma nello stesso istante mi sentii avvolto, legato dai rimanenti cerchi
della fune oscillanti a mezz'acqua, che mi si strinsero attorno due, tre, quattro volte, tenacemente.
La fuga precipitosa dell'animale tese sempre di pi la sagola intorno a me. Venni trascinato dietro lo squalo, inesorabilmente, mentre mi contorcevo invano, convulsamente, spasmodicamente nel tentativo di liberarmi e di risalire.
Avevo bisogno di respirare; volsi lo sguardo verso la superficie che mi sfuggiva.
Allora un terrore indicibile mi invase, mi si insinu nella mente, superando la sofferenza data dal bisogno d'aria e dalla stretta della corda nelle carni. Persi ogni controllo e urlai gorgogliando verso Carlo.
Questi, ad una quindicina di metri dietro di me, gi si era accorto di quanto era fulmineamente accaduto, e stava tendendo inutilmente la corda, per portarmi alla superficie: ma, come avrebbe potuto vincere la forza ed il peso del pescecane? Subito s'immerse anche lui e sfilando lungo la sagola cerc di avvicinarsi. Ma procedeva lentamente, troppo lentamente sotto il mio sguardo impazzito.
La grande ombra mi precedeva nella sua fuga, senza incertezze, e gi sotto di noi si profilavano vagamente i contorni del fondo. Ci stavamo avvicinando alla punta.
Carlo era sempre lontano. Afferrai la sagola, tentando di portarmela in bocca in un vano tentativo di reciderla coi denti.
La macchina cinematografica m'ingombrava ma ancora non osavo gettarla via. Pensai all'aria che vi avevo pompato dentro prima di scendere e svitai il cappuccio della valvola, cercando di succhiare nella stretta apertura, ma inutilmente.
Il cuore batteva all'impazzata, i polmoni vuoti mi scuotevano violentemente il petto. Inghiottii acqua,
molta acqua, mentre continuavo a mordere disperatamente la corda.
Poi mi sentii mancare.
Un turbinio di girandole, di strani punti luminosi mi scese davanti agli occhi; il sangue pulsava sordamente nel capo, alle tempie.
Cercando di afferrare e di allentare con le mani la stretta atroce della corda attorno al petto, guardai indietro ancora, verso Carlo. Lo vidi a pochi metri soltanto da me. Avanti, ancora un attimo! Dio! La corda gli sfugg di mano, cerc di riprenderla, di raggiungermi, tesi le braccia, ma invano. Si allontan di nuovo.
Mi parve di sentire qualcosa spezzarmisi dentro. Era finita.
La macchina mi sfugg dalle mani, mi abbandonai sulla sagola, la vista mi si annebbi, il turbinio luminoso si fece pi veloce, sempre pi veloce, sommergendomi. Pensai.a casa mia, ai miei cari, pensai alla mamma.
In un ultimo istintivo sussulto, tentai ancora di svincolarmi, mi contorsi debolmente verso l'alto. Poi cedetti, completamente.
Il dolore fisico era terminato. Non percepii pi nulla.
Qualcosa mi scosse. Sentii qualcuno da lontano, un'insistente voce ovattata che cercava di destarmi. Mi accorsi di uscire da un sonno profondo, straordinario.
La voce si fece sempre pi incalzante e vicina, sempre pi nitida, e man mano il piacevole sopore svan, finch una dolorosa sensazione mi invase tutto il corpo.
Risalendo dallo stomaco e chiudendomi la gola, la nausea mi strazi in un violento conato. Avvertii
un acuto dolore ai polmoni, mi accorsi di respirare a stento. Con un forte lamento aprii gli occhi.
Vidi delinearsi a poco a poco, come in una lentissima messa a fuoco, il viso dei miei compagni.
Distinsi confusamente le loro espressioni stravolte, gli occhi rossi di pianto, un riso nervoso sulle loro labbra. Mi sentii abbracciare, chiamare. Ma la luce troppo forte mi fece chiudere di nuovo gli occhi.
Capii che qualcosa di incredibile era accaduto, ma non ricordavo ancora nulla di preciso. Con sollievo riaffondai nelle tenebre del sonno.
All'ospedale di Galle, la sera stessa, i miei amici mi spiegarono quello che era accaduto dopo il mio svenimento e come mi avessero salvato.
Dopo che la sagola gli era sfuggita dalle mani, Carlo si era di nuovo faticosamente avvicinato, finch era riuscito ad afferrarmi ed a tagliare con il coltello la corda che mi univa allo squalo.
Mi aveva poi tratto sino alla barca ed era riuscito (ancora adesso n io n lui ci spieghiamo come e con quale forza) ad issarmi a bordo del Jay Bee dove, come un sacco semivuoto, ero rimasto piegato in due, met dentro e met fuori dello scafo.
Ti puoi immaginare in che stato di disperazione fossi, raccont Carlo, ancora allora eccitato. Per circa cinque minuti eri rimasto l sotto, e sulla barca non davi segno di vita. Urlai come un pazzo chiamando Paolo, che era a terra e cominciai a farti uscire l'acqua dalla bocca. Sembrava che non finissi mai di vomitarne.
Io arrivai subito dopo, continu Paolo dall'altro lato del letto. Non avevo capito perch Carlo gridasse, ma pensai che ti doveva essere capitato qualcosa di grave. Ero sceso a terra per accomodare il fucile, mal ridotto per colpa di una murena. Senza prendere il canotto, mi gettai in acqua nuotando pi forte che potevo. Sulla barca Carlo ti aveva gi disteso sui paioli, e si affannava a praticarti la respirazione artificiale. "Tiragli fuori la lingua," mi url sconvolto, "presto!" "Che cosa  successo?" gli chiesi. "Tiragliela fuori!" ripet ancora. Piangeva, ti chiamava, non capiva pi niente. Pass un sacco di tempo, tre quarti d'ora, credo, prima che tu riprendessi conoscenza. Non reagivi affatto, e ormai non sapevamo che altro fare. Piangevamo insieme, dandoci da fare forsennatamente intorno al tuo corpo, che restava freddo. Con una mano ti reggevo la lingua... S, te li ho fatti io tutti quei taglietti sopra: ma dovevo trattenerla con le unghie perch mi scivolava sempre. Con l'altra mano ti massaggiavo il petto mentre quello l, come una pompa, seguitava a sbatterti su e gi le braccia. Finalmente tossisti, cominciasti a gemere ed a lamentarti. Quello che mi meravigli pi di tutto, per, fu vedere Carlo che, qualche minuto dopo, si preparava a tuffarsi di nuovo. "Continua ad assisterlo," mi fece, ed infilatosi la maschera scavalc il parapetto. "Dove vai?" chiesi stupito. "La macchina," gorgogli gi in acqua...
A proposito, interruppi sollevandomi dal letto, dov' la macchina? L'avete ripresa?
S, certo, risposero insieme esitando, non ti preoccupare.
Ma che c', mi allarmai allora, non l'hai pi trovata? Su, parla!
No, no, l'ho ripescata, tent di tranquillizzarmi Carlo.
E allora?
Be',  piena d'acqua, ed  perduta. Ma come? Perch? sbottai. Che  successo? Sai, il vetro, quello anteriore, si  incrinato. Deve aver battuto sul fondo di corallo quando
 caduta gi. Ma che importa? Pensa invece a star bene. Ora sei salvo, e davvero poteva andar diversamente.
S, questa era effettivamente l'unica cosa che contava: stavo bene, ero vivo. Mi riadagiai sui cuscini, respirando di sollievo.
Dovetti rimanere tre giorni all'ospedale, ma quando uscii ero gi completamente ristabilito.
Commoventi furono le cure e le attenzioni di tutta la piccola colonia italiana di Ceylon. Primi fra tutti il ministro Cuneo e la cara signora, che ci ricolmarono anche in quell'occasione di gentilezze squisite.
Il giorno dopo essermi rimesso in piedi, mi immersi di nuovo al largo del porto. Catturammo due grossi pescecani di trenta chili ciascuno.
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Capitolo 12.
NELLA JUNGLA.
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Circa una settimana era trascorsa dopo il grave episodio del pescecane. E tre giorni dopo quell'avvenimento eravamo di nuovo in acqua al largo di Galle, impegnati a pescare.
Mr. B. e quasi tutti gli altri europei dei dintorni ci avevano accompagnati per vederci al lavoro.
E non li deludemmo: in poche ore riuscimmo a catturare circa due quintali di pesce.
Costellato di barche, ospitanti signore e signorine inglesi ed olandesi, con i vaporosi abiti di tulle e leggiadri ombrellini per proteggersi dal sole, lo scoglio di Adu Malu, quel giorno, offriva uno straordinario spettacolo. Ad ogni cattura, specialmente se si trattava di un pescecane, si alzava una vera ovazione, a premiare le nostre fatiche, tra lo sventolio dei fazzoletti velati e l'agitarsi degli ombrellini fioriti.
Aveva fatto da richiamo la nostra fama di cacciatori di squali, che ingigantita dagli ultimi avvenimenti, ci aveva reso popolarissimi in tutti gli ambienti europei di Ceylon. Le
nostre figure, per la pelle bronzata ed i capelli lunghi e schiariti dall'acqua e dal sole, destavano subito curiosit e attenzione.
In pochi mesi anche la considerazione degli indigeni era salita alle stelle. E mentre nei primi giorni di soggiorno a Galle ci venivano indirizzati ironici sorrisi e un codazzo di bambini ci accompagnava rumoreggiando alle spalle, ora un silenzio significativo accoglieva il nostro passaggio; sorprendevamo negli occhi della gente solo sguardi reverenti ed ammirati.
Molto lusingati, e presi dall'importanza che ci concedevano, avevamo cos preso inavvertitamente ad interpretare sul serio quella romantica parte di pescatori di squali che ci era stata assegnata, assumendo un'aria distaccata.
Nel pomeriggio di quel giorno, per, tutta l'allegra brigata dovette sgombrare velocemente, mentre il battello del pilota del porto ci correva incontro per affrettare il nostro ritorno. Oscurando il cielo da levante, avanzava velocemente verso di noi una tempesta che i barometri annunciavano violenta.
Poich ormai eravamo gi nel periodo di transizione e del cambio tra i due monsoni, la burrasca non giungeva inaspettata. Ma l'intensit della sua furia, scoppiata fortunatamente quando gi avevamo attraccato ai moli del porto, ci sorprese ugualmente. In poco pi di un'ora il mare, da calmissimo, si arruff in un ribollire indescrivibile di onde spaventose, gli spruzzi delle quali, misti agli scrosci della pioggia, inondarono in un baleno la piccola cittadina.
Dai cocchi, ai margini delle abitazioni, crollavano al suolo in tonfi sordi le grosse frutta gi mature, e si staccavano e volteggiavano nell'aria le lunghe foglie, simili a piume colossali. Lungo le strade correva ogni sorta di oggetti trascinati dalla velocit del vento e un rumore assordante si era sostituito al silenzio e alla quiete delle ore precedenti.
Ben protetti dalla premurosa ospitalit di Mr. B. sorseggiavamo gustosamente un buon whisky con soda, osservando, dalle comode poltrone, l'imperversare del mal tempo. Non pensavamo che in quel momento il monsone, abbattendosi sulla piccola Andura, andava sconvolgendo il nostro campo devastato, trascinandone via i rottami e i brandelli.
Paolo, infatti, imbarcatosi il giorno dopo sul Jay Bee per recarsi all'isola, in visita di controllo e per ritirare il materiale pi prezioso, torn con notizie disastrose. Quasi nulla era rimasto del nostro attendamento: sparso un po' dappertutto, il nostro equipaggiamento era andato quasi totalmente perduto.
Una tenda era svanita nell'aria mentre una brandina pendeva tristemente, a dieci metri dal suolo, dai rami nodosi di un albero del pane.
Avevamo cos perduto, senza possibilit di rinnovarlo, met abbondante del nostro patrimonio, Paillard compresa. Fortunatamente il materiale biologico raccolto nelle acque dell'isola, conservato ed incassettato, era salvo e Paolo lo riport indietro insieme ad altri oggetti.
Evidentemente, dato l'anticipo delle perturbazioni atmosferiche in quella stagione, si rendeva inutile un nostro ritorno ad Andura, mentre diveniva necessario lo spostamento della nostra attivit a nord di Ceylon.
Come futura meta pensammo di scegliere le isole a nord di Kalpitya, presso i banchi corallini che congiungono in una pericolosa barriera il continente indiano a Ceylon. Queste isole, basse lingue sabbiose completamente disabitate, rientrano nella zona perlifera governativa che, estendendosi per molte miglia d'intorno su bassi fondali, fa centro a Karativu.
Impazienti di visitare quelle acque, dove in aprile si verifica un intenso movimento di pesca delle perle,
avendo ricevuta assicurazione sulle condizioni ambientali del luogo, che sarebbero state molto favorevoli al nostro lavoro, decidemmo di raggiungerle subito con il Jay Bee e tutto l'armamento superstite.
Prima per di abbandonare definitivamente le zone che fino allora avevano visto le nostre gesta, decidemmo di concederci una vacanza turistica per visitare la jungla e i parchi nazionali vicini, che gi nei giorni precedenti avevamo esplorato brevemente.
Ora, attraversare zone selvagge in quei paesi non  cos semplice e facile come passeggiare in uno qualunque dei boschi europei e, a nostre spese, dovemmo impararlo ben presto.
Per raggiungere le zone savanose pi interne alle regioni forestali, comprendenti il largo territorio al di l di Yala, si rendeva per necessario un equipaggiamento assolutamente superiore alle nostre possibilit.
Ci consigliavano infatti, alcuni europei ivi residenti e pratici della zona, almeno due carri trainati da zeb e circa cinque persone tra guida e portatori, assolutamente indispensabili per poter tornare sani e salvi da quell'inferno verde in cui intendevamo penetrare. Conoscendo molto esattamente l'ammontare delle nostre risorse, non mostrammo di gradire troppo l'idea della carovana; ma d'altra parte, sapendo gi sufficientemente le difficolt che la jungla offre ai suoi visitatori, non si poteva pensare di poterci andare da soli. Ma superammo questa difficolt decidendo di viaggiare per via fluviale.
Scendendo quasi dal cuore di Ceylon infatti, nella regione selvaggia che ci interessava, scorre un vasto fiume, il Kumbukkan-Oya che scarica le sue acque fangose ad oriente di Yala e che sembra sia servito come punto di approdo ai pirati malesi del lontano periodo della dominazione portoghese.
La sua corrente, appena avvertibile, offriva una via facilmente superabile con i nostri canotti.
Presa quindi tale decisione non tardammo a realizzarla praticamente. Il nostro amico Mr. B., che iniziato da noi ai misteri della pesca sottomarina nutriva ora l'identica passione, si offr di accompagnarci verso il fiume con la sua macchina.
Caricati quindi i due canotti, la tenda superstite ed il materiale da cucina sulla sua Hilman, il giorno dopo il ritorno di Paolo salutammo i componenti della simpatica colonia bianca di Galle.
Ecco, ci annunci Mr. B., oltre questo punto il sentiero diviene impraticabile. E quasi ad avvalorare le sue parole l'auto prese a sbandare, slittando sul fitto strato di polvere.
La pista era terminata in un largo spiazzo circolare, limitato dalla vegetazione spinosa, sotto la quale, tutto rivestito dalle ninfee galleggianti, uno stagno resisteva all'ardore del sole.
Appena scendemmo dalla macchina quattro aironi bianchi si alzarono dalle sue acque allontanandosi in silenzio. Dei piccoli corrieri sgambettarono rapidamente sulla sponda dirigendosi verso il lato pi lontano. Un gran silenzio ci circondava nel caldo ancora soffocante della sera, mentre prendemmo ad estrarre le nostre cose dal bagagliaio della vettura.
Da quel punto avremmo seguitato a piedi, da soli, dirigendoci verso la foce del Kumbukkan, distante ormai non pi di tre o quattro miglia.
Avevamo lasciato Galle nelle prime ore del pomeriggio, con Mr. B., dirigendoci verso il parco nazionale di Yala, sul cui confine orientale scorreva il fiume da risalire. Percorrendo una strada tortuosa che in molti tratti costeggiava il mare e traversando
le solitarie piantagioni di cocco in mezzo alla foresta, dopo un centinaio di miglia, eravamo giunti al limite della riserva.
Con noi avevamo portato i due battelli di gomma, una tenda ed il materiale da cucina, cercando di ridurre ogni cosa al minimo indispensabile.
La strada finiva bruscamente, sostituita da una pista appena tracciata sul fondo del tomboleto che ci si annunciava davanti. Il mare non distava che poche miglia da quel punto, ma riusciva impossibile vederlo.
In questo primo retroterra l'ambiente era molto diverso dalla jungla vera e propria, che s'infittiva assai di pi nell'interno. La vegetazione appariva bassa, cespugliosa, spesso impraticabile per i rovi e l'intrigo spinoso delle cactacee, ma interrotta frequentemente da spiazzi irregolari ove, se non vi stagnava pi dell'acqua, si notavano facilmente le vecchie tracce di questa.
Su quelle basse distese paludose, che una striscia brillante di sale sedimentato incorniciava da ogni lato, migliaia di volatili si agitavano confusamente. Enormi, con il loro becco sproporzionato faticosamente sostenuto dal collo esile, galleggiavano i gruppetti dei pellicani, mentre i bianchi aironi, elegantissimi nella loro figura per quanto esageratamente longilinea, muovevano al rallentatore le lunghe zampe rosate. Sprezzanti, quasi sempre isolate, le aristocratiche gru erano le prime ad alzarsi in volo al nostro avvicinarsi. Sulla riva di alcuni laghetti, per lo pi minuscoli, formicolavano le graziose schiere dei piccoli trampolieri. Corrieri, combattenti, beccaccini, pavoncelle si confondevano allegramente, niente affatto spaventati dal nostro passaggio.
Man mano che procedevamo, per, meno rada diveniva la vegetazione, che prendeva un carattere cespuglioso. Un'erba alta e fitta circondava i laghetti,
molto meno frequenti in tale tratto, ma pi vasti e profondi.
In queste piane circondate dal bosco, animali pi grossi richiamavano la nostra attenzione, disperdendosi velocemente innanzi al cofano della nostra macchina. Ora, alzandosi precipitosamente dall'ombra ospitale di un sicomoro isolato, fuggivano i cinghiali in lunghe file saltellanti, davanti i maschi, dietro le femmine pi lente e infine venivano i piccoli, con il loro mantello da caprioli e con il loro buffissimo incedere. Ora, rizzando i capi graziosi dal pascolo, precedevano i cervi con una fuga precipitosa verso la selva vicina.
Vedemmo anche gruppi lontani di bufali selvaggi strettamente imbrancati, a volte col solo capo emergente dalle pozze fangose sparse nella savana.
Cos, in mezzo a quelle visioni movimentate e ad incontri tanto diversi, avevamo riempito quel tempo fotografando e filmando.
Ringraziandolo, salutammo infine Mr. B.; poi caricatici del bagaglio, ci avviammo con tutta calma lungo il sentiero che doveva condurci direttamente al Kumbukkan, seguendo le spiegazioni dateci.
Dopo tre ore di strada infatti, al tramonto, giungemmo a destinazione. Lungo il cammino, se si escludono gli allarmi causati da alcuni innocenti pavoni o galli della jungla, che si agitavano rumorosamente tra i cespugli vicini, non avemmo incontri sensazionali.
Il sentiero si arrestava improvvisamente ai margini di una valle che, declinando in una china leggera verso il letto del fiume, si apriva in un largo imbuto verso il mare che ora si poteva scorgere per un largo tratto.
L'improvviso aprirsi della vegetazione, che ci aveva oppresso per quasi tutto il tragitto, limitandoci la visuale e l'apparire di quel panorama, ci strapp un'esclamazione di gioia.
La luce del crepuscolo ammorbidiva e sfumava i colori della jungla e del mare. Una spiaggia interminabile si allungava uniformemente in quella curva. Ai nostri piedi, sul finire della distesa erbosa, a non pi di cinquecento metri, venendo gi dritto, dopo essersi aperto il passo nella jungla, segnando una striscia azzurrina di foscha, il fiume s'impantanava presso la foce in una serie di stagni irregolari che le dune dividevano dal mare. Nello specchio di quelle acque si riflettevano i colori accesi del sole che spariva.
Quel silenzio pesante, che la vastit della scena aumentava, la vista degli animali dispersi in basso, nella valle, quel completo senso di solitudine, di assenza di ogni traccia umana, ci faceva guardare a quella scena come ad un panorama di altri tempi.
Alla ricerca di un luogo per trascorrervi la notte, schiere di volatili sorvolavano il fiume. Procedendo furtivamente lungo la riva, senza accorgersi di noi, una banda di coyotes disturbava i trampolieri nelle acque basse. Lontano, dall'altro lato, oltre un branco di bufali accovacciati, una famiglia di elefanti, appena visibile contro la striscia della vegetazione al termine della valle, procedeva lentamente.
Quella sera non scendemmo verso il fiume, ma ponemmo il campo e accendemmo i fuochi sul limitare della selva.
La mattina seguente, appena dopo l'alba, ci affrettammo a partire. Smontata la tenda, gonfiammo i canotti sulla riva.
Uno di noi avrebbe trasportato l'equipaggiamento nel pi grande, mentre gli altri due avrebbero preso posto nel secondo battello; Presto scendemmo in acqua e prendemmo a remare.
La corrente non era forte, anzi appena avvertibile, e non era molto faticoso risalirla tenendoci lungo la
riva. Superata la piana che avevamo ammirato la sera precedente, ci inoltrammo, durante le ore pi calde, tra la vegetazione rigogliosa che si estendeva a nord. Sulle sponde, il groviglio fittissimo degli alberi, degli arbusti, dei rampicanti formava come due interminabili pareti verdi. Liane e sarmenti di ogni genere e grandezza, come robusti festoni, univano i giganteschi esemplari di baobab, sicomori, nagassi, banani che emergevano tra le cime delle altre piante. Il sottobosco era cos serrato e spesso che sarebbe stato impossibile attraversarlo. Il sole non riusciva a far pervenire un solo raggio di luce sul suolo umido della foresta.
A tratti irregolari, sull'una o l'altra riva, si apriva uno squarcio nella jungla e qualche ampia savana erbosa, gialla, riposante dopo l'oppressione di tanto verde, si allargava a livello delle sponde.
Non era difficile allora sorprendere gruppi di animali al pascolo, che subito ci affrettavamo a fotografare, approfittando del breve attimo di immobilit causato dalla sorpresa; poi, in un succedersi di fughe, di corse precipitose ed agili balzi, la zona si spopolava e solo gli uccelli alzatisi in volo rimanevano a testimoniare la vita forestale.
Nelle ore pi calde, quando la striscia d'ombra a ridosso delle rive non poteva pi proteggerci, ci accampavamo sulla sponda formandoci, a colpi di roncola, una specie di vano tra la massa compatta del fogliame. La sera, poi, ci fermavamo su uno dei tanti isolotti che ingombravano il placido corso del fiume e trascorrevamo la notte all'aperto.
Uno di noi, a turno, faceva la guardia per le eventuali e assai inopportune visite dei coccodrilli, anche se, durante quei primi giorni, malgrado la nostra attenzione, non ci fu mai dato di vederne. Misteriosi tonfi
sotto le ramificazioni fitte, sfioranti l'acqua presso la riva, tradivano tuttavia la loro presenza.
Cos, la mattina del terzo giorno ci sorprese mentre su una di quelle strisce di sabbia lasciate emergere dalla secca, ci preparavamo per una nuova giornata di navigazione.
Percorremmo molta strada quel giorno, e man mano che procedevamo in avanti assistemmo ad un graduale sfoltirsi della vegetazione. E mentre remavamo placidamente a pagaia, gi nelle prime ore del pomeriggio non ci circondava pi la jungla folta della mattina, ma la distesa assolata di una terra biancastra, tutta divisa da crepe profonde e ricoperta da macchie di cactus e cespugli spinosi, in aiuole irregolari.
Non si scorgeva un solo animale attraversare la zona, ma c'era unicamente il volo lento e maestoso di un centinaio di avvoltoi che aumentava la desolazione tutt'intorno.
Dalle rive, frequentemente, si gettavano in acqua numerosi serpenti, alcuni lunghi anche due metri, che costituivano lo sfortunato bersaglio di una nostra gara venatoria con la piccola pistola di Carlo. Quella sequela di tiri pi o meno centrati, doveva prepararci una brutta sorpresa. Sempre sparando a gara, giungemmo ad un'ampia curva, dopo la quale il fiume, riducendo la sua profondit, si allargava sui lati formando una serie di vasti stagni.
Ci mantenevamo al centro osservando il volo degli uccelli che vagavano sopra di noi in gran numero, quando vidi per la prima volta un coccodrillo.
Non era grande, forse era poco pi lungo di un metro e mezzo; la snellezza delle sue forme ce lo faceva riconoscere per molto giovane. Senza alcun preavviso ce lo trovammo sotto bordo, tanto vicino da poterlo toccare. Addormentato, somigliava davvero ad un piccolo tronco, secondo quella vecchia e trita immagine usata dagli scrittori di libri d'avventure.
Fermi! fui il primo a gridare. Un coccodrillo! e lo indicai a Carlo. Paolo ci seguiva un poco staccato sul canotto delle provviste; sul nostro non portavamo, oltre a poche cose di scarsa importanza, che le macchine fotografiche.
Non far rumore, che gli sparo, sussurr il mio amico, sporgendosi con la pistola.
Ma no! ribattei. Perch ucciderlo?
Per la pelle, spieg rapidamente, e senza perdere tempo punt il piccolo revolver sul capo del rettile ancora addormentato, facendo fuoco.
La reazione non tard a manifestarsi e per quanto brevissima non fu meno disastrosa. Contraendosi sotto il colpo ricevuto, forse non mortale, dato il piccolo calibro della rivoltella, l'animale sferr un poderoso colpo di coda contro il fianco del nostro battello. Gi indebolitosi dall'uso continuo degli ultimi mesi la tela gommata non resistette all'urto e un largo squarcio lasci sfuggire improvvisamente l'aria.
Preoccupati per le macchine, non cercammo minimamente di trattenere alla superficie il canotto afflosciato, che trascinato dal peso degli attrezzi del campo scomparve tra le acque torbide del fiume.
Sempre tenendo in alto gli apparecchi fotografici ci dirigemmo verso la riva, nuotando concitatamente per tema di imbatterci in qualche altro coccodrillo.
Paolo, in piedi sul battello, tutto sconcertato dallo svolgimento inatteso di quella scena, di cui non conosceva le cause, urlava intanto eccitato, chiedendoci spiegazioni.
Fortunatamente, senza nessun altro spiacevole incontro raggiungemmo la riva, e ben presto eravamo tutti e tre riuniti a considerare senza ottimismo quanto era accaduto.
Ci trovavamo ad una quarantina di miglia dal punto di partenza, ormai all'estremo del confine settentrionale del parco, con un solo canotto, che non poteva certo contenerci tutti e tre insieme al materiale, come unico mezzo per far ritorno.
Data la necessit di prendere subito una risoluzione non c'era che scegliere se dovevamo tornare col battello lungo il fiume, oppure tentare la via terrestre trasportando a spalla l'equipaggiamento.
La prima proposta implicava evidentemente l'abbandono della nostra attrezzatura da campo, preziosa ormai dopo il disastro ad Andura; la seconda, ci avrebbe costretto ad affrontare una via molto difficoltosa, e noi non avevamo neppure l'indispensabile per poterla tentare.
Tuttavia, dato che la perdita del rimanente materiale da campeggio avrebbe significato la fine di ogni nostra futura attivit, prevalse necessariamente la seconda soluzione, e cos, da quella sera, dovemmo rassegnarci a vivere l'esperienza degli intrepidi esploratori.
Mancandoci i sacchi per poter trasportare convenientemente il materiale, costruimmo una specie di portantina con alcuni rami ed un telo da tenda, che due di noi, a turno, avrebbero trasportato.
Tutta la sera procedemmo speditamente sul fondo duro di quella piana crostosa, seguendo l'andare tortuoso del fiume; verso le nove, raggiungendo le prime macchie, avanguardia della vicina foresta, ci accorgemmo di aver quasi ripercorso l'intera distanza coperta durante le prime ore di quel giorno con i canotti.
La mattina seguente, molto di buon'ora, affrontammo la jungla vera e propria, e di fronte alla reale difficolt di camminare in quell'intrico di rami perdemmo tutto il nostro ottimismo. Il pericolo maggiore
era costituito dalla facilit di perdere completamente il senso d'orientamento, mancando una bussola che potesse dirigerci. D'altra parte tante e tali erano le giravolte necessarie per superare alcuni ostacoli che riusciva praticamente impossibile mantenere la direzione giusta.
Ci accorgemmo in quel frangente come non eravamo decisamente tagliati per l'avventurosa carriera di esploratori, almeno a giudicare dall'assoluta insufficienza delle nostre cognizioni geografiche, ad eccezione di quelle che confusamente ricordavamo dal tempo dei nostri studi ginnasiali.
Riunendo tutte le nostre scarse nozioni cercammo di ricavarne le pi note e semplici regole generali al fine di ottenere presto e facilmente la strada di casa in qualsiasi frangente ci si trovasse.
La prima poggiava sulla diversa posizione del sole indicante i punti cardinali. Ma decidemmo presto che quel sistema doveva essere adatto limitatamente alle sole regioni temperate, dove il sole possiede sempre una certa inclinazione rispetto alla verticale, cos che  possibile regolarsi dall'ombra proiettata sul terreno.
Da quelle parti, invece, salvo che di mattina prestissimo e di tardo pomeriggio, il sole si manteneva costantemente a perpendicolo; picchiava dritto sui nostri caschi, sempre che riuscissimo a vederlo tra l'intrico fitto dei rami, in alto.
Un secondo indizio, come si sa,  il muschio sulla parte esposta a settentrione sulla corteccia degli alberi. Sarebbe stata certo un'indicazione molto utile, se si fosse potuto trovare il muschio, dopo essere riusciti a scoprire un pezzetto di corteccia nuda in mezzo a quel groviglio inverosimile di piante rampicanti, saprofite e parassite.
Le altre poche cognizioni in nostro possesso erano poi cos confuse che non trovammo di meglio che
affidarci al nostro istintivo senso di orientamento. Ma poich ciascuno, concedendo una particolare importanza al proprio infallibile istinto, pretendeva di guidare senza errori la carovana, dopo aver pazientemente sperimentato le doti personali di tutti e tre decidemmo che l'unica cosa da fare era di seguire il pi possibile il corso del fiume, almeno sino ai vicini confini del parco nazionale.
Cos, pur allungando la nostra strada, ottenemmo di non perderla del tutto. Penetrati poi che fummo nel parco di Yala abbandonammo il Kambukkan. Ma usando come punti di riferimento alcune rudimentali costruzioni, molto alte sugli alberi, che servivano da torri di osservazione e controllo, e i sentieri appena tracciati tra la vegetazione, raggiungemmo dopo tre giorni il primo bungalow a nord di Yala.
In tutto questo tempo avevamo percorso stentatamente una decina di miglia. Certo fece molto effetto la nostra comparsa presso quell'estremo rifugio settentrionale, dove alcune guide autorizzate ospitavano un gruppo di giovani turisti americani. Quando sbucammo dalla jungla, con le barbe lunghe, sporchi, e sudati, trasportando il nostro rudimentale palanchino sulle spalle, dovevamo sembrare usciti proprio da un'epica avventura.
Se non fosse stata per la nostra presenza in quel luogo e per il nostro aspetto, molto difficilmente avrebbero creduto al racconto delle faticose vicende di quei giorni. Le guide ci dissero in seguito che nessun cacciatore isolato si era mai spinto nella zona da dove provenivamo e che loro stessi non controllavano da lungo tempo, trovandosi al di fuori della cinta di protezione del parco. E in effetti, cessato l'incubo di quella terribile marcia forzata, ci rendemmo ben conto dei rischi che avevamo corso. Assuefatti ormai da tanto tempo alla
vicinanza del mare ed alla vita subacquea, non avevamo ancora
sperimentato veramente quella pesante temperatura tropicale. Sotto la volta spessa della foresta, che formava quasi sempre una specie di galleria, tra la rigogliosa vegetazione del sottobosco, che bisognava sfondare con i larghi coltelli, stagnava un caldo soffocante, umido, da bagno turco. Dal soffice terreno, ove strati di detriti vegetali si decomponevano rapidamente, esalava un tanfo penetrante, intenso, da stordire, simile all'odore inconfondibile emanato dalle belve negli zoo o nei serragli.
Con i piedi spesso immersi nell'acqua trasudante da zone di terreno torboso, grondavamo sudore come se una continua pioggia ci bagnasse. Con la pelle chiazzata da innumerevoli morsi spesso dolorosissimi, che ricevevamo da ogni sorta d'insetti celati tra le fronde, e irritata dalle piante urticanti, senza indumenti adatti, avevamo assaporato a saziet le emozioni della vita nella jungla.
Nemmeno quando la selva si apriva bruscamente per lasciare posto agli slarghi irregolari delle savane erbose potevamo tranquillamente accelerare la nostra marcia. Spesso, infatti, piccoli gruppi di bufali selvaggi vi pascolavano, ed era difficile sfuggire al loro controllo sospettoso. Una volta, quantunque nulla avessimo fatto per eccitare la loro irritabilit, incorremmo nelle ire di un branco di questi bestioni. Si traversava velocemente una savana, come sempre occupati a disputare sul problema dell'orientamento, quando avvistammo a circa cinquecento metri da noi sei o sette di tali animali, tra i quali si stringevano, malsicuri sulle zampe nodose, alcuni piccoli appena nati.
Tra noi ed il gruppetto rimaneva perfettamente immobile un grosso bufalo quasi nero, col capo abbassato ed i grandi occhi scuri fissi su di noi: evidentemente era il capo del gruppo. Assumemmo subito un'aria svagata fischiettando distrattamente, facendo
finta di non vederli neppure, seguendo insomma quella tattica che ci sembrava particolarmente indicata in un caso come questo.
Ma il bufalo part subito alla carica, imitato da alcuni tra i suoi compagni, mentre noi cercavamo velocemente scampo nella fuga. Fortunatamente, dopo un centinaio di metri il bufalone credette opportuno frenare d'impeto la sua corsa ed attendere l'arrivo dei suoi compagni per poi riprendere con loro, dopo un attimo d'incertezza, la carica furiosa. Quell'attimo fu sufficiente per permetterci di raggiungere il limite della foresta dove, abbandonato senza esitazione il palanchino con i nostri averi, ci rifugiammo alla svelta sul primo albero. Su quell'aereo rifugio attendemmo poi che i nostri nemici si stancassero di scalpitare di sotto, sperando che non se la prendessero con i nostri bagagli, che furono infatti rispettati.
Miglior fortuna incontrammo invece con gli elefanti che, sempre molto timidi, non si facevano mai avvicinare a breve distanza, ma che riuscimmo ugualmente a riprendere in foto suggestive. Anzi ci tocc la fortuna d'incontrare uno di quei camminamenti tracciati da questi animali durante i loro spostamenti da un torrente o da un pantano all'altro, che per un lungo tratto ci facilit la marcia.
I buoni bestioni, sempre alla ricerca di nuove zone, di ricchi pascoli e di acque ristoratrici, sono utilissimi per gli indigeni abitatori dei boschi, appunto per questa loro utilissima capacit di aprirsi un varco sul terreno pi difficile. Ci raccontava in seguito un ingegnere inglese accreditato presso il governo di Ceylon per la realizzazione di un progetto riguardante una grande arteria di comunicazione, che sulle colline ed i rilievi montagnosi dell'interno, tracciando il percorso di questa nuova autostrada aveva pi volte seguito il sentiero degli elefanti, abilissimi nella scelta dei valichi pi
bassi e in tutto fedeli alle regole tecniche nel superare i maggiori pendii.
Una mania che scoprimmo in questi animali era sicuramente rappresentata dal bagno. O nell'acqua del fiume o in quella di una pozzanghera era facile vederne qualcuno che si rotolava felice; in mancanza d'acqua li vedemmo rotolarsi nella polvere.
Una cosa che ci meravigli per fu la rapidit con cui si allontanavano appena ci avevano avvistato, ad un'andatura che un cavallo avrebbe stentato a seguire. Ma ci che ancor pi ci stup fu il passo di quei pachidermi, quasi completamente silenzioso. In confronto al rumore che provocavamo noi nel calpestare rami, foglie e cespugli, sembrava che quelli se ne andassero su di una strada asfaltata.
Quei simpatici bestioni vivono socievolmente in branchi di dieci, quindici, venti individui, e queste famigliole tengono tanto alla loro intimit che impediscono a qualsiasi altro elefante appartenente ad un altro gruppo di unirsi al loro. Se infatti un elefante avesse la disgrazia di rimanere unico superstite della sua schiera, o se ancora tornasse libero dopo la schiavit inflittagli dall'uomo, non potrebbe mai unirsi ad un branco, ma dovrebbe menare vita solitaria. Gli sarebbe s permesso di pascolare vicino ad un'altra famiglia, di frequentare le medesime pozzanghere, gli stessi abbeveratoi, ma dovrebbe seguire sempre il gruppo a buona distanza, perch se si arrischiasse a penetrare o ad insinuarsi tra gli altri, verrebbe subito da tutti percosso. Col passar del tempo  logico che questi esemplari costretti a tale vita comincino ad irritarsi e, dopo un certo periodo, divengano furiosi e cattivi, trasformandosi in quei terribili cogues che sono appunto gli elefanti solitari.
In Ceylon mentre i branchi sono protetti dalle leggi a difesa del patrimonio faunistico, si d invece
una caccia spietata a questi elefanti reietti che le abitudini della loro societ hanno reso crudeli. E proprio nei giorni del nostro soggiorno mor presso Palatu-pana un fotografo europeo che si era troppo avvicinato ad uno di questi bestioni. Noi per non ne incontrammo mai.
Pur essendo cos prudenti e pavidi da fuggire precipitosamente ad ogni minimo allarme, mentre mangiano si abbandonano ad uno strepito infernale, emettendo sonori barriti e brontoli, sguazzano con le enormi zampe nei pantani, schiantando grossi rami, rovesciando tronchi e devastando per buon tratto la foresta.
Quando fummo sorpresi per la prima volta da un simile fracasso tememmo per un po' che un gruppo di questi animali si stesse aprendo il passo nella foresta per rovinarci addosso. Poi scorgemmo solo quattro bestioni che accompagnati da un piccolo esemplare stavano felicemente pranzando.
Non so poi descrivere a pieno la devastazione lasciata nel bosco tra la lussureggiante vegetazione, dopo tali banchetti. Intorno ad uno spiazzo perfettamente livellato dal calpestare dei pesanti zamponi, alberi, cespugli, liane, tutto  distrutto, divelto, rovesciato come se un'immane tempesta avesse sconvolto quella zona limitata.
Ci si immagini come riesce utile questa incalcolabile forza, una volta che questi pachidermi siano addomesticati e seguano docili i comandi dell'uomo.
Cos, allo sforzo estenuante di una marcia tra quelle selve infinite, al dolore di mille punture, al calore insopportabile, si contrapponevano questi insoliti spettacoli di un mondo fantastico, dove la natura sembra impazzita: il bello si unisce all'orrido, tutto  pieno di contrasti e di imprevisti. Animali feroci vivono in mezzo agli esemplari pi
splendidi di orchidee; stranissimi volatili dal piumaggio sgargiante, come gli ar, i choradeira, i piccoli trochilidi, si scorgono tra l'intrico dei rami.
Mille trappole implacabili tese ai piccoli animali della foresta si ornano di vistosi colori, di originali forme, di attraenti profumi. Il pericolo dei morsi, delle punture dolorose  nascosto dappertutto, nei luoghi pi impensati; ma il fascino del nuovo, dell'inatteso, di cento spettacoli meravigliosi supera, in chi penetra nella jungla, ogni esitazione e titubanza.
Dal bungalow, dove eravamo capitati, unendoci al gruppo degli americani, riprendemmo la via del ritorno, a piedi fino al santuario di Yala, poi in macchina. Cos, dopo una decina di giorni di assenza rientravamo a Galle presso i nostri amici.
Immergendoci di nuovo nel mare, innanzi alla punta del forte olandese facemmo il nostro ultimo bagno in quelle acque. E malgrado tutto, l'ambiente marino ci parve ancora il pi fantastico, il pi bello.
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Capitolo 13.
IL MOVIMENTATO ARRIVO A KARATIVU.
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Dunque, signori, ci spieg Mr. S., del dipartimento di pesca di Ceylon, la riserva governativa per le ostriche perlifere si estende appena a nord di questa penisola che, come vedete, separa dal mare la vastissima palude di Puttalam, nota anche come "stagno dei coccodrilli" per l'abbondanza straordinaria di questi animali. Dalla punta di questa lingua di terra si adagiano, su un fondo oscillante intorno ai trenta o quaranta piedi, i banchi perliferi, localizzati disordinatamente, ma facenti pi o meno centro negli isolotti di Karativu e Dutsch, ove potrete accamparvi. Nel villaggio vicino, Kalpitya, potrete esibire all'ufficio di polizia questo permesso, che vi dar possibilit di pescare le ostriche anche durante il periodo attuale, a stagione chiusa.
E porgendoci il foglio si alz per congedarci.
Lo ringraziammo sentitamente ed uscimmo nella strada. Ci separammo l da Paolo, il quale attendeva solo quel momento libero per correre presso la sua bella dai capelli rossi, che fedelmente lo attendeva fin dai primi giorni di gennaio.
Colombo, a rivederla dopo un cos lungo periodo di assenza, suscitava naturalmente impressioni ben diverse da quelle dei giorni del nostro arrivo. Nessun interesse ormai ci destavano le strane variet di frutta esposte sciattamente dai miseri rivenditori, n i costumi bizzarri degli indigeni o i graziosi, multicolori sari delle donne.
Senza curiosit, seguivamo il passaggio dei preti buddisti nella loro tonaca color canarino, o le mal celate forme delle donne tamil, cariche di cento ornamenti. Con un sorrisetto di superiorit notavamo i prezzi esagerati pagati per un casco di banane, un cochanauth d'acqua o degli ananas, dai turisti appena scesi dalle navi: ci sentivamo come dei vecchi sour-doughs in presenza di ingenui chechaquos.
Procedendo lungo Church Street scendemmo lentamente verso il porto, ove avevamo ancorato il Jay Bee.
Due giorni prima, poco tempo dopo il nostro ritorno dalla escursione nell'interno, avevamo definitivamente abbandonato Galle, separandoci a malincuore da tutte le ottime persone del luogo, che tanto generosamente ci avevano aiutato nei brevi periodi di soggiorno in quella citt.
Sempre costeggiando, in due giornate, favoriti da un ottimo vento e col motore che non s'abbandonava a troppi capricci, avevamo raggiunto Colombo, dove, avremmo sostato per gli ultimi preparativi prima di spingerci a nord.
Cogliemmo l'occasione per affidare la Paillard ad un tecnico locale, che avrebbe potuto spedirla a Bombay, dove forse si sarebbe potuto tentare la riparazione in breve tempo. Era nostra intenzione raggiungere al pi presto le isole settentrionali di Kara-tivu e Dutsch, ove volevamo eseguire alcune osservazioni sulla pesca delle perle.
Mentre procedevamo lungo il corto molo in legno, avvicinandoci al battello, pensavo con dispetto a quel cascamorto di Paolo che riusciva a squagliarsela ogni volta che c'era qualcosa di seccante da fare. Il pensiero di dover sistemare per l'ennesima volta la barca, approntare il motore, far miracoli per lasciar spazio a prua, onde permetterci di riposare durante il viaggio, lavorare insomma a tutte quelle piccole cose che ci erano divenute abituali, mi empiva di noia e cercavo tra me e me un pretesto per scaricare sulle spalle di Carlo l'intera faccenda.
Il pretesto si present inaspettatamente nelle leggiadre sembianze di Miss R. G., attiva segretaria del Club nautico europeo e da noi conosciuta durante le feste natalizie, la quale, evidentemente di ritorno da una gita sulla sua star, stava salendo le scale della dogana.
Con una scusa qualsiasi piantai in asso Carlo, che non l'aveva veduta, e raggiunta la signorina le manifestai il mio piacere nel rivederla.
Pi tardi, ci recammo in macchina a pranzare nell'elegante Mount Lavinia, ove ci unimmo a Paolo e a Tony, la rossa fedelissima, sedendoci allegramente allo stesso tavolo su una veranda ben ventilata; scegliendo pigramente nella lista le delicate pietanze locali, raccontammo alle due graziose signorine le nostre ultime avventure. Ci sentivamo pienamente soddisfatti.
L'unica cosa che turbava quel piacevole svago era il pensiero del povero nostro amico, certo sudato e imprecante, che a bordo del Jay era occupato senza posa a caricare acqua e provviste per la prossima partenza. Gli avevamo giocato proprio un brutto tiro.
Stavamo progettando, senza grande impegno, a dir la verit, di andarlo a prendere quando lo vedemmo spuntare sorridente dal salone, dietro la veranda. Inconfondibile per quei capelli
schiariti dal mare, in un irreprensibile gabardine grigio, col casco di seta sotto il braccio, nell'insieme elegantissimo, venne avanti chiacchierando amabilmente con tre splendide fanciulle dal sorriso radioso.
Ci pass vicino, dietro un cameriere che gli apriva la strada e dopo averci salutato con un Ehi! ragazzi! Anche voi qui? si sedette con aria distratta ad un tavolo prenotato, dividendosi poi senza parzialit tra le sue giovani amiche.
Quando uscimmo non lo salutammo neppure.
Salpammo all'alba del giorno seguente e passando a poppa della Sidney ancorata presso l'imboccatura, superammo l'ultimo molo del porto verso il mare aperto.
Per tre giorni consecutivi tenemmo il mare navigando a vista, senza permetterci neppure una puntatina a terra, immersi in una noia mortale: certamente il piccolo Jay, con i suoi cinque metri di lunghezza e ricolmo di provviste, non offriva molti conforti per traversate cos lunghe.
La mattina del quarto giorno giungemmo cos all'altezza della penisola di Puttalam. Soddisfatti, pronosticammo, un po' troppo in fretta, che saremmo arrivati a Karativu in serata.
Durante la navigazione avevamo goduto di numerosi spettacoli interessanti.
Gi poche ore dopo aver lasciato Colombo eravamo capitati nel mezzo di una foltissima flotta di delfni, cos numerosa da costituire un avvenimento eccezionale. Non molto grandi, in numero di tre o quattrocento, giocavano agilmente intorno a noi, cogliendoci di frequente con gli spruzzi dei loro tuffi disordinati. Ci accompagnarono per lungo tempo, sfiorando a volte il legno della barca, infine, sempre in allegra
confusione, ci lasciarono poi per allontanarsi verso terra.
Pi tardi, sempre nello stesso giorno, cogliemmo di sorpresa un gruppo addormentato di una ventina di tartarughe di ogni dimensione che si dondolavano in superficie al calore del sole. Quantunque le avessimo avvistate in tempo e Paolo ed io ci fossimo gettati in acqua con gran cautela non ci riusc di catturarne neanche una.
Il giorno seguente, gi dalle prime ore del mattino, un gruppo di sette carcarie di media grandezza, che ci lasciarono solo per seguire una grossa imbarcazione indigena che ci incroci.
Cercammo invano di sparar loro qualche colpo di arpione dalla barca, ma non si avvicinarono mai abbastanza.
Verso sera, invece, riuscimmo a cogliere un piccolo esemplare isolato che si era portato proprio sotto la nostra imbarcazione. In seguito ne avremmo potuto sorprendere ancora qualcuno se non avessimo desistito per l'inutilit della cattura.
Assolutamente ridicoli risultarono invece i nostri tentativi di afferrare per la coda, con le mani, qualche piccolo squalo, come avevamo letto nelle pagine che narrano la splendida impresa del Kon-Tiki. O dalla zattera la cosa riusciva pi facile, o noi non eravamo molto abili. In tutti i modi concludemmo che gli squali del Pacifico erano molto meno intelligenti e scaltri di quelli dell'Oceano Indiano.
Non cos potevamo parlare dei graziosi pesci pilota che incontravamo sulla nostra rotta in branchi numerosissimi. Era cos facile catturarli con l'amo, e tanto rapidamente abboccavano a qualsiasi tipo di esca che decidemmo di catturarli senza bisogno di questa. Dopo due ore di
accanitissima gara Paolo ottenne la vittoria e per premio ottenne di saltare il suo turno al timone avendo pescato cinquantuno sgombri contro gli ottanta catturati complessivamente da Carlo e da me.
Una grande sorpresa provammo alla vista dei pesci volanti, che come affermano le descrizioni degli ittiologi, possono compiere facilmente con un sol balzo parecchie decine di metri fuori dall'acqua. Ma i temibili concorrenti, in questi autentici voli dei fly-fisches, sono i beloni le aguglie imperiali. Saettando orizzontalmente sopra la superficie li vedemmo compiere dapprima una ventina di metri, quindi piazzandosi nettamente in senso verticale, darsi la spinta con la coda per un ulteriore tratto e cos, passando successivamente dalla posizione primitiva alla verticale e viceversa, riuscire a coprire considerevoli distanze.
Durante i primi tre giorni il tempo si era mantenuto ottimo ed un vento costante per direzione ci aveva spinto comodamente sulla giusta rotta. Ma nel pomeriggio del quarto giorno, quando ormai avevamo interamente superato la penisola di Puttalam ed eravamo a poche miglia da Karativu le condizioni cominciarono a cambiare.
Dopo una completa caduta del vento, che dur qualche ora, e che ci spinse inutilmente a tentare di avviare quel bizzarrissimo motore, alcune brezze sorvolanti pesantemente il mare e provenienti da terra ci annunciarono il cambiamento.
Sulla striscia di sabbia della penisola orlata di verde dalle palme, s'andava addensando rapidamente un'interminabile fila di nuvole provenienti dall'entroterra. Sospinte da un vento continuo, di cui noi subito non avvertimmo la regolarit,
copersero velocemente un largo tratto di cielo e presero a sfilarci sopra la testa. Con un accavallarsi confuso, i nembi oscuri e bassissimi occuparono in breve tempo l'intero orizzonte, rendendo debole la visibilit.
Il vento impetuoso, irregolare, tutto spezzato in sfuriate violente e singulti improvvisi, prese ad increspare vivacemente la superficie del mare spingendoci ad ammainare in tutta fretta ed a mettere in azione i remi per mantenere la rotta. Carlo intanto armeggiava affannosamente intorno al motore immobilizzato da una delle solite panne.
Le onde ingrossarono a vista d'occhio e il Jay cominci a ballare poco allegramente, inclinandosi in tutti  sensi.
Abbondanti spruzzi presero ad entrare sopra bordo e fummo costretti a distendere il telone di copertura sulla parte non pontata della prua per ridurre al minimo l'entrata dell'acqua.
Paolo mi lasci i remi e corse ad aiutare Carlo, che bestemmiava senza ritegno lanciando insulti a tutti i motori del mondo.
Le candele sono pulite, la batteria  carica, il carburatore  a posto! urlava svitando ed avvitando nervosamente. L'abbiamo fatto rivedere pezzo per pezzo si pu dire, e 'sto schifoso non vuole avviarsi.
Passammo cos ancora due ore, finch il sole spar lentamente dietro l'orizzonte e piombammo con disperazione nella pi completa oscurit.
Il mare era ingrossato ancora e cominciammo a preoccuparci. Il Jay Bee era un battello molto solido, dotato di doppio fasciame e costruito con buon materiale. Ma lo sforzo continuato a cui l'avevamo sottoposto durante tutto quel tempo ne aveva indebolito la struttura e da qualche tempo l'acqua aveva preso a filtrare attraverso alcune sconnessure. Ora ne imbarcavamo dell'altra da sopra bordo e ci poteva riuscire
pericoloso per la batteria, piazzata in basso, appena sopra i paioli. Si aggiunga il forte carico di provviste, specie dei cocchi d'acqua, e si comprender in quale infelice situazione ci trovassimo.
Finalmente, preceduto da alcuni scoppietti simili a starnuti, il motore si avvi, fra le nostre esclamazioni di sollievo.
Ma la situazione non era mutata di molto. A causa del buio pesto che ci attorniava ci era ormai impossibile dirigerci a terra per cercarvi un rifugio. Cos, faticando continuamente a togliere acqua, col motore che funzionava solo a tratti, cercammo di non allontanarci troppo dalla posizione controllata al tramonto. Passammo lunghissime ore nella completa oscurit, assordati dal rumore del mare che, con quel buio, sembrava ancora pi minaccioso.
A met della notte poi, il motore ci abbandon del tutto e dovemmo rimetterci ai remi. Finalmente, dopo quella notte eterna, arriv l'alba, e la luce rialz il nostro morale.
Ci rendemmo conto subito di non esserci spostati di molto dalla rotta e potevamo scorgere ancora chiaramente Karativu, a circa tre miglia da noi, comparire e scomparire dietro la cresta delle onde.
Il mare si era ingrossato ancora e, pel vento che rinforzava, non dava adito a pronostici ottimisti; durante la notte non aveva piovuto affatto, ma una pioggerella sottile cominci proprio allora a cadere sulle nostre teste.
Decidemmo di avvicinarci all'isola quanto prima ed a questo scopo alzando un piccolo fiocco di fortuna, cominciammo a bordeggiare. Ma ricevendo le onde di tre quarti, sotto la spinta della vela, aument la quantit dell'acqua imbarcata.
Non so quanti secchi ne scaricammo fuori. Stanchi, abbrutiti
per la lunga fatica e l'apprensione dell'intera notte, dopo alcune ore riuscimmo ad arrivare a poche tese dall'isola.
Karativu ci apparve subito molto bassa, sabbiosa, con pochi arbusti abbarbicati alla sommit delle dune; ma intorno al litorale c'era la solita barriera di corallo, contro cui si frangeva il mare.
Nelle condizioni di vento in cui ci trovavamo non c'era molto da scegliere: o ce ne andavamo o le correvamo incontro senza esitazione. Scorto un punto in cui ci sembrava che la linea di corallo s'interrompesse, a giudicare dalla minore irruenza delle onde, scegliemmo la seconda soluzione e puntammo decisamente verso la spiaggia. In ogni caso credo che pur di mettere piede a terra avremmo affrontato qualsiasi rischio.
Stretto il fiocco, sistematici addosso gli apparecchi fotografici nelle borse impermeabili, avanzammo obliquamente verso la barriera. Piombammo velocemente in mezzo al ribollire violento dei cavalloni ed immediatamente le nostre speranze di passare incolumi scomparvero. Toccammo dapprima leggermente una, due, tre volte ed infine, ormai gi entrati nella parte interna della barriera, cozzammo violentemente col centro della chiglia. Sfondata una tavola, l'acqua irruppe dentro a flutti.
Una sequela di cavalloni ci disincagli immediatamente. Ci fu un altro grave urto a poppa, che rovin il condotto dell'elica, e la barca semiaffondata si adagi pesantemente sul fondo sabbioso del canale.
Scavalcato il bordo scendemmo nell'acqua bassa e camminando verso la spiaggia ci trascinammo appresso l'unico canotto rimasto.
Sulla sabbia, stretti l'uno contro l'altro, al riparo del canotto rovesciato, senza pi occuparci minimamente delle sorti dell'infelice Jay Bee, finalmente ci addormentammo saporitamente.
Cosa fate qui? Cosa fate qui? Cosa fate qui?
La domanda mi tormentava nel dormiveglia ed invano tentavo di farla tacere, di allontanare quella voce molesta. Infine, con uno sforzo doloroso apersi gli occhi e mi tirai su lentamente.
La voce apparteneva ad un giovane singalese che rivestiva l'uniforme di graduato della polizia, con baden powell sul capo, calzoncini corti e calzettoni del tipo singalese. Lo fiancheggiavano due tipi originali: alla sua sinistra sorrideva stupidamente un indigeno in borghese col solito dooti e giacchettella striminzita, mentre alla sua destra, tanto basso che per quanto seduto per terra, gli giungevo all'altezza del petto, un altro poliziotto dal viso terribile e baffuto sotto il cappello troppo grande ci fissava con fiero cipiglio. Tra le braccia, all'altezza dei fianchi, sosteneva un fucile lunghissimo, simile al nostro 91 puntandocelo risolutamente in faccia.
Ancora mezzo addormentato mi strofinai gli occhi, e guardando interrogativamente il gruppetto cercai di riordinare le idee.
Cosa fate qui? chiese di nuovo il graduato.
Dietro di loro, arenata presso la spiaggia, scorgevo una grossa lancia a motore. Cercai nel canale il Jay e lo vidi semiaffondato, a breve distanza dalla riva. Mi ritornarono alla mente i pericolosi istanti attraversati poche ore prima e allora m'invase una grande amarezza per il danno subito.
Cosa fate qui? torn a chiedere pazientemente il brigadiere. Evidentemente doveva essere di grande importanza per lui il sapere cosa stessimo combinando su quella spiaggia.
Non lo vedete? Abbiamo fatto naufragio, risposi sgarbatamente.
Le nuvole erano sparite dal cielo ove splendeva un
sole micidiale; ma un vento potente continuava ad agitare il mare.
Il tono della mia risposta non scoraggi il bravo poliziotto.
Chi siete? Da dove venite?
Italiani. Arriviamo da Napoli.
Le mie parole lo lasciarono alquanto perplesso.
Da Napoli? ripet con stupore sospettoso: mi sorse il dubbio che non sapesse nemmeno dove si trovasse quella citt. In tutti i modi si fece pi gentile e scostando la canna del fucile che il suo piccolo compagno teneva ancora puntata su di noi, ci spieg che quella era una zona riservata per la pesca delle perle e non era permesso girare per quelle acque durante quella stagione.
Per tutta risposta cercai nelle tasche il mio fradicio portafoglio e tirandone fuori con delicatezza il lasciapassare rilasciato a Colombo glielo porsi silenziosamente.
I miei due amici dettero finalmente segno di vita, e stiracchiandosi cominciarono a sbadigliare vigorosamente per nulla incuriositi da quanto succedeva.
Leggendo la carta ed apprendendo che tutto era in regola, lieto ed eccitato d'avere a che fare con degli italiani, esemplari un po' rari per quelle regioni, ci sorrise radiosamente restituendomi il foglio con un perfetto saluto e dichiarandosi a nostra disposizione.
Gli spiegai la situazione e gli feci capire come urgesse per prima cosa alleggerire il battello del materiale e vedere poi cosa ci fosse da fare per la barca affondata.
Approv l'idea e togliendosi la camicia si accinse ad aiutarci. Cos, trascinandoci dietro il minuscolo fuciliere ancora col fucile tra le mani, ci mettemmo a scaricare il misero Jay Bee. Ci accorgemmo subito che quantunque il battello non avesse subito danni
gravi non c'era sul momento molto da fare. Ma tre giorni dopo, al ritorno della lancia della polizia, col mare calmo, lo rimettemmo presto a galla. Solo l'asse di trasmissione dell'elica aveva ricevuto un colpo troppo forte; conseguentemente non si sarebbe potuto usare il motore, dato che non c'era certo, nei dintorni, una officina attrezzata.
A scarico avvenuto, premiammo le nostre fatiche stappando una bottiglia di rhum, che contribu a cementare la nostra novella- amicizia con la polizia locale.
Apprendemmo cos come anche quei poliziotti, di ritorno da una missione presso le coste di Silavaturai, erano stati sorpresi dalla burrasca e si erano ancorati a poca distanza dal punto dove eravamo capitati noi. Da l avevano sorvegliato ogni nostra mossa e ci avevano raggiunto per accertarsi con chi avessero da fare.
L'appoggio dei sorveglianti della zona perlifera ci fu molto utile, specie in quei primi giorni, per una conveniente sistemazione. Sulla grossa lancia compimmo il periplo dell'isola, cercando un luogo conveniente per piazzare il campo.
Ci sistemammo a sud, presso una baietta appena accennata, all'ombra di alcuni arbusti che per il soffiare di certi venti costanti si erano sviluppati solo da un lato.
Ridotto ormai ad una sola tenda, il campo riusc molto meno confortevole di quello alzato ad Andura e non perdemmo molto tempo per sistemare i nostri effetti.
Karativu  un'isoletta stretta e lunga, di natura completamente sabbiosa; di solito  del tutto disabitata e priva di qualsiasi coltura. La vegetazione si riduce ad una
specie di folto tomboleto, cespuglioso, senza alberi di forte sviluppo, abbarbicato sulle dune, nella parte interna. Non c' acqua n passaggio di pescatori.
Ma l'isola si rianima quando, nei mesi di maggio e giugno, si apre la stagione autorizzata per la pesca delle ostriche. Allora, proveniente dalle coste meridionali dell'India, in particolare da quelle del Malabar, una flottiglia d'imbarcazioni popola quegli specchi d'acqua. Costruendosi delle rudimentali capanne, delle quali trovammo tracce presso il nostro accampamento, gli equipaggi si sistemano a Karativu e a Duscht per il breve periodo della pesca. Poi ancora sul finire della notte le svelte imbarcazioni di costruzione indiana, poco pi lunghe del nostro Jay ma assai pi sottili, salpano verso le zone di raccolta. In ogni canoa, quattro, cinque ed anche pi sommozzatori preparano i loro strumenti per le immersioni: un paio di occhialetti di tipo giapponese con la montatura in legno, un grosso coltello sul fianco nudo, una corda ed un paniere appesantito da alcuni sassi compongono il loro equipaggiamento. Altri, eliminando il canestro, scendono provvisti di una piccola rete intorno al collo che riempiono di molluschi man mano che li prendono. Subito ha inizio la lunga serie di immersioni che durano quasi ininterrottamente sino al calar del sole e che riempiono le barche di una ragguardevole quantit di bottino.
Il pescatore, in quelle localit, non  costretto a delle discese molto profonde, dato che il fondo non supera mai i dieci o i dodici metri, ma la loro durata che si protrae normalmente per un minuto e mezzo, e il loro ripetersi continuo lo sfibrano rapidamente. Alla fine della stagione, magro, sfinito, con le orecchie ed il naso in brutte condizioni e soggetto a continue emorragie, con l'apparato respiratorio in disordine, va a trascinare la sua esistenza
tra una bettola e l'altra sperperando i magrissimi guadagni ed attendendo l'ingaggio per il seguente periodo di pesca.
Basta pensare, per aver un'idea delle condizioni in cui si trovano quei pescatori, alla durata media della loro vita: difficilmente raggiungono la quarantina, ma gi una decina di anni prima termina la loro carriera.
I loro guadagni, per altro, non sono affatto elevati. Una volta pescate, le ostriche vengono portate sui mercati generali di Karativu, un villaggetto sul lato orientale della baia di Puttalam, dove vengono essiccate ed aperte per cercarne il prezioso contenuto, oppure vengono vendute ancora chiuse e fresche in una specie di asta. In tutti i casi solo il sessanta per cento del ricavato spetta ai proprietari delle imbarcazioni, mentre il rimanente viene incassato dall'amministrazione governativa. A conti fatti, nemmeno il quattro per cento del guadagno totale va ad ingrossare le tasche del misero pescatore.
Il fondo ove avviene questa annuale, spaventosa ecatombe di ostriche non  molto bello e non possiede la variet di colori e forme che s'incontrano presso la barriera corallina.
Sotto un'acqua che i detriti provenienti dal vicino stagno dei coccodrilli e dai fiumi fangosi sfocianti non lontano rendono poco chiara, riducendone la visibilit a cinque, sei metri, si allarga questa zona di sfruttamento il cui centro  spostato di qualche miglio a occidente di Karativu.
Il fondo marino si presenta tutto accidentato, diviso in un'infinit di crepe e canali di scarsa profondit, costituito da un miscuglio di rocce a volte dure a volte friabili, alternate con ampie distese piane su cui un'erbetta bassa e simile a muschio, ricopre la fanghiglia. Sopra i fianchi rocciosi, in straordinaria abbondanza, vivono le ostriche perlifere.
E i pescecani? c'informammo con aria sorniona presso un nostro gentile informatore, che trent'anni di sovraintendenza a quel lavoro in diverse localit orientali avevano reso espertissimo.
I pescecani, ci venne spiegato, sono, s, assai temuti presso tutti i pescatori, e basta che il grido di "mora, mora" risuoni nella zona di pesca perch in breve ogni sommozzatore rientri precipitosamente in barca attendendovi spesso a lungo il cessato allarme; ma in complesso non hanno mai dato gravi fastidi. Presso i pescatori circolano delle storie veramente terrificanti di disgrazie dovute agli squali, anzi non esiste equipaggio che non vi giuri e spergiuri di aver assistito alla morte di un compagno di lavoro per opera di queste tigri del mare. Ma non solo gli squali sono reputati autori di questi crimini, molti altri animali vengono forse molto pi temuti ed odiati. Le grosse cernie, per esempio, non godono di una reputazione precisamente rispettabile. Nel loro caso infatti si racconta di uomini interi ingoiati o spezzati in due con la massima facilit. Provate appunto a pescarne una e portatecela a Kalpitya e vedrete le accoglienze che vi saranno fatte. Degne loro compagne in queste orge di ferocia sono riconosciute le murene, che in queste zone raggiungono grandezze ragguardevoli. Ma gli animali che io stesso credo capaci di recar danno sono senz'altro i "pesci-scorpioni" e i "barracuda". Coi primi,, come saprete, basta un contatto accidentale per riceverne una dose di veleno veramente pericolosa, e ci riesce facile quando si rovista sul fondo un po' alla cieca come fanno i pescatori.
Dei secondi, devo dire che in questi lunghi anni ho visto con i miei occhi ferite imputabili sicuramente a loro e che, se non mortali, erano gravi di certo.
Poi, rispondendo ad una nostra precisa domanda sull'argomento che pi ci interessava aggiunse: No,
non ho mai assistito personalmente a disgrazie causate dagli squali. Per pi volte, se ben ricordo, vennero riportati a galla cadaveri di pescatori che recavano sicure tracce di morsi di pescecani. Ma ci avveniva due o tre giorni dopo la scomparsa della vittima e sullo specchio di acqua ove era avvenuta tale sparizione. Siccome la morte- dovuta a malore non  rara tra i sommozzatori, specie fra i pi anziani, e siccome in quei casi il corpo non era stato trascinato via, io penso, certo senza assoluta certezza, che i morsi siano stati inferti in epoca posteriore al decesso.
Cos anche in quella zona ove ci accingevamo a lavorare circolavano storie tremende intorno agli squali; ma non c'era alcun testimone degno di fede ad avvalorare i tragici fatti narrati.
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Capitolo 14.
LA PESCA DELLE PERLE.
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Te ne accorgi, Franco, mi disse Paolo togliendosi il boccaglio, come anche qui spinge la corrente?
Lasciamoci trasportare lungo la barriera, gli risposi da vicino. Poi, quando saremo stanchi, ci butteremo verso terra e ce ne torneremo lungo la spiaggia.
Dopo due giorni di maltempo il mare si era calmato e ne avevamo approfittato per recarci tutti e tre a cacciare un po' di pesce per la cena.
Ma appena usciti dalle acque riparate, innanzi all'accampamento oltre la barriera corallina, all'altezza dell'angolo sud-orientale dell'isola, una corrente vigorosa ci aveva preso alle spalle, trascinandoci parallelamente alla spiaggia.
Io, munito di Robot, seguivo Paolo con l'intenzione di riprendere qualche scena di caccia. L'acqua, per lo sconvolgimento dei giorni precedenti, era ancora torbida ed a quattro, cinque metri di profondit, appena distinguevamo il fondo.
Alla base della barriera avvistammo gruppi foltissimi di pesci-pappagallo che mangiucchiavano sul fondo.
Paolo, immergendosi dinanzi a me, ne sorprese due, uno dopo l'altro, veramente enormi. Mentre era intento a sistemarsi il pesce alla cintura ed a ricaricare il fucile, mi avvicinai ai coralli per scattare qualche foto.
La solita allegra compagnia di squamipinni, demoiselles, e piccoli sparidi multicolori, prese a guizzare intorno, entrando ed uscendo nervosamente tra le mille fessure dei madreporari.
Mi misi a seguirne qualcuno cercando di inquadrarlo perfettamente nell'obiettivo, ma la quantit di soggetti che di continuo attraversavano il campo visivo, mi impediva di dedicarmi ad un animale in particolare.
Stavo seguendo un curioso pesce-cofano che non voleva lasciarsi avvicinare, quando vidi improvvisamente di fronte, a pochi metri da me, sul fondo, il corpaccio tozzo e voluminoso di un grande pescecane.
Tornai silenziosamente alla superficie per riprendere fiato e regolare opportunamente la macchina. Mi riimmersi subito, rapidamente, molto emozionato. Se non mi sbagliavo, avevo riconosciuto in quello squalo il carcharias arenarius, il pescecane di sabbia di cui avevo letto lunghe relazioni sui libri australiani e che viene reputato come uno dei pi pericolosi mangiatori di uomini che infestino le coste dell'Australia.
Lo avevamo intravisto pi volte nelle acque di Andura, ma per una ragione o per l'altra non eravamo mai riusciti a fotografarlo, e sapevo che se ne avessi ripreso una foto, questa avrebbe suscitato grande risonanza presso gli istituti scientifici interessati.
Il grande animale non sembrava si fosse accorto di me, ma grufolando sul fondo come un triglione spaventoso, seguitava ad accanirsi verso qualcosa che non distinguevo vicino al suo muso.
Doveva essere lungo due metri e mezzo circa, dimensioni considerevoli per quella specie, ma il diametro enorme del suo corpo lo rendeva ugualmente tozzo ed obeso.
La corrente, in quei pochi attimi, mi aveva trasportato in avanti e immergendomi me lo trovai di fronte, a tre o quattro metri.
Mi misi a spinnare vigorosamente per vincere il flusso ed avvicinarmi ancora, giacch l'esigua limpidezza dell'acqua non permetteva a quella distanza di distinguerne chiaramente le caratteristiche. Data la grande vicinanza, per poterlo ritrarre intero, era necessario inquadrarlo diagonalmente, ma ci non riusciva facile per i movimenti dello squalo e la forte corrente. Dopo qualche incertezza finalmente mi decisi a premere il pulsante; ma per quanto spingessi e mi adoperassi in ogni modo, non avvertii il classico ronzo di trasporto del Robot.
Pieno di rabbia ritornai in superficie per esaminare la macchina. Intanto l'animale si era accorto della mia presenza e come affiorai si stacc dal fondo venendomi incontro con pigri movimenti della grande coda. Giunto vicino esit, ed interrompendo l'ascesa si arrest a mezz'acqua nuotando pian piano contro corrente.
In quella posizione sarebbe riuscito facilissimo fotografarlo, ma la macchina non voleva assolutamente funzionare. Finalmente, dopo lunghi tentativi, risentii con sollievo il rumore regolare dello scatto; ma come accade sempre in quei casi, lo squalo si stanc proprio allora della sua posizione e ridiscese gi, riprendendo ad armeggiare nel punto di prima.
Mentre mi accingevo ad immergermi di nuovo, vidi passarmi sotto la pancia, quasi radenti il fondo, i corpi chiari dei miei due amici.
Prima che avessi il tempo di abbassarmi, li scorsi avvicinarsi cautamente all'animalone ancora testardamente intento a sconvolgere il fondo, con la chiara intenzione di sorprenderlo ed attaccarlo.
Giunti affiancati a breve distanza dallo squalo, Paolo pos il fucile tra le alghe e con le mani cerc di afferrare di sorpresa la coda del pescecane, il quale part violentemente in avanti e scomparve terrorizzato dalla mia vista.
Con un diavolo per capello attesi che Paolo e Carlo tornassero su. Divertiti al massimo grado, una volta in superficie presero a sghignazzare rumorosamente.
Ehi! mi url Paolo, alzandosi la maschera sulla fronte. Hai visto come si trattano i pescecani?
A momenti lo prendevo, fece Carlo dall'altro lato, ritirando la freccia.
Incoscienti che non siete altro, urlai loro inviperito sul viso, mi avete fatto scappare un "arenario" capite? Erano mesi che aspettavo quest'occasione. Non avete visto che ci stavo lavorando sopra?
Che  l'arenario? chiese ingenuamente Paolo, stupito del mio scatto.
Ma noi l'avevamo scambiato per uno di quelli che catturammo ad Andura. Di quegli scemi... aggiunse Carlo timidamente.
Ma che scemi, seguitai ad urlare a squarciagola. Se quello si rivoltava vi conciava per le feste. Degli incoscienti, siete! E me ne andai fuori di me, lasciandoli assai mortificati e stupiti.
Cos, un poco nuotando, un poco trasportati dalla corrente, giungemmo press'a poco all'altezza del punto in cui, ancora ben assicurato con pietre ed ancorotti, giaceva il Jay Bee.
Il fondo si era elevato ed ora non raggiungeva che circa tre metri di profondit. La sabbia aveva
sostituito il paesaggio di prima e piccoli banchi di corallo s'affondavano in questa come multiformi isolotti intensamente frequentati. Su quel fondo chiaro sorprendemmo, Paolo ed io, numerose e gobbute raie davate, che, ci accontentammo di fotografare in un gran numero di pose.
Infreddoliti, decidemmo di rientrare, e tagliando la corrente ci dirigemmo verso la spiaggia. Mentre nuotavo percepivo ai due lati, indistinguibili per la scarsa limpidezza dell'acqua, dei rapidi baleni d'argento, come accade quando i pesci porgono il fianco ai raggi del sole. Piegando di fianco ne ricercai la causa.
Man mano che mi avvicinavo pallide figure, slanciate come ombre fuggenti di pesci reali, cominciavano ad apparirmi sempre pi nitide. Muso lungo, cui la mandibola inferiore pi lunga della superiore forniva un aspetto truce, patibolare, occhio grande, fisso, corpo lunghissimo, argenteo, coda grande e scura da cefalo, infine li riconobbi: erano i barracuda.
Sovrapposti gli uni agli altri, in strati fittissimi dei quali non potevo apprezzare lo spessore, gli animali mi furono intorno ben presto.
Preparai la macchina e scattai qualche foto, quindi, girandomi per raggiungere Paolo, me li trovai anche alle spalle, cos vicini da poterli toccare. Non so quanti erano, ma moltissimi certo. In un circolo serratissimo, i loro grandi occhi gialli mi fissavano calmi, freddi, le ampie bocche si dilatavano in grandi sbadigli; avevo l'impressione che mi si stessero stringendo sempre pi da presso.
I racconti tremendi, letti su questi animali, di figure Umane spolpate voracemente mi vennero alla mente, e mi assal una inquietudine irragionevole. Decisamente spaventato presi a sbattere le pinne sull'acqua e ad urlare a squarciagola per farli allontanare.
Calmi, compassati, come se la cosa non li riguardasse i barracuda allargarono il cerchio, ma ancora da lontano seguitarono ad osservarmi.
Chiamai Paolo che non tard ad arrivare e gli mostrai i miei nemici. Mentre si accingeva ad arpionarne qualcuno, le frotte dei pesci si aprirono di scatto e venne avanti rapidamente un grande esemplare della loro specie.
Pi lungo di un metro e mezzo, di forte peso, ricevette l'arpione in pieno muso e deludendo la mia speranza di assistere a una grande lotta, si afflosci tremante sul fondo, innanzi alla corte dei suoi sudditi sempre impassibili.
Con grande facilit recuperammo la preda, rara per la sua grandezza, e senza incontrare difficolt attraversammo i ranghi serrati dei barracuda che lasciammo al di l della barriera.
Sulla sabbia attendemmo l'arrivo di Carlo, che non tard a presentarsi con un carico ragguardevole di piccoli charanx gialli.
Poco dopo, trascinando nell'acqua bassa il nostro bottino ce ne tornammo tutti e tre, lungo la spiaggia, verso il campo.
Il giorno dopo, Rodney, il nostro amico brigadiere ritorn con la motobarca ed alcuni uomini per aiutarci a togliere il Jay dalla sua critica posizione.
Il lavoro, sebbene relativamente semplice, ci prese tutta la giornata. Otturata la grossa falla nel centro ed un'altra a poppa, siccome i bordi emergevano nell'acqua bassa, ci fu facile riportare il battello a galla.
La batteria, come naturalmente ci aspettavamo, era del tutto rovinata, ma dato il danno ricevuto dall'asse di trasmissione non avremmo ugualmente potuto usare il motore.
Quando il Jay Bee si dondol nelle onde del canale stappammo una nuova bottiglia di whisky che sapevamo molto gradita al servizievole Rodney, e bevemmo e cantammo allegramente sino a sera.
Nel salutarci fissammo un appuntamento per la mattina seguente onde recarci nella zona migliore per la pesca delle ostriche perlifere.
La notte ci colse mentre, ancora sdraiati sulla tiepida sabbia delle dune, contemplavamo il riflesso della luna sul mare.
Quando il mattino seguente salpammo per iniziare la nostra esperienza di pescatori di perle, ci sentivamo alquanto eccitati. Questa volta Rodney non era venuto solo, ma oltre al poliziotto piccolissimo ed al meccanico aveva condotto nella lancia l'ispettore dipartimentale.
Era questi un burga, un meticcio dai capelli candidi e la pelle scura, tanto striminzito da far concorrenza all'armigero basso, e cos parco di parole da dar l'idea di farvi un favore personale ogni qualvolta borbottava un yes.
Dopo aver seguito per un certo tempo il lato orientale di Karativu, piegammo verso il largo e marciammo per una quarantina di minuti prima di dar fondo.
Ci sarebbe stato utilissimo in quella circostanza usare lo slip, il leggero scafandro che possedevamo, ma Mr. Pereira, il piccolo ispettore che davvero cominciava a diventarci antipatico, ce lo aveva decisamente proibito, adducendo come ragione che nel permesso rilasciatoci non se ne parlava.
Infilate le nostre leggere mascherine scavalcammo tutti e tre il bordo dell'imbarcazione.
L'acqua, sia perch col passar del tempo la luce si faceva pi intensa, sia perch ci trovammo al largo,
distanti dal frangersi dei marosi, era pi limpida e permetteva di distinguere confusamente il fondo ad una decina di metri da noi.
Respirai profondamente e quindi mi immersi con calma.
Oltre al coltello, per facilitare le nostre discese ci eravamo sistemati alla cintura qualche piombo dello slip.
Giunsi ansiosamente in basso ma per quanto cercassi non trovai dapprima traccia visibile di ostriche. Vagai pian piano sul fondale accidentato, e finalmente, sulla superficie tondeggiante di un grande masso, ne avvistai una con le valve semiaperte; mi ci lanciai letteralmente contro e senza troppa fatica la staccai dalla roccia, quindi con un gran colpo di tallone ritornai verso l'alto.
La gettai sopra bordo e dopo un poco tornai verso il fondo. Anche questa volta non riuscii a scorgerne alcuna e dopo avere invano cercato sino ad esaurire ogni riserva di fiato rivenni a galla. E cos ancora per due, tre sommozzate. Mi resi conto che anche i miei amici si trovavano nelle medesime condizioni; m'informai presso Rodney se fosse sicuro nel riconoscere quello come il posto migliore e ne ebbi una sollecita rassicurazione.
Sulle labbra di Mr. Pereira errava un sorrisetto ironico di compatimento.
Mi rimisi tutto innervosito al lavoro. Evidentemente occorreva far l'occhio a quel genere di pesca giacch essendo sicuri che i molluschi ci fossero, occorreva solo riconoscerli tra l'erbetta che ricopriva il fondale sottostante.
M'immersi di nuovo e mi accinsi a scrutare con maggior attenzione gli scogli e le crepe sotto di me. Mentre mi avvicinavo ad una roccia avvertii come un rapido movimento tra le alghe e come un leggero
pulviscolo levarsi da alcuni punti in particolare. Tastando, cercando insistentemente, scopersi finalmente tre o quattro ostriche sul masso; le staccai con pochi colpi di coltello e le portai in superficie.
Evidentemente quel movimento tra le alghe era dovuto al chiudersi delle valve del mollusco che avvertiva dallo spostamento dell'acqua la presenza di qualcosa di insolito.
Rincuorato dal successo, cercai con maggiore sicurezza e da quel momento le cose volsero al meglio.
Lungo i bassi costoni, alla sommit rotondeggiante delle formazioni rocciose, presi a carpire con foga quel tesoro di ostriche incrostate. Riconoscendole dalla fessura orizzontale delle loro valve semiaperte, dalla forma appena delineata sotto il muschietto fitto e verde che ricopriva interamente la zona, arricchimmo rapidamente il nostro bottino.
Attirati dall'agitarsi continuo delle acque nelle nostre successive immersioni, un gran numero di pesci erano venuti a godersi lo spettacolo.
Le pi ardite erano senz'altro due grosse cernie, che sistematesi in prima fila col loro vivace accompagnamento di pesci-pilota venivano ad osservare, a non pi di un metro dai nostri corpi, cosa stava succedendo. Alcuni pesci-angelo sfarfalleggiavano incuriositi dall'eccezionale avvenimento, frapponendosi a un gruppo di ben nutriti pesci-pappagallo.
Dopo un poco, sopraggiungendo ad intervalli regolari, tre piccoli squali dalla bianca pinna dorsale presero ad incrociare a mezz'acqua cacciando via i pi pavidi tra i nostri spettatori.
Continuammo cos per tutta la mattina ad affaticarci in continue immersioni ed alla fine circa duecento ostriche si ammucchiavano sul fondo della lancia.
Mr. Pereira ci richiam pi volte per informarci del gran caldo che soffriva sulla barca e del suo desiderio di tornarsene a riva. Gli facemmo intendere chiaramente che ce ne importava assai poco e seguitammo a pescare.
Verso mezzogiorno rimontai sul battello e contemplai con soddisfazione il ricco bottino.
Non era la quantit che tre professionisti avrebbero nello stesso tempo raccolto, ma date le soste fatte tra un'immersione e l'altra, al fine di non affaticarci troppo, il risultato era in ogni modo soddisfacente.
Paolo, arrivato per ultimo, scaric un'enorme aragosta nel grembo dell'acido Mr. Pereira, scusandosi per subito per la disattenzione.
Prima di consumare un parco spuntino, decidemmo di aprire i frutti pescati.
In verit non resistevamo pi alla curiosit di guardare dentro; ci sentivamo nelle stesse condizioni di tre bambini che ricevute in dono delle uova pasquali, muoiono dalla voglia di romperle per cercarvi la sorpresa.
Rodney, munitosi di un coltello c'insegn come cercare rapidamente la preziosa pallina al di sotto del mantello del mollusco.
Tutti attenti prendemmo con attenzione la prima ostrica e compresi da quell'eccezionale operazione infilammo con cura i coltelli. Aprimmo le prime, ma non vi trovammo assolutamente niente.
Appena esaminate le ostriche, i gusci venivano lanciati sopra bordo. Ne avevamo ormai gettate circa la met quando un grido di Paolo ci fece volgere con gli occhi spalancati.
C', c', annunci eccitato, eccola! Una perla! Ed alzando il braccio ci mostr qualche cosa di piccolissimo tenuto tra il pollice e l'indice.
Carlo ed io gli balzammo addosso e Mr. Pereira sconcertato dalla rapidit dell'azione fu quasi travolto dal salto del mio compagno.
Fa' vedere, fa' vedere! E tutti e due soppesammo felici sul palmo una piccola perla di pochi carati ma perfettamente rotonda.
La porgemmo a Rodney che dopo averla soppesata ed apprezzata con fare da intenditore disse: Very good, e la consegn a Mr. Pereira.
Con rinnovata lena riprendemmo a macellare i bivalvi, sperando di avere la stessa fortuna del nostro amico. Ma esaminato il mucchio, non ne rinvenimmo altre.
Solo il favoritissimo Paolo trov ancora due gusci con un'escrescenza simile ad un grosso pisello, ma costituita da una perla mal formata e rimasta legata all'interno della valva.
Quindi il lavoro di quella mattina ci frutt una perla che l'ispettore valut intorno alle duecento rupie, un buon prezzo.
All'ombra di una tenda di fortuna facemmo un leggero spuntino attendendo di riprendere la pesca nel pomeriggio nonostante gli sbuffi e le occhiacce di Mr. Pereira che voleva assolutamente tornarsene a casa.
Dopo una breve siesta, disturbata dal caldo e dal poco spazio disponibile sulla lancia, annotammo i dati rilevati durante la mattina e fummo di nuovo in acqua.
Sin dal principio per venimmo disturbati dalla presenza di alcuni pescecani dal fare poco rassicurante. Poi, innervositi dalle rapide incursioni di una grande carcaria di quattro metri di lunghezza, rimontammo in barca con circa un centinaio di ostriche all'attivo. Purtroppo quel pomeriggio non fu fortunato e, man mano, tutti i gusci volarono sopra bordo senza che nessun grido annunciasse questa volta una lieta sorpresa.
Mentre tornavamo, ripensavo agli squali che ci
avevano costretto ad abbandonare il campo. Nei primi tempi, quando l'esperienza riguardo quei fondi marini ancora ci difettava, avevamo sperato col passar del tempo di far l'abitudine anche a questi animali. Ma ora sapevamo che ci era praticamente impossibile, almeno nei riguardi dei grossi individui, che, per l'ingrandimento subito dai corpi immersi, assomigliavano a dei piccoli sottomarini.
Certo, le possibilit di essere azzannati dalle fauci di uno di quei bestioni erano piuttosto scarse, ma la prudenza non  mai troppa.
Nei giorni seguenti ci dedicammo ancora alla pesca delle perle e dopo una settimana di sfibrante lavoro tirammo le somme. Apprendemmo cos che quell'attivit era meno redditizia di molte altre che si potevano svolgere in quel mare; bastava pensare che in poche ore, a Galle, avevamo catturato quelle aragoste che ci avevano fatto guadagnare ben 450 rupie. Solo ogni duecento ostriche circa, si poteva rinvenire una perla, e non sempre ben commerciabile.
Dato che la stagione per questa pesca, come ho gi ricordato, non era ancora aperta non trovammo a Kalpitya acquirenti per le nostre gioie. E Mr. Pereira, che sin dal principio si era mostrato incomprensibilmente ostile, non ci permise di riscattarle per nostro conto; cos dovemmo cederle al suo ufficio per appena il venticinque per cento del loro effettivo valore.
Lasciammo il suo bungalow dopo un'accesa lite.  solo per una personale cortesia e per vostra fortuna che vi ho concesso il permesso di lavorare in questa zona, ci lanci dietro, urlando fuori di s ed alzandosi dalla poltrona troppo grande per lui.
Un rumore caratteristico, fatto con la bocca, accolse quell'ultima uscita, ponendo termine alla discussione e ai nostri rapporti con l'odioso Mr. Pereira.
L'ultima sera a Karativu, dopo dieci giorni di permanenza, si disputava fra noi a chi toccasse gettarsi in acqua per cercare il solito pesce per la cena.
Eravamo appena tornati dal mare dopo aver sgusciato centinaia di ostriche, e nessuno se la sentiva di tornare a mollo. Tuttavia, dopo aver messo in palio l'ultima scatoletta di peperoni arrosto, cio quanto rimaneva delle nostre provviste, come premio per chi avesse catturato per primo un pesce, ci tuffammo tutti e tre, decisi ad un'agguerritissima gara.
Il sole volgeva ormai al tramonto, e nascosta dietro un banco di nuvole la foscha anticipava il crepuscolo serale.
Sorvegliandoci a vicenda, spinnammo fianco a fianco alla ricerca della prima disgraziata preda; come accade in queste circostanze, esplorammo minuziosamente tutta la baietta dinanzi all'accampamento senza incontrare nulla degno di essere arpionato.
L dove ogni giorno, si pu dire, si avvistavano frotte intere di grossi pesci-pappagallo o di spinosi sergeant fishes, regnava la pi completa quiete. Fummo costretti cos ad attraversare la barriera.
Dopo esserci diretti per una ventina di metri verso il largo, quando gi la corrente cominciava a farsi sentire, ci venne incontro la vittima innocente. Un argenteo charanx di buon peso si accingeva a passarci dinanzi rapidamente. Paolo fu il primo ad avvistarlo e si immerse precipitosamente incontro all'animale, sicuramente pensando alla scatola di peperoni.
Tese il fucile e spar. Ma noi dalla superficie, facendo un gran baccano, determinammo un piccolo scarto di paura nel procedere del bianco charanx e l'asta del nostro amico gli sfrecci di lato senza toccarlo.
Prima di venir raggiunti dalle imprecazioni di Paolo, ci immergemmo a nostra volta. Arrivammo
come bolidi sullo stupido pesce, cercando invano di ostacolarci e di superarci a vicenda, e sparammo quasi contemporaneamente. Una dopo l'altra le aste lo trapassarono, e noi, come due cani che si contendano lo stesso osso, cominciammo subito a tirare come indemoniati, uno da un lato, l'altro da quello opposto.
Eravamo saliti in superficie e stavamo tutti e tre ingiuriandoci a vicenda, quando intervenne un altro contendente.
Sbucata dalle oscurit delle acque pi profonde, al largo, una piccola prionace di un metro e mezzo di lunghezza piomb come un bolide e senza incertezze sul charanx conteso e in un batter d'occhio, con un violentissimo urto, strapp la preda dai due arpioni e se ne fugg lontano.
Quella sera ci dividemmo malinconicamente la scatoletta di peperoni.
Lasciammo l'isola e partimmo con il malandato Jay Bee a rimorchio della lancia di Rodney.
A Kalpitya, secondo un appuntamento dato a Galle prima della partenza, ci attendeva Mr. B. con la sua macchina. Insieme a lui avevamo progettato un lungo viaggio nell'interno di Ceylon, col quale avremmo concluso il nostro prolungato soggiorno in quella verde isola.
Scorgemmo subito la simpatica figura del nostro amico che ci salutava cordialmente dal piccolo molo del villaggio.
Ormai era giunto il momento di sbarazzarci del nostro battello. Non ci sarebbe stato pi utile: la nostra attivit era ormai conclusa e tra breve avremmo levato le tende, diretti in Italia. Per questo indugiammo ancora un giorno nella rest house del luogo, cercando un possibile acquirente.
Rodney, anche in quella circostanza, ci riusc di
grande aiuto e ci fece conoscere un facoltoso piantatore singalese disposto a consegnarci duecento rupie in cambio dell'imbarcazione.
Dopo abbondanti libagioni, com' d'uso, concludemmo l'affare e il Jay Bee cambi proprietario. Ci separammo dal battello con un po' di tristezza. La sua vendita concludeva il ciclo delle nostre avventure; e quel distacco anticip un poco la malinconia della partenza da quell'isola e da quel mare.
Lasciammo il piccolo Jay che si dondolava pigramente, ormeggiato alla banchina di Kalpitya. Cos lo vedemmo per l'ultima volta. Quindi, premendo l'acceleratore ci dirigemmo alla volta di Anuradhapura.
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Capitolo 15.
UNA CHIACCHIERATA SUI PESCECANI.
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Nuotando indolentemente, mantenendosi sempre fuori dalla portata del mio fucile, quasi ne conoscesse il funzionamento, una piccola cagnesca di due metri di lunghezza mi seguiva con insistenza da pi di un quarto d'ora.
Con studiata lentezza procedeva curiosando a mezza acqua su quell'alto fondo, allontanandosi a volte dal mio campo visivo, ma tornando subito dopo, in una rapida accostata. Ne distinguevo nettamente, contro l'azzurro dello sfondo, la forma snella ed elegante.
Aveva il muso appuntito, gli occhi stupidi e crudeli, la pelle delicata intorno alle fessure branchiali; l'alto lobo dorsale della coda si muoveva ritmicamente. Quattro pesci-pilota, vistosamente drappeggiati da linee scure sul giallo vivace, le giravano attorno senza posa. Lungo i fianchi e sotto il ventre, tre piccole remore si tenevano attaccate pigramente.
Erano i nostri ultimi giorni di pesca in quelle zone. Tra non molto, a bordo del Toscana, avremmo fatto ritorno a casa. Quasi per ricordare meglio
le vive sensazioni di quelle escursioni cos ricche di imprevisti, gustavo queste ultime visioni subacquee presso la lunga e sabbiosa Karativu.
Guardavo quasi con simpatia il corpo grigio di quel piccolo pescecane che mi accompagnava. Ormai avevamo fatto l'abitudine alla loro presenza, alla loro costante partecipazione alle nostre partite di pesca.
Partiti con l'intenzione di conoscere a fondo i costumi di questi animali, dopo quattro mesi trascorsi quasi interamente in acqua, frequentando, armati solamente dei nostri arpioni e spesso sprovvisti anche di quelli, le coste corseggiate da questi predoni perennemente affamati, avevamo ora la possibilit di trarre alcune deduzioni sulla loro vita sottomarina cos poco conosciuta sino ad ora.
Possono effettivamente questi animali rendersi pericolosi per l'uomo?
Premesso che le nostre osservazioni riguardano solamente le coste dell'isola di Ceylon e quindi non hanno valore generale rispetto alle abitudini degli squali dei diversi ambienti, sar opportuno riferire quanto direttamente rilevammo durante le nostre immersioni.
Pensammo sin dal principio di ridurre le nostre ricerche esclusivamente a quelle specie di pescecani che vengono ritenute notoriamente pericolose per l'uomo. Vennero scartate quindi ai nostri fini specifici quelle specie, come l'alopias vulpes, il mustelus punctu-latus, il mustelus manazo, il ginglymostoma cirratum, eccetera, esemplari che pur raggiungendo a volte una mole considerevole sono sicuramente innocui.
Le osservazioni quindi si ridussero ai seguenti gruppi, che potemmo avvicinare nelle acque da noi frequentate: la prionace glauca, il carcharodon carcharias, il galeocerdo tigrinus, la sphyrna zigaena, ed i tre charcharinus rispettivamente il limbatus, il melanopterus, l'arenarius. Tutte specie queste, riconosciute nei trattati scientifici come probabili antropofaghe.
Vorrei premettere ora alcuni dei principali caratteri distintivi del gruppo in modo da farci un'idea sufficientemente chiara sulle attitudini fisiologiche e morfologiche di questi animali.
Il pescecane ha una genesi molto antica. Quando, non ancora comparso l'uomo, i giganteschi sauri delle epoche preistoriche dominavano incontrastati sulla terra e sulle acque, dolci e salate, dei grandi pesci si associarono a loro nel dominio dell'elemento liquido. Erano gli antenati degli squali di oggi, ma di mole molto maggiore; raggiungevano infatti le dimensioni delle attuali balene e dei capodogli.
Facilmente reperibile in tutti i mari caldi rappresenta la specie pi temuta presso tutti i pescatori indigeni della zona. Ne catturammo alcuni piccoli esemplari non superanti il metro e mezzo di lunghezza. Ne fotografammo qualche grande individuo senza che notassimo il minimo segno di aggressivit in loro. Frequenta spesso gli arenili, ai margini della zona scogliosa e corallina. Corpulento, ma agile, gode di una triste fama anche in Australia. Anche le sue pinne vengono assai bene stimate per zuppe di gusto locale. Dal fegato e dalle carni in generale se ne estrae l'olio una volta usato come combustibile per lampade, oggi maggiormente apprezzato per il suo contenuto in vitamine.
Lo squalo  un pesce d'organizzazione molto elementare e primitiva. Il suo scheletro  completamente cartilagineo, della stessa sostanza cio del nostro setto nasale, dai padiglioni auricolari, mai ossificato. Manca di vescica natatoria e non potendo quindi equilibrare il proprio peso rispetto la profondit e le pressioni che riceve,  costretto a nuotare in continuazione, se non vuole adagiarsi sul fondo. I suoi succhi gastrici, poi, insufficienti per permettere una totale digestione del cibo ingerito, riducono il potere di assimilazione del suo apparato intestinale a circa il 50% di quello di un normale pesce.
 condannato quindi ad un perenne movimento,
senza poter soddisfare a saziet il suo formidabile appetito, e spreca in gran copia energie non facilmente sostituibili; si spiega in tal modo perch gli sia attribuita la fama di animale straordinariamente vorace.
Per questa sua avidit si rende nemico giurato del pescatore, a cui ruba il pesce squarciando facilmente le reti e rompendo le lenze. Ma non deve per questo ritenersi del tutto nocivo ed inutile, almeno dal punto di vista economico ed industriale. Sulle coste indiane, per esempio, si pescano annualmente, secondo recenti referti statistici, almeno 60 mila pesci di questo gruppo. Esiste anche a Ceylon un commercio ben avviato, che smercia questi prodotti sui mercati cinesi, dove vi  il maggior consumo. Noi che pi volte ci trovammo a vendere questi animali ci accorgemmo appunto che l essi sono pi apprezzati di altre specie, come la cernia, che invece  assai pregiata da noi.
Le pinne dorsali, distinte in commercio in pinne bianche, le pi pregiate, e in pinne nere, vengono vendute a prezzi assai elevati, per uso commestibile e a dir il vero risultarono assai gustose anche ai nostri palati europei.
Queste loro diverse propriet (la pelle fornisce un cuoio sopraffino, lo chagrin), hanno spinto ultimamente molti audaci pescatori a dedicarsi alla loro cattura ed allo sfruttamento industriale. Dall'osservazione delle loro abitudini sono nate cos delle opinioni pi vicine alla realt e sono cadute in breve molte orribili leggende.
Ma andiamo con ordine e vediamo cosa si legge intorno a questo argomento sui testi di diversi autori e narratori che si occuparono della questione.
Cominciamo da un appassionato viaggiatore che trascorse diverso tempo presso alcune isole dell'Oceania e nel Pacifico in genere, il Dixon. Egli assicura che in quelle zone lo squalo non  molto temuto ed afferma
di aver assistito alla lotta tra alcuni indigeni delle isole Sandwich e i pescecani per il possesso di pochi residui di carne suina che i marinai del suo battello avevano gettato in mare.
Ci dimostra, che, a volte, non solo gli squali sono tremendamente affamati.
Dopo di lui per, a distruggere queste notizie ottimistiche, arriva il Gesner, acuto osservatore, ma forse eccessivamente propenso a riportare niente altro che dicerie, il quale afferma che questi animali sono sicuramente divoratori di uomini ed  quindi necessario, specie nei mari tropicali non bagnarsi in acque profonde per evitare incontri con lo squalo. Riporta anche il caso, un poco umoristico, di una certa prionace catturata a Marsiglia, nel cui corpo sarebbe stato rinvenuto un soldato armato di tutto punto. Si trattava evidentemente di una prionace antimilitarista!
Ma anche un autore pi recente, il direttore dell'acquario dello Zoo di Londra, E. C. Boulanger,  del parere che alcune specie, come il grande pescecane bianco, attacchino l'uomo, e sottolinea il fatto che dopo il taglio dell'istmo di Suez (attraverso cui gli squali sono affluiti nel Mediterraneo), non passa una stagione balneare senza che qualche incauto bagnante non cada preda di quei mostri.
Ma ad accrescere la schiera di coloro che intendono ridare ai pescecani un posto onorato nella societ degli animali, sfatando la pessima reputazione di cui godono, c' anche un avventuroso narratore, il Pehuel-Loesche, del quale si conoscono le interessanti esperienze raccolte durante frequenti viaggi sulle baleniere nell'Atlantico meridionale. Egli non teme di affermare che questi animali sono del tutto innocui all'uomo. Pi volte infatti si trov in acqua, circondato da alcuni pescecani, ma n lui n i suoi compagni ebbero mai a soffrire di questa pericolosa vicinanza.
Racconta ancora che nell'isola di Mocha, sulla costa del Cile, i ragazzi del luogo si dedicano, mediante robusti arpioni, alla cattura degli squali natanti presso la spiaggia, stando quasi completamente immersi nell'acqua. Certamente gli esemplari catturati non raggiungevano per lo pi dimensioni considerevoli, ma a volte anche qualche carcaria di due o tre metri si aggiungeva al loro bottino.
In seguito ad un'esperienza diretta, nelle acque di Singapore, e dopo aver raccolto altri racconti nelle stesse zone, il naturalista dottor Alexander deduce dal canto suo che i pescecani sono antropofagi ed estremamente pericolosi per i bagnanti, anche in acque di profondit irrilevanti. Mentre infatti ricercava molluschi tra i bassifondi corallini presso la costa, venne improvvisamente aggredito da un gruppo di tigri del mare ed avrebbe certo dovuto soccombere ai loro reiterati attacchi se una barca, accorsa in suo aiuto, non lo avesse salvato. Nella lotta gli venne asportato
lo stivale destro, una parte dei pantaloni e un lembo di pelle.
Pi o meno nelle stesse regioni dove il dottor Alexander giunse a queste affermazioni, il Day, che racolse interessanti e complete osservazioni sulla vita dei pesci lungo le coste indiane, arriva a conclusioni nettamente diverse. Bench siano generalmente assai temuti presso i pescatori indigeni, questo scrittore non pot mai riferire alcun caso di morte per attacco degli squali. Assicura invece che la triste reputazione di cui godono gli sharks nei villaggi costieri  imputabile per lo pi a casi di ferimento o di morsi inferti da questi animali, una volta catturati e presi vivi, negli angusti battelli dei pescatori.
E potremmo seguitare nell'elenco delle teorie di molti altri importanti osservatori come il Risso, l'Haast,
il Couch, il Rondelet eccetera, con le quali tuttavia non
riusciremmo mai a formarci un'opinione esatta sul comportamento di questi animali.
Va da s che tutte queste relazioni hanno un valore molto relativo. Infatti, nella quasi totalit dei casi, non si conclude in base ad un'esperienza diretta, o ad una conoscenza fatta assistendo personalmente agli avvenimenti riportati, ma in base a un si dice pi o meno vago, a racconti o a leggende a volte appena credibili, senza conferme di testimoni.
I pescatori, i marinai di ogni costa e di ogni paese credono ciecamente alle storie che si tramandono di generazione in generazione, e tutti sono d'accordo nell'esprimere un odio intenso verso gli squali e nel raccontare sul loro conto cose spaventose. Ma se si insiste nel richiedere prove e ragguagli precisi intorno alle disgrazie, di cui si parla, difficilmente si ottengono risposte circostanziate ed esatte.
La verit  che ben poco si conosce delle abitudini di questi animali, e che la loro reputazione di esseri crudeli e feroci, spinge facilmente a scrivere nei loro riguardi con scarsa ponderatezza. Ma verso il principio di questo secolo, quando si inizi una pesca organizzata degli squali, molti pescatori furono portati ad una conoscenza pi profonda di questi animali.
L'esponente classico di questa nuova categoria di fishermans,  sicuramente rappresentato dal capitano W. E. Young. Egli racconta in un suo famoso libro, Trente ans de pche aux requins, appunto le esperienze di trent'anni di pesca agli squali attraverso tutti i mari. Ed anche egli appartiene a quella categoria di autori che condannano senza esitare i pescecani come antropofagi. Mosso da un'avversione innata verso queste selvagge tigri del mare, come anche egli ama chiamarle, dedic l'intera sua vita alla loro cattura.
Ma forse  errato definire avversione ci che
egli provava verso i pescecani. Non vi  mai repulsione, n odio, nel cacciatore quando uccide l'animale. Cos infatti egli scrive del suo primo incontro con gli squali: Erano ben essi, le selvagge tigri del mare che erano divenute il mio feticcio, il mio "totem". Quella vista mi fece fremere. Mi sporsi verso di loro, affascinato, con la gola chiusa. Dei fremiti mi percorrevano il corpo fino alla punta delle dita. Ebbi il desiderio di prendere un arpione, un fucile, qualcosa che potesse permettermi di uccidere il mio primo pescecane.
Come il vero cacciatore usa aumentare i pregi, l'intelligenza della selvaggina, in questo caso egli ingrandisce il carattere di ferocia, d'implacabilit dei suoi animali, non sopporta che qualcuno creda, di salvarsi trovandosi in acque infestate da questi, e che metta in dubbio la pericolosit di questi signori del mare. Riporta cos, disapprovando la loro stolta audacia, molti casi di nuotatori che non tornarono pi dalle acque mal frequentate nelle quali si erano tuffati. Illustra il suo racconto con orrende fotografie di uomini azzannati da quelle tremende fauci, e narra, sottolineandole, le leggende paurose di morte che sono diffuse nelle isole oceaniche. In definitiva egli conclude, dopo tanti anni di esperienze e di peregrinazioni, che il pescecane attacca e mangia l'uomo, e che  falso e da sciocchi credere il contrario.
Tralasciando per ora ogni commento esaminiamo invece le conclusioni di un altro importante osservatore della vita sottomarina, uno dei pionieri della pesca subacquea, il dottor Hans Hass.
Spinto da una grande passione egli ha destato nel mondo quell'interesse verso la vita marina che per primo William Beebe rivel esplorando le zone coralline del Pacifico: ed  stato il divulgatore di quell'amore per la pesca subacquea cos diffusa oggi
tra i nuotatori delle nostre coste. Cominciando le sue esperienze giovanili del Mar dei Caraibi, nell'America Centrale, continua tutt'oggi le ricerche, eminentemente dedicandosi alle riprese fotografiche, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo.
In queste sue spedizioni, che ebbero inizio un anno prima lo scoppio dell'ultima guerra mondiale, ebbe evidentemente pi volte occasione di incontrare il pescecane. Era la prima volta che un uomo si trovava nello stesso ambiente dello squalo, alla merc dei suoi attacchi reputati senza scampo, con niente altro tra le mani che una macchina fotografica ed un lungo arpione. Ci che egli concludeva quindi intorno a questo argomento appassionante aveva un'importanza enorme. Invero, Hans Hass non si proponeva di seguire delle vere e proprie ricerche di carattere scientifico riguardo tale questione, dato lo scopo generale delle sue osservazioni subacquee, ma ci non toglie evidentemente nulla al valore delle sue relazioni.
Cosa accadde quindi quando per la prima volta lo sguardo di Hans Hass si fiss in quello di una tigre del mare? Niente di tremendo: l'uomo e l'animale si studiarono a vicenda per un poco, poi entrambi se ne andarono per proprio conto cercando entrambi di cavarsela senza danni da quell'insolito incontro. Ma non sempre le cose andarono cos lisce, per Hass e i suoi compagni: qualche volta delle pericolose puntate di quei bestioni fecero loro provare delle spiacevoli emozioni.
Trovandosi un giorno in un simile frangente, Hass e due suoi compagni si accorsero che l'improvviso clamore destato in acqua dalle loro grida di terrore metteva in fuga gli squali, spaventati a loro volta, come se non sopportassero l'intensit di quelle inattese vibrazioni.
Sorse cos quella teoria dell'urlo, come potremmo chiamarla, che avrebbe dovuto cavare dai guai ogni nuotatore alle prese con un pescecane. In realt non bisogna interpretare alla lettera questa teoria, quando si parla di urla emesse nell'acqua. Dalla bocca del sommozzatore immerso, naturalmente, non pu prorompere un grido lacerante, ma solo un suono strozzato ed una buona quantit di bolle d'aria. Sarebbero appunto le vibrazioni di queste ultime che provocherebbero una sensazione abnorme nei delicati organi di ricezione dello squalo, cos da farlo rimanere completamente terrorizzato.
Ma spesso le cose non sono cos semplici. Quando infatti noi stessi mettemmo alla prova il suggerimento degli studenti austriaci, l'esito che ne ottenemmo non fu sempre favorevole. Dopo aver sperimentato con o senza necessit l'efficacia delle grida sotto l'acqua davanti ad un considerevole numero di squali appartenenti a diverse specie pericolose, decidemmo che lo spavento che incutevamo era di un'intensit proporzionale alle dimensioni dell'animale.
Mi spiego. Se lo squalo era piccolo, giovane, sul metro e mezzo di lunghezza al massimo, e non ancora abituato alle sorprese della vita, si poteva star pi che sicuri che un urlo lo avrebbe fatto fuggire con tutta rapidit. Ma se il pescecane superava quella misura, e aveva un corpaccio della lunghezza superiore ai due metri, tutto avveniva diversamente. L'animale risentiva s delle vibrazioni da noi emesse, e scartava bruscamente ogni qual volta gridavamo, ma non per questo si allontanava e desisteva dai suoi attacchi. L'unica cosa invero che si otteneva era di innervosirlo e di aumentare la velocit delle sue evoluzioni intorno a noi.
In definitiva, per quanto riguarda gli squali in genere, Hans Hass afferma che un buon pescatore subacqueo, specie se in compagnia di un amico, onde
vi sia una sorveglianza reciproca per altri eventuali attacchi improvvisi, non deve temere l'incontro con questi signorotti del fondo marino. Conclusione evidentemente opposta a quella del capitano Young.  naturale che i rilievi di Hass, essendo il risultato di esperienze dirette e di episodi accaduti personalmente al narratore e nell'ambiente naturale dello squalo, abbiano per noi un valore assai maggiore dei racconti riportati da Young, da Gesner, da Alexander, da Henglin e da Risso, tutti pi o meno d'accordo nel considerare i pescecani come antropofagi. D'altra parte, della stessa opinione di Hass sono Dixon, Pechuel-Loesche, Day e Wyatt Gill.
Riducendo questo problema ad una semplice domanda: Il pescecane attacca o non attacca l'uomo? non si potrebbe arrivare ad una conclusione sicura. Svariate sono le condizioni che possono portare ad un esito piuttosto che ad un altro nell'incontro fra l'uomo e lo squalo. La specie dell'animale, il luogo, il tempo possono ad esempio essere determinanti.
Quanto al luogo, si pensi che il pescecane non ha grandi probabilit di vedere l'uomo o di vederlo spesso, quindi quasi sicuramente non possiede alcuna esperienza precedente sul suo conto. Non sa, cio, se l'uomo, questo strano animale che per la prima volta incontra in acqua, sia o no commestibile, sia o no munito di difese e di qual genere, sia o no pericoloso.
Quindi, nei luoghi ove difficilmente pu incontrare un nuotatore il pescecane certamente esiter, prima di attaccare. Mentre ad esempio nei tratti di mare dove infuri la guerra, e dove lo squalo ebbe modo di conoscere l'uomo ferito, immerso nel suo sangue, indifeso, composto di una carne buona da mangiare e delle pi facili a catturarsi,  evidente che, in quelle zone, sar estremamente pericoloso e temibile.
Cos si sa dalla storia che durante la battaglia
di Abukir gli squali s'aggiravano continuamente tra le navi, tendendo agguati ai marinai feriti che cadevano in acqua, senza spaventarsi per il fragore delle cannonate. E cos si spiegano le scene strazianti ricordate dai marinai durante quest'ultima guerra, quando centinaia di naufraghi venivano divorati senza scampo da quei predoni.
Dobbiamo considerare lo squalo non diversamente da come consideriamo gli animali feroci di terraferma. Come agiscono il leone, la tigre, il leopardo, il puma eccetera, quando durante il giorno hanno la ventura d'imbattersi nell'uomo? Tutti i cacciatori, gli esploratori, coloro insomma che hanno avuto un'esperienza diretta in tale campo, sono concordi nell'affermare che la belva cerca di allontanarsi, di fuggire. Senza con questo fare un netto parallelo tra i due comportamenti, del leone, per esempio, e del pescecane, si pu sicuramente pensare che vi  una grande somiglianza di azione. Se esistono in India le tigri antropofaghe, le bg-admikanevalla, come le chiamano, le quali, avendo provato pi volte la carne umana e constatato la facilit di procurarsene, non si cibano d'altro provocando continue stragi nei piccoli villaggi della jungla, perch non dovrebbe esistere uno squalo antropofago con le medesime abitudini, nate dalle identiche esperienze?
 logico quindi, che se si conducono ricerche su questi animali non bisogna mai generalizzare nelle conclusioni, ma attenersi per queste solo ad una zona determinata.
Si rammenti poi che anche l'ora del giorno o meglio la luminosit, ha notevole importanza.  risaputo, infatti, che la quasi totalit dei pesci carnivori si ciba durante le ore notturne; quindi andare in giro pel mare di notte o di giorno  una cosa ben differente. Parimenti non  da trascurare la stagione, il periodo
dell'anno che  in diretto rapporto con la quantit di cibo che il pescecane pu avere a sua disposizione.
Cos nel Mar Rosso, presso l'isola Delak, davanti a Massaua,  noto che durante i mesi autunnali, in settembre e in ottobre, gli squali divengono meno aggressivi. Codesto cambiamento  sicuramente imputabile all'emigrazione di sardine che si verifica in quei mesi e che fornisce di abbondante cibo la fauna ittica carnivora di quelle coste. Identico fenomeno si riscontra nella parte nord-occidentale di Ceylon durante il mese di marzo, quando avviene il passaggio di una grande quantit di piccoli sgombri.
Elemento pi importante di tutti, in tale questione,  costituito poi dalle diversit tra le specie di pescecani. Personalmente noi rilevammo che, in ordine di aggressivit, i primi posti spettano senza dubbio al grande pescecane bianco ed al carcharas tricuspidatus; seguono poi lo squalo-tigre, che per non abbiamo incontrato frequentemente, il pesce-martello ed i carcharinus.
I primi due sono quelli che sicuramente ci hanno fornito il maggior numero di emozioni. Rapidi nell'attacco, comparivano
all'improvviso, quasi sempre a grande velocit per poi aggirarsi a lungo nelle vicinanze, senza che fosse possibile scacciarli. Sia Carlo che io, mentre ci trovavamo in immersione, con le cinture cariche dei pesci catturati, venimmo bruscamente colpiti alle spalle da un carcharas tricuspidatus, e se anche l'attacco, come deducemmo, non era rivolto a noi ma al pesce che portavamo, ed anche se gli squali fuggirono alla nostra immediata reazione, quelle aggressioni non erano tanto facili da dimenticare.
Si consideri che queste due specie, insieme con i tigre, raggiungono le dimensioni maggiori dopo lo squalo-balena, toccando talvolta il limite di una decina di metri di lunghezza, e si comprender la causa della loro maggiore aggressivit. Molte volte dovemmo unicamente alla presenza di spirito del compagno se uno di questi frequenti incontri non si tramut in una sciagura irreparabile.
Una continua attenzione, e l'avvertenza di non farsi sorprendere disorientati o all'improvviso, specie quando, dopo aver ucciso qualche grosso pesce, l'acqua  tinta di sangue,  la minima, necessaria misura prudenziale da seguire per non avere spiacevoli sorprese. Tanto pi in quelle zone, dove  assolutamente impossibile tenersi alla larga dai pescecani. Basta infatti arpionare o ferire un pesce, per vederne subito accorrere qualcuno di gran carriera.
 soprattutto sorprendente la rapidit con cui questi squali sopraggiungono sul luogo della caccia.
Sempre ce li vedevamo comparire davanti all'improvviso.
Da esperimenti eseguiti uccidendo in acqua esemplari di sparidi, serranidi, charanx del peso superiore ai cinque chilogrammi, e cronometrando il tempo intercorso tra lo scattare del colpo che feriva l'animale e l'arrivo del primo squalo, constatammo che bastava un minuto o, al massimo, un minuto e mezzo, perch qualche grosso esemplare sopraggiungesse trafelato. Questa brevissima frazione di tempo diminuiva quando catturavamo i charanx o le specie a pelle chiara degli sparidi, come se l'epidermide argentea e brillante di questi pesci avesse una speciale capacit di attrazione per lo squalo.
A cosa  dovuto questo arrivo precipitoso e quasi immancabile dello squalo sul luogo in cui un pesce sta agonizzando? Non certo all'odore del sangue perduto dalla vittima, come una volta si pensava, e forse da qualcuno ancora adesso, sia perch le papille olfattive dello squalo, sebbene estremamente sensibili, sono praticamente nell'impossibilit di ricevere a tali distanze un simile stimolo, sia perch il pescecane accorre anche se i pesci sono catturati con l'amo, e cio quando non sussiste alcuna fuoruscita ematica. Lo squalo deve quindi essere richiamato da qualche impulso di origine sconosciuta, che eccita i suoi delicati organi sensori. Quasi sicuramente avverte delle onde particolari, provocate dai movimenti convulsi del pesce colpito. Nulla si pu dire di pi preciso.
Ora, un risultato importante in questi esperimenti era proprio di aver stabilito quella maggiore attrazione dello squalo verso i pesci chiari piuttosto che verso quelli scuri; ci riportava alla ribalta la vecchia questione avanzata da pi autori in vari periodi. Mostra cio lo squalo un'effettiva preferenza nell'aggressione all'uomo bianco o a quello di colore?
Da quanto abbiamo precedentemente scritto non giunger inaspettata la nostra risposta affermativa. Il pescecane, come peraltro quasi la totalit dei pesci,  fortemente attirato dagli oggetti chiari, mentre non presta grande attenzione a quelli scuri.
Il capitano Young, per esempio, per suscitare la curiosit e richiamare sul luogo di pesca molti di questi animali usava gettare in acqua dei fogli di giornale. Noi stessi pensammo di legare della carne di tartaruga marina intorno a tronchi di alberi dipinti in bianco e ad altri in nero, che lasciammo poi a poca distanza dal nostro battello.
In ciascuna delle cinque prove eseguite, i pescecani dopo un lungo periodo di esitazione si contendevano velocemente la carne legata al legno bianco e finch questa non fosse esaurita non davano segno di accorgersi di quella sul tronco nero, quantunque galleggiasse a breve distanza.
Quindi non  prudente per un nuotatore aumentare la chiarezza della sua figura con costumi, cuffie, o maschere bianche, perch potrebbero destare pericolosamente la curiosit di uno di quei bestioni.
Esaminati cos i diversi elementi del problema, la zona, l'ora del giorno, la stagione, la specie, il richiamo, il colore, possiamo concludere, ripeto, che il pescecane, non deve considerarsi diverso da una qualsiasi bestia feroce di terra ferma. Come una di queste, se trover un ambiente favorevole per manifestare il suo istinto aggressivo si mostrer senz'altro pericoloso. Eccitato dal sangue dell'uomo, o di un altro qualsiasi animale ferito, in un periodo in cui sia particolarmente affamato, se apparterr ad una specie pericolosa potr certamente assalire ed uccidere un bagnante imprudente o maldestro.
Il nuotatore poi, a differenza del pescatore subacqueo  maggiormente esposto ai suoi attacchi; che cosa
vede infatti il pescecane, nell'uomo che nuota alla superficie? Niente altro che una forma indecisa che sembra fuggire davanti a lui, non dissimile, eccetto che nella mole, da un'esca di una qualsiasi lenza a traino. E ci  confermato dal fatto che, nel maggior numero dei casi, l'uomo viene attaccato non quando nuota tra le onde, ma nell'attimo in cui si accinge ad uscirne, quando cio del suo corpo non rimangono in acqua che le gambe, chiara, appetitosa esca, priva assolutamente di qualunque somiglianza con un essere dotato di grande mole e di mezzi offensivi.
Nel pescatore subacqueo, al contrario, lo squalo scorge un nuovo e strano animale, di cui ha davanti l'intera figura e che, il pi delle volte, gli corre incontro per fotografarlo od allontanarlo con un colpo di fucile. In ogni modo un vivente che mostra di accorgersi palesemente della sua presenza e dimostra una ferma decisione di lotta nei suoi riguardi. Eppure, se non  molto frequente incontrare uno squalo di specie pericolosa e di mole considerevole vicino alle coste, sui fondi corallini,  invece molto facile imbattersi in qualche grosso esemplare sulle secche molto al largo, dove appunto si spinge il pescatore.
Dunque, se il pescecane pu rendersi pericoloso per l'uomo, ci avviene sicuramente molto di rado, come dimostra il fatto che, pur essendoci immersi quotidianamente in acque infestate da squali, e non passando giorno che non ne avessimo avvistato pi di un esemplare, noi siamo usciti felicemente dalla nostra lunga esperienza. Nuotare e cacciare tra questi animali non  azzardato come solitamente si crede. Giustamente, cos scrive uno dei pi grandi naturalisti che siano mai esistiti, il professor A. E. Brehm: Nei luoghi in cui gli squali sono molto comuni l'uomo non li teme e non d importanza alla loro presenza; invece in certe regioni essi sono considerati, senza dubbio con ragione, come animali pericolosissimi. Cos accade per esempio nella rada di Lagos e in altre localit della costa occidentale dell'Africa e sulla spiaggia del Natal. Ci dimostra come tra gli squali non manchino individui antropofagi, i quali in certe circostanze possono diventare molto pericolosi, sebbene i casi di morte prodotti dalla voracit loro siano rarissimi, tanto che riesce quasi impossibile citarne con sicurezza una dozzina. L'uomo che sempre tende ad esagerare quando si tratta di avvenimenti terribili e spaventosi, ha attribuito agli squali una reputazione peggiore di quella che meriterebbero.
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Capitolo 16.
A COLOMBO IN RAPIDE TAPPE.
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Appena il massiccio forte olandese, uno dei tanti disseminati in Ceylon, scomparve alle nostre spalle con le case e la vegetazione ombrosa di Kalpitya, un paesaggio desolato ci venne incontro.
Non pi la chioma simmetrica e rotonda dei grandi sicomori, non i colonnati dei sacri baobab, i ciuffi merlettati delle graziose papaie e l'ombra dei robusti manghi, ma solo una distesa abbagliante di terra salata, chiazzata da pochi arbusti spinosi e da qualche stagno malarico.
Per miglia e miglia non scorgemmo altro, mentre procedevamo tra i continui sobbalzi che la macchina subiva, per l'irregolarit della pista.
Poi verso Palavi, prima ancora che, abbandonato il sentiero fino allora percorso, entrassimo con sollievo nella strada nazionale, il panorama prese a cambiare.
Gli alti fusti dei cocchi presero a sfilare ai lati, e per lungo tempo piantagioni successero a piantagioni, con noiosa monotonia.
Sui praticelli che un esercito di vacche ossute e di caprette chiazzate provvedeva a mantenere perfettamente rasi, qualche raro bungalow di costruzione europea, che doveva avere conosciuto in passato ben altri splendori, appariva tra le misere capanne indigene fatte di fango e stuoia di palme.
Dopo le piantagioni di cocco di quella piana irregolare compresa fra Tabbowa e Palugassegama, sopravvenne il riso e, con esso, i bianchi aironi, gli uccelli del riso, come appunto vengono chiamati e che per il loro numero potrebbero far concorrenza ai corvi.
Intorno ai campi, presso le capanne, gruppi fitti di areca saccarifera, una pianta simile ad un incrocio tra la palma e il bamb, recavano in alto il grappolo delle loro piccole noci, indispensabili per comporre un buon bethel. Nei fossi dove l'acqua d'irrigazione era coperta di ninfee, vedemmo alcune fanciulle nude che si bagnavano insieme a certe placide vacche, in cerca di fresco. Salutate dalle nostre grida, si affrettarono a celarsi, con graziose grida di spavento, tra i giunchi vicini.
Indifferenti invece rimasero le vacche.
Muovendosi lentamente lungo la strada, assolutamente ignorando la nostra presenza finch rimanevamo chiusi nell'auto, alcuni grossi lucertoloni si aggiravano al sole in cerca di cibo. Sapendo come i singalesi ne apprezzino le carni tenere, appena ne avvistammo uno di enormi proporzioni lo stendemmo a terra con una serie di spari forse un po' eccessiva.
Pi avanti, davanti ad un casolare sulle prime alture, che con la folta vegetazione annunciavano la jungla vicina, in cambio del rettile e di poche rupie ottenemmo tre pollastri.
Quindi, sempre seguendo la strada, ci inoltrammo nella jungla. Mentre la macchina procedeva a velocit moderata due di noi guardavano attenti fuori dai
finestrini tenendo stretti i fucili in attesa di una possibile preda.
La sera, oltre ai tre pollastri, consegnammo al direttore della rest-house di Anuradhapura, un pavone, quattro bankiva, o galli della jungla, e due pavoncelle.
Lungo tutto il tratto in cui il Kalaoya si estende sino alle porte di Anuradhapura, ed in cui la vegetazione s'infittisce in una selva impenetrabile, non avemmo la fortuna d'incontrare nessun grosso animale. Eppure, nel centro della strada, notammo spesso i vistosi escrementi degli elefanti.
Vicino i corsi d'acqua, ai bordi della strada, presso gli spiazzi serrati dal bosco, sorprendemmo invece un gran numero di scimmie, per nulla impaurite dal nostro passaggio. Riunite a terra erano le famigliole numerose dei cercopitechi dal musetto nero e i favoriti bianchi, e prevalentemente sugli alberi stavano i piccoli macachi dispettosi ed aggressivi.
Poco prima della citt, per la rottura dell'argine di una antica diga, lunga alcune miglia, la foresta specchiava i fusti dei suoi alberi in un'immensa distesa paludosa. Distrutta la vegetazione per il ristagno perdurante delle acque, completamente svanito il fitto sottobosco cespuglioso e sarmentoso, non rimanevano che i bianchi tronchi scortecciati delle piante di alto fusto a ricordare la jungla morta.
Dai rami scheletriti, e dagli enormi tronchi abbattuti e marciti dall'umidit spirava un profondo senso di desolazione e di morte. La sera imminente e la completa solitudine contribuivano ad accrescere la malinconia di quel paesaggio disfatto.
Con sollievo accogliemmo le prime abitazioni di Anuradhapura, antica capitale di Ceylon al tempo degli antichi re, prima delle numerose invasioni che l'isola sub.
A chi entra in citt dal lato orientale, subito dopo le maleodoranti casupole della periferia viene incontro una imponente pagoda buddista, mal celata dalle fronde del boschetto sacro che la circonda.
Scendemmo dall'auto e ci avviammo rispettosamente verso l'edificio centrale, per ammirare la meravigliosa curva della cupola un poco ingiuriata dal tempo e tutta rivestita di piantine murali.
Ma la nostra contemplazione non dur molto: bersagliati da un'infinit di piccoli proiettili di origine vegetale, da ramoscelli, da bacche secche, sconcertati dall'attacco improvviso e quanto mai intenso, battemmo in una precipitosa ritirata tra lo spasso clamoroso degli indigeni accorsi a curiosare intorno al gruppo dei turisti.
Quando finalmente ci rimettemmo dalla sorpresa capimmo chi ci aveva serbato quella strana accoglienza: tra i rami dei sicomori e degli enormi baobab, eccitata dal successo di quell'attacco, una bandaccia di scimmie dispettose e al sicuro da ogni offesa per la protezione religiosa di cui godono, ci beffeggiava con mille sberleffi spassosi.
Un poco infastiditi rimontammo sulla Hilman, e Mr. B. ci guid verso la seconda attrazione della citt: l'antica reggia dai mille pilastri.
Non so se siano mille sul serio, ma forse sono pi piuttosto che meno. Giusto al centro dell'abitato, si erge un'infinit di piccoli pilastri rudimentali, superanti di poco l'altezza di un uomo, infilati regolarmente ad uno o due metri di distanza l'uno dall'altro, su un pianoro circolare.
Questi, ci spieg il nostro accompagnatore che ne aveva sentito parlare, costituiscono il colonnato imponente dell'antica camera del consiglio sotto i re singalesi. Il soffitto, che doveva essere in legno,  andato completamente distrutto e ne sono restate solo queste poche rovine.
Dato il sopraggiungere dell'oscurit non avemmo il tempo di osservare interamente il monumento, ma ne rimanemmo lo stesso molto impressionati.
A me venne di paragonarla all'infantile costruzione di un gigantesco bambino che si fosse sbizzarrito a realizzare per gioco un'illogica architettura. Ci dirigemmo poi alla rest-house del luogo. Italiani? ci chiese l'albergatore annotando la nostra nazionalit sul registro. Ma c' qui un altro italiano. S, l'ingegner... aspettate che cerco bene il nome. S, l'ingegnere Mario R., di Aversa.
Lietamente sorpresi, stringemmo pi tardi la mano del nostro simpatico compatriota. Da buon partenopeo, egli viaggiava prudentemente scortato da una cassa di spaghetti, dalla quale prelev quella sera un onesto quantitativo per offrirlo in nostro onore.
Si trovava a Ceylon per ragioni di lavoro. Aveva infatti il compito di creare una rete d'irrigazione atta a incrementare la produzione risicola dell'isola.
Non potete immaginare, ci raccontava al riguardo, come anticamente fossero pi progrediti, dal punto di vista agricolo, in queste terre. Dopo un complicato lavoro d'investigazione geografica e di calcolo, decisi quale direzione avesse da prendere un canale, il comprensorio generale, che da un laghetto artificiale doveva distribuire l'acqua alle valli di coltura. Ebbene, man mano che i lavori progredivano secondo questo modernissimo progetto, perfettamente in corrispondenza del tracciato contenente il mio canale ne abbiamo rinvenuto uno antichissimo, svolgente le stesse funzioni e risalente al quarto e quinto secolo, quando non si pensava neppure alle opere di alta ingegneria idraulica. Questo acquedotto recava l'acqua a 57 miglia di distanza dalla sorgente usufruendo, per tutto questo
enorme tragitto, di soli undici piedi di dislivello. Capite? Solo tre metri di differenza tra imbocco e sbocco, lungo cento chilometri di conduttura!
Quella notte mi addormentai sognando un'infinita teoria di piccoli pilastri bianchi che, galleggiando, scendevano con lentezza esasperante sulla corrente di un lunghissimo canale.
Il giorno seguente, per il cortesissimo interessamento dell'ingegnere, rimanemmo ancora nella cittadina, e ne approfittammo per visitare pi attentamente le cose di interesse artistico e i lavori che il simpatico italiano dirigeva. La mattina dopo, salutatici cordialmente, eravamo di nuovo sulla strada diretti a Trincomalee.
Lungo la via, per un certo tratto, fra i boschi foltissimi che la costeggiavano ininterrottamente, fervevano i lavori per il disboscamento annuale, senza il quale la strada sarebbe diventata impraticabile.
Vi prendevano parte attivissima alcuni grandi elefanti ammaestrati; ci fermammo appositamente per assistere allo spettacolo della loro forza.
Guidati solo con la voce dai corna, i quali sono armati di un sottile pungolo, che per difficilmente adoperano, compiono con un criterio ed una esattezza veramente straordinari il loro lavoro. Non che usino semplicemente l'impeto della loro forza, travolgendo o rovinando ogni cosa senza badare a spreco di energia, ma al contrario, seguendo un naturale istinto, compiono ogni movimento col minimo sforzo necessario.
Cos lavorava dinanzi a noi un grosso esemplare, evidentemente non molto docile a giudicare dalle robuste catene che gli limitavano i movimenti delle zampe anteriori, e destinato a sollevare e trasportare alcuni pezzi segati di tronco.
Prima di alzare definitivamente il legno con la proboscide lo manteneva pi volte in equilibrio per poi subito riposarlo in terra e questa azione si ripeteva molte volte finch non aveva trovato il perfetto baricentro del peso da trasportare.
Proprio in quei giorni, a proposito di questi animali, era uscito un curioso articolo sul Time of Ceylon. Nell'isola infatti, durante quel periodo, fervevano i preparativi per ricevere degnamente la allora principessa Elisabetta d'Inghilterra e per attuare il Colombo Pian, che doveva mostrare il grado di evoluzione raggiunto dopo l'indipendenza (ma poi, per la morte di Re Giorgio V e la salita al trono di Elisabetta, la visita divenne impossibile). Orbene, per approntare le opere di festeggiamenti si decise di eliminare ogni giorno festivo per gli uomini impegnati nella grande opera, compresi naturalmente gli animali.
Ma gli elefanti abituati al settimo giorno di riposo si rifiutarono a quel lavoro straordinario e incrociate le proboscidi, sordi a qualsiasi stimolo o lusinga, indirono concordemente uno sciopero generale. Infatti, Sciopero degli elefanti s'intitolava quell'articolo. E, per la storia, fu uno sciopero riuscito.
Verso mezzogiorno, quando il sole cominci a diventare insopportabile, togliendoci le forze, ci fermammo a cucinare presso la riva di un fiume, al fresco di alti alberi. Scopersi l, appollaiato su un rametto di mussenda un grazioso camaleonte e non mi fu difficile catturarlo. Per tutta la sera, dopo la rituale caccia pomeridiana che ci guadagn alcune anitre levatesi in volo dal centro del fiume, ci divertimmo col piccolo animale, stupiti dalla sveltezza con cui cambiava i suoi colori corrispondentemente al variare dell' ambiente circostante.
Alla fine, capitato, non si sa come, nella camicia
di Paolo, interruppe con una perfetta parabola attraverso il finestrino la sua carriera di trasformista.
Era gi tarda sera quando con una brusca frenata ci tocc arrestare la rapida corsa verso Trincomalee.
Sdraiati comodamente al centro della strada, tre bufali, due femmine ed un maschio, giacevano imperturbabili a pochi metri dal radiatore della nostra macchina.
Suonammo, accendemmo i fari, non si mossero.
Ora li caccio io. Feci con sicurezza aprendo lo sportello, non vi preoccupate, andranno via subito.
Giungemmo a Trincomalee a notte inoltrata. E la mattina dopo un cattivo tempo accolse il nostro risveglio nella importante base navale che durante la guerra aveva ospitato gran parte della flotta inglese dello scacchiere orientale. Esposta al monsone contrario, la cittadina era semiallagata da una pioggia torrenziale che cadeva ininterrottamente dalla notte.
Riempito lo stomaco con il rituale curry mattutino, partimmo per una visita dei dintorni.
Trincomalee si trova nell'interno di una profonda baia frastagliatissima e aperta in un gran numero d'insenature minori, di diverticoli profondi, nei quali navi di forte tonnellaggio possono trovare un accogliente rifugio. Trasformata in un poderoso arsenale durante l'ultimo conflitto fu il teatro d'importanti combattimenti navali tra le forze inglesi e giapponesi.
Mr. B. che aveva servito come ufficiale di marina su un'unit dislocata nella zona, ci raccont gli episodi salienti e per noi ignoti delle varie battaglie navali sostenute per il possesso dell'isola.
Nell'insenatura principale ove si specchiavano alcune unit inglesi, giace affondato un grande bacino galleggiante di carenaggio che sostenne il peso della famosa Queen Mary.
Vicino a quel rottame, c'indicava il nostro amico, rest ormeggiato per lungo tempo un sommergibile italiano, il "Benedetto Brin" che dopo l'armistizio con le potenze alleate, fu inviato in queste acque a fiancheggiare l'opera di sorveglianza della marina inglese. Pi tardi vi si un un cacciatorpediniere, il "Carabiniere" se ricordo bene il nome, uno dei pi moderni che abbia mai visto, capace di sviluppare una straordinaria velocit... E l'ottimo Mr. B. continu per lungo tempo a tessere le lodi dei nostri mezzi navali e dei nostri equipaggi, con i quali aveva svolto vita in comune nell'ultimo periodo di guerra.
La pioggia era diminuita d'intensit ed alcuni squarci fra le nubi facevano sperare che presto il cielo si sarebbe rasserenato.
Sulla strada del ritorno, un corteo funebre, tamburi e flauti in testa, si recava a bruciare allegramente un cadavere, col solito accompagnamento di preti buddisti vestiti di giallo ed assorti in ascetiche meditazioni.
La nostra prossima meta doveva essere Kandy, la citt santa posta nel cuore di Ceylon, sulle pendici delle grandi alture centrali. Dovendo quindi attraversare ancora la zona pi selvaggia della jungla che circonda e comprende il territorio dei Yedda, una trib ancora vivente allo stato selvaggio, decidemmo di compiere il tragitto durante la notte. Ci allo scopo di sorprendere qualche animale lungo la strada dato che pi facilmente si possono incontrare col favore delle tenebre.
Durante il giorno, immergendoci nelle acque riparate dalla baia, tra l'alternarsi regolare degli spruzzi di pioggia e dei raggi del sole offrimmo un insolito spettacolo agli sfaccendati del luogo. L'acqua resa torbida
dal gran movimento di onde al largo non ci permise di pescare sui fondali migliori, ma alcuni cefali di buon carattere si offrirono ugualmente ai tiri dei nostri fucili.
Cos quella sera, evitando il curry, mangiammo maccheroni, che l'ingegnere napoletano ci aveva fornito come ultimo atto di cortesia, e cefalo arrosto.
Rifocillatici gustosamente, subito dopo il tramonto, partimmo velocemente. Nel primo tragitto ci sistemammo bene con le armi in modo da non intralciarci nel tiro e in modo da rendere questo il pi rapido possibile. Sul sedile anteriore, accanto a Mr. B. che guidava, c'ero io con una piccola carabina; dietro Paolo e Carlo, con altri due fucili, che completavano il nostro formidabile armamento.
Gi alle porte di Trincomalee incontrammo qualche piccolo animale: conigli che si recavano a rubacchiare nei vicini orti della periferia. La luce dei fari riflettendosi negli occhi di queste bestiole permetteva di avvistarle a grande distanza. Abbagliati dall'improvviso chiarore rimanevano immobili ai loro posti, con le orecchie tese e il corpo fremente, finch non li lasciavamo alle nostre spalle nel buio. Pi in l dei grossi sciacalli, indaifarati a spolpare un piccolo vitello riverso al lato della strada, fuggirono terrorizzati da un colpo sparato per scherzo.
Non pass molto tempo che facemmo la prima vittima: una graziosa mangosta che Paolo abbatt con un tiro ravvicinato della sua doppietta.
Procedevamo molto lentamente, sempre pronti a sparare da dietro i finestrini. L'aria fresca della notte ci carezzava il viso e mille profumi e voci misteriose provenivano dalla vegetazione vicina. Nell'attesa del prossimo colpo, ci sentivamo pervasi da una piacevole eccitazione.
Finalmente, quando era gi passata la mezzanotte,
arriv la grande occasione e solo la sfortuna non ci permise di sfruttarla fino in fondo.
Eravamo appena sbucati da una curva che, proprio nel centro della strada, immobilizzato dalla sorpresa, ci si present dinanzi uno splendido leopardo. Preso in pieno dal cono luminoso dei fari si mostrava in tutta la sua snella figura, con le zampe posteriori leggermente piegate sui garetti, pronto allo scatto, la coda che si snodava nervosa per la tensione, il muso fremente. Si trovava proprio davanti al cofano e non potevamo scorgerlo bene restando in macchina. Perci scesi, subito imitato dagli altri; poi, avvertendo che la bestia cominciava a dar segni di sospetto, dopo aver puntato alla testa lasciai partire il colpo.
Con un gran salto la belva balz fuori dallo spazio illuminato e corse a contorcersi ai margini della selva, appena identificabile nella penombra. Paolo e Carlo fecero scattare un po' alla cieca i loro grilletti e ogni movimento cess nell'erba.
Mr. B. orient la macchina verso quel punto e subito apparve il corpo della bestia: giaceva su di un fianco, con il capo sollevato verso di noi, digrignando i denti; per un attimo restammo fermi a guardare quella disperata espressione di ferocia, poi, prima che potessimo imbracciare le armi, scomparve fulmineamente tra la vegetazione vicina.
Delusi, con i fucili pronti, cercammo a lungo tra gli alberi fin dove arrivava la luce dei fari; oltre non osammo, sapendo quanto pericolosi siano quegli animali una volta feriti. Larghe macchie di sangue ci indicavano che i nostri proiettili non erano andati perduti ma non trovammo pi la belva.
Sostituendo Mr. B. nella guida, continuammo nella nostra battuta. Quando sopraggiunse l'alba eravamo ormai ai piedi delle prime salite che conducevano a Kandy.
La jungla cominciava a frammentarsi e larghi spazi erbosi lasciavano prevedere la sua prossima fine. Ai margini di uno di questi, alcuni axis, numerosissimi in Ceylon, brucavano in gruppo nel fresco della mattina. Al nostro avvicinarsi alzarono il capo grazioso, spalancando gli occhi timidi sullo strano mostro nero che si avvicinava. In quella posizione li sorpresero i proiettili dei nostri fucili ed uno di loro rest ucciso.
Stanchi, assonnati, decidemmo di riposarci un poco approfittando del fresco; poco dopo, dormivamo tutti e quattro saporitamente.
Le colture di cacao all'ombra di alti fusti di hevea, accompagnavano la frescura delle prime colline. Gi da Nalanda si prendeva a salire, ed ormai il caldo torrido della pianura era terminato.
Su queste prime pendici il verde intenso dei cespugli di cinnamomo si alternava con le linee regolari dei sottili capok. Un tanfo greve, caratteristico, proveniente da tali vaste colture dette luogo ad un gustoso equivoco che si risolse in una divertentissima spiegazione di Mr. B.
A Maiale, che raggiungemmo verso mezzogiorno, acquistammo un casco di banane e cambiammo guida.
A Ukewela avevamo al nostro attivo i cadaveri di quattro cani e l'azzoppamento di almeno due vacche; Paolo sostitu a sua volta Carlo, che in dieci minuti ci aveva fatto percorrere altrettante miglia.
Le delicate piantine di t all'ombra delle frondose acacie cominciavano ora a coprire i declivi di ogni collina e il panorama, libero ormai dallo schermo dei grandi alberi, si offriva ai nostri sguardi in tutta la sua vastit selvaggia.
Un'immensa distesa ondulata di verde che le nuvole in cielo chiazzavano di macchie pi oscure si allargava in giro sino all'orizzonte. Qualche laghetto ad occidente, nel pianoro, rifletteva a specchio l'ardore del sole.
Proprio alle porte di Kandy due enormi sicomori ci fecero gettare un'esclamazione di sorpresa. Appesi ai rami, con la testa mostruosa verso terra, grandi pi di un corvo, centinaia e centinaia di rossette, pipistrelli enormi, attendevano la notte dormendo saporitamente. Disturbati dal lancio di qualche sasso svolazzavano pigramente intorno al gruppo immobile per poi riposarsi nella medesima, strana posizione.
Superando velocemente i quartieri indigeni della periferia pervenimmo al centro turistico della citt, le cui costruzioni si specchiavano nelle acque di un laghetto.
Improvvisamente, come se la bacchetta fatata di un portentoso mago ci avesse trasportato lontano, sulle ali del vento, per monti e valli, ci trovammo in un posto che certo non sembrava appartenere a quel paese vicinissimo all'equatore.
Non era pi un panorama tropicale quello che si estendeva sotto di noi, intorno alla forma quadrata di quel laghetto innaturale, e non apparteneva certo alla Ceylon fino allora conosciuta. Sembrava proprio un pezzetto di Svizzera, della pi famosa Svizzera turistica. Intorno al laghetto, girava una larga strada asfaltata, all'ombra impenetrabile dei sicomori curati, circondata da aiuole magnificamente fiorite. Specchiandosi nelle acque, si stringevano attorno, ordinatamente separate da leziose stradicciole e scalinatelle verdi di muschio, le alte facciate di dignitosi alberghi accuratamente stuccati.
Da un lato, oltre un punto merlato la scena cambiava ad un tratto ed una grande costruzione di reminiscenza mongolica si ergeva superba e sicura, recinta da un largo fossato sormontato da un medievale ponte levatoio. Nelle acque del canale, piccoli coccodrilli ed immobili tartarughe si tenevano alla superfcie sotto i raggi del sole. Attraverso il ponte, entrammo nel grande santuario.
In questo pesante edificio, inutilmente snellito dal candore d'innumerevoli colonnine sostenenti i tetti spioventi e sovrapposti delle torrette, si conserva una preziosa reliquia, forse la pi importante che la religione buddista possegga, e la pi venerata: nientemeno che un dente, un lungo canino di Budda, l'eccelso ed onnipotente.
In ci soprattutto sta l'importanza che riveste questo luogo fortunato, meta di innumerevoli pellegrinaggi e di un intenso movimento turistico, che arricchiscono il piccolo centro.
All'ingresso, secondo l'uso, ci togliemmo le scarpe sostituendole con luride babbucce. Nell'interno, nulla c' che ricordi la maest, la grandiosit dei nostri maggiori edifici sacri; ma tutto  ridotto in minime proporzioni, ogni salone dallo splendente pavimento si frammenta nella leziosit di piccoli vani laterali decorati da splendidi bassorilievi dall'oscuro significato. Nessun mobile ingombra il pochissimo spazio e gli ornamenti sono appesi alle pareti. Seguendo la tonaca gialla del nostro monaco-guida, attraversammo un piccolo cortiletto di cui il chiostro, con rade colonne, circondava il verde di un praticello privo di altra vegetazione, e penetrammo nel luogo ove si conserva il famoso dente.
Non vi  nulla, in quell'angusta camera dalle mura intonacate, di suggestivo, nulla che spinga al raccoglimento, alla preghiera, e che susciti il senso religioso.
In un cofanetto di cristallo, sul rosso vivo del velluto, si vede il dente. La prima impressione che se
ne riceve lascia piuttosto sconcertati, a causa delle sue dimensioni.
La visita in definitiva non influ favorevolmente sulle nostre opinioni verso quella religione; ed ogni speranza di quei graziosi frati vestiti di giallo canarino di una nostra conversione croll miseramente.
Ma il santuario non rappresenta l'unica attrattiva del luogo. Pi che degno di nota, anzi assolutamente ammirevole,  il giardino botanico dove facemmo colazione profittando dei suoi prati accoglienti, cui le grandi piante isolate conferivano un tono da parco inglese.
Per la ricchezza delle piantagioni, dei fiori, tra i quali dominano le orchidee, per i suoi viali che file interminabili di palme proteggono a colonnato, per l'organica, perfetta distribuzione delle serre, rappresenta qualcosa di veramente suggestivo.
Le Jardin des plates di Parigi, l'Orto botanico di Bruxelles e di Copenaghen, il Parco di Stoccolma e di Oslo, non possono certo competere con questa creazione.
Come la grande sezione di sequoia a Parigi, recante tra i suoi cerchi, corrispondenti agli anni, ai secoli vissuti dalla pianta, le date memorabili dell'ultimo periodo storico, non mancano qui le curiosit: la prima hevea, ad esempio, il primo albero della gomma che fu introdotto in Asia dopo l'ingegnoso, organizzatissimo furto dei semi dalle foreste brasiliane; l'albero del pane piantato dalla regina Vittoria in una sua lontana visita, il fronzuto sicomoro al quale i portoghesi, antichi dominatori dell'isola, impiccavano chi non si convertiva rapidamente al cristianesimo, e cos via.
Restammo tre giorni in quella deliziosa cittadina, che per avrebbe meritato un pi lungo soggiorno. Le miniere di zaffiri, di topazi, di smeraldi, sparse
nei suoi dintorni, i gioielli meravigliosi che vengono commerciati nelle viuzze caratteristiche del quartiere indigeno, richiederebbero un capitolo a parte, di una conoscenza meno frettolosa della nostra. E assieme a queste meraviglie, degne di menzione sarebbero quelle deliziose turiste inglesi e americane che di tanto in tanto emergevano dalla massa assai poco attraente delle loro connazionali.
Nel pomeriggio del terzo giorno ci separammo malinconicamente da quella singolare citt.
La strada che, uscendo da Kandy, conduce a Colombo corre tutta in discesa ed in breve tratto si passa dalla montagna alla pianura. Anche la jungla, che riprende dopo qualche chilometro, non tarda ad abbandonare il campo alle verdi risaie delle colline e alle ricche piantagioni. Ricacciata, sfoltita, distrutta, la selva indietreggia dinanzi al lavoro dell'uomo. Attualmente il governo va tentando un piano di riforma agraria che dovrebbe ancora aumentare il territorio coltivato della nazione. Con le solite trattrici americane rimaste in disuso dopo la costruzione degli aeroporti nel periodo bellico, si abbattono i colossi secolari dei boschi; dove non riesce la macchina, la dinamite completa l'opera. Il terreno cos disboscato viene appoderato e su ogni appezzamento si costruisce una casetta di mattoni, cosa davvero eccezionale da queste parti; il tutto viene assegnato, insieme ad una vacca, ad una famiglia contadina. Ma il piano non sembra attualmente navigare in buone acque, n trova l'appoggio degli stessi beneficati. Dopo qualche mese di piacevole ozio, il contadino si vende la vacca, gli arnesi ricevuti per la coltivazione, finisce rapidamente in galera e la jungla si vendica tornando lentamente alla riconquista dello spazio perduto.
La nostra escursione nell'interno dell'isola volgeva ormai alla fine. In silenzi prolungati guardando
fuori dai finestrini, ciascuno di noi rincorreva i propri pensieri. Mi appoggiai allo schienale, e disinteressandomi ad un tratto del paesaggio cercai di spegnere nel sonno la malinconia. Affrontammo finalmente la pianura. Poi, fino a Colombo, non vedemmo che riso, corvi, poche casupole di fango; e sentimmo un tanfo pesante proveniente dagli acquitrini ai lati dei fiumi, dove il cocco era messo a macerare per produrre la fibra.
Trascorremmo gli ultimi giorni a Colombo, in attesa che il piroscafo italiano proveniente dalla Malesia ci prendesse a bordo.
La colonia europea ci accolse cordialmente e desiderosi di un po' di vita civile, dopo tanta solitudine, non faticammo ad ambientarci.
Approfittando di quella discreta notoriet che la nostra attivit ci aveva procurato, potemmo trascorrere lunghe ore sdraiati in comode poltrone, sotto le pale di un grande ventilatore, ad alternare fresche sorsate di bibite ristoratrici con racconti coloritissimi delle nostre avventure, attentamente ascoltati da un favorevolissimo pubblico.
Non ci gettammo pi in mare; non fu pi possibile. Sospinte da un vento insistente e turbinoso, che annunciava il prossimo arrivo del tempestoso monsone estivo, onde enormi come mai ne avevamo viste si frangevano senza tregua contro le scogliere. Raramente le nubi abbandonavano il cielo, sospinte da soffi costanti in una sola direzione; e la pioggia aveva ormi la meglio nella lotta alterna con le brevi apparizioni del sole.
Di l a poche settimane le grandi piogge avrebbero allagato la jungla nell'interno, e torrenti d'acqua fangosa avrebbero gonfiato i fiumi; senza posa le foci avrebbero intorbidito il mare lungo tutta la costa.
L'azzurro, nitido colore dell'acqua, sarebbe scomparso, ed un grigio sipario avrebbe celato per lunghi mesi lo spettacolo incantevole delle foreste di corallo.
La nuova stagione ci costringeva alla partenza. Anche una certa nostalgia ci richiamava in patria, una quantit di affetti, di voci care, ci richiamavano in quegli ultimi giorni, che furono densi di preparativi.
Ma quando il vapore si scost dalla banchina e affrontammo il mare sulla via del ritorno, non ci potemmo staccare per lungo tempo dalla murata poppiera del vecchio Toscana. Senza parole restammo a contemplare l'isola che si allontanava, la distesa verde e rigogliosa delle sue coste, la candida citt che si rimpiccioliva.
Cos lasciammo Ceylon, e cos chiudemmo il ciclo di una fortunata attivit, di un lavoro appassionante.
Oggi che tale genere di esplorazioni subacquee va rapidamente estendendosi nel mondo, e mentre altre spedizioni seguono la nostra iniziativa, esplorando i fondali del Mar Rosso, siamo lieti di poterci considerare i pionieri, nel nostro paese, di questa meravigliosa e affascinante ricerca scientifica.
Ora che sto per partire con una nuova spedizione verso le remote coste africane, oltre l'equatore, per riprendere la mia attivit, sento ancora pi vicine, maggiormente vive quelle giornate lontane trascorse felicemente su di una spiaggia assolata, presso l'ombra sottile di una palma, contemplando l'azzurro, immenso scenario, di un mare brillante sotto i raggi del sole.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Un particolare ringraziamento  dovuto ai seguenti Istituti, Societ e Ditte che hanno favorito la spedizione:
l'istituto nazionale medico farmacologico serono (Roma), fornendo le sue specialit farmaceutiche;
l'orma - istituto terapeutico romano, fornendo prodotti ormonici;
la squibb - laboratori palma (Roma), fornendo antibiotici e vitaminici;
Hanno pure contribuito alla felice riuscita della spedizione, con materiali di loro produzione:
la Ditta Ettore Moretti, Milano;
la Ditta Locatelli Mattia, Lecco;
la Societ Pirelli, Milano;
la Societ Nestl, Milano;
la Societ Olivetti, Ivrea;
la Ditta F.lli Barilla, Parma;
la Societ S.A.L.V.A.S., Roma;
la Ditta Bertolli, Lucca;
la Societ Bombrini Parodi Delfino, Roma;
la Societ Simmenthal, Monza.
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FINE.